Niente quanto un buon restauro riesce a mettere pace

Resto in silenzio, uso questo tempo per riflettere su quello che sono, su quello che mi serve davvero. Elimino il superfluo nelle cose, elimino le persone negative, cerco di godere di quello che ho.
Ogni momento della vita serve a qualcosa, non sono eterna, e dalla fragilità della vita, dalla mia imperfezione, posso solo trarre insegnamenti


Grande piatto cinese, gres, decorazione blu floreale su fondo bianco.
Restauro Kintsugi tradizionale giapponese, lacca urushi, polvere d’oro.

Una rottura netta, un taglio che solca, divide a metà. E in alto, un paio di ali, per volare, per conoscere a fondo la libertà dei pensieri. Perché c’è sempre il modo per esplorare, per chiudere gli occhi, per essere se stessi. Fino in fondo.

Interpreto le rotture, mi piace sentire che sono qualcosa in più, che hanno una propria vita, fuori dalla rigidità della ceramica. Mi parlano di fragilità e quando le creo mi sento parte anch’io di un progetto.
E sono felice quando il cliente che mi ha ordinato il lavoro mi ringrazia per il mio lavoro.

non sa per me quanto è importante tutto quello che sta facendo: per me
ha un altissimo valore simbolico

Da Kintsugi Chiaraarte

Perché l'arte Kintsugi piace così tanto?

Non so se anche a voi capita: quando il nostro interesse è dedicato a qualcosa di specifico, vediamo il nostro interesse ovunque. La tecnologia poi ci aiuta e basta una semplice ricerca in internet per ritrovare l’oggetto della nostra ricerca in tutte le salse e armonie.

È successo e succede ogni giorno a me con l’arte Kintsugi e, oltre alle mie ricerche personali, ci sono i tanti messaggi che i miei ex allievi, amici e simpatizzanti mi inviano quotidianamente quando scoprono quelle famose righe dorate su qualche supporto.

Solo che, a questo punto, non si tratta più solo di profilazione, l’arte Kintsugi È davvero diventata una moda, un interesse di tanti, un modo per esprimere la creatività, per raccontare un sentimento. (per fare marketing? Sì, l’ho detto).

Quando ho iniziato a interessarmi all’arte Kintsugi in Italia non lo faceva nessuno; in Europa molto pochi, in America qualcuno in più. Quei pochi realizzavano opere seguendo come ho poi scelto di fare io, la tecnica tradizionale giapponese, rispettandone i tempi, materiali, concetto estetico, oggetti su cui lavorare. (tempi: due-tre mesi per opera. materiali: lacca urushi, farina, tonoko, essenza di trementina, polvere d’oro. concetto estetico: l’oggetto restaurato deve tornare ad avere la funzione per cui è stato creato. oggetto su cui lavorare: ceramica.)

Kintsugi Chiaraarte

Oggi invece trovo Kintsugi ovunque, su ogni materiale, con tipologie differenti di tecniche, di lavorazioni, e quando dico ovunque non dico a caso: parlo di corpo, pelle, danza, teatro, libri, profumi, muri, carta da parati, tappeti, coperte, tazze, candele, piatti, vestiti, magliette, poesie, nomi di associazioni, studi medici, agenzie, viaggi, ceramica, vetro, blog, fotografia, pittura, digital art, musica, nail art, torte, gioielli, corsi d’arte, corsi di psicologia, corsi di ipnosi, corsi. E chissà quanto altro mi è sfuggito.

Mi è venuto quindi da domandarmi perché. Perché l’arte Kintsugi è diventata così famosa al punto da essere usata così spesso. Cosa ha fatto di un’arte così antica e di nicchia in Giappone, in definitiva una tecnica di restauro raffinata per ceramiche, la sua fortuna in occidente.

La mia risposta sta nella sua semplicità: stravolgendo in parte il concetto estetico di base giapponese, il mono no aware, abbiamo spostato il centro, dall’oggetto a noi. Il Kintsugi è diventata la cura per noi, per le nostre fragilità.
Kintsugi è il saper mettere in evidenza, impreziosendole, le nostre cicatrici; ci parla delle nostre paure. Parla a un periodo storico nel quale abbiamo perso le nostre sicurezze, dove i confini sembrano minati, dove la malattia spesso mutila, dove i rapporti umani che finiscono vengono vissuti come privazioni; manchiamo di solidità, di stabilità, di coerenza. Ci innamoriamo per brevi periodi, in fretta cambiamo idea, pelle, certezze. Siamo fragili, lo siamo sempre stati, ma amiamo metterci a nudo, salvo essere incapaci di reggere l’odio, l’invidia che la fragilità suscita.
L’oro ci protegge. Ci nobilita. Ci rende davvero forti però? O quella dell’arte Kintsugi è l’ennesima moda che passerà nel momento in cui ci saremo stancati di mostrarci e sarà più comodo mettere una maschera? (alle volte mi viene da pensare che questa moda di mettere in mostra le cicatrici sia una sana forma di egocentrismo, non voleteme a male)

Avvicinatevi all’arte Kintsugi con rispetto, per l’arte e per il popolo da cui proviene: vedo troppo spesso cose brutte, ma brutte davvero.
Perché davvero, non basta –prendere un oggetto rotto, aggiustarlo con un po’ d’oro, non importa se bene o se male, conta ci sia dell’oro e venderlo per il suo concetto- per chiamarlo Kintsugi.
Ci vuole molto, tanto di più.

E voi cosa ne pensate?

"Frattura" di Andrés Neuman

Sono stata invitata a commentare il libro “Frattura” di Andrés Neuman per un caffè letterario come esperta di arte tradizionale Kintsugi.
Nel libro infatti, viene spesso citata la tecnica giapponese.

La seconda di copertina così inizia la trama:“Il Kintsugi è un’antica pratica giapponese che prevede l’utilizzo dell’oro -o di un altro metallo prezioso- per saldare i frammenti di un oggetto rotto. Grazie a queste pregiate riparazioni, l’oggetto rovinato diventa un’opera d’arte. Il kintsugi è la celebrazione delle cicatrici, l’elogio delle linee di frattura”

Il libro racconta la storia di Yoshie Watanabe, un sopravvissuto -Hibakusha- a Enola gay di Hiroshima, il 6 agosto 1945, e rimasto orfano dopo la seconda bomba a Nagasaki. Il racconto si dipana tra il presente di Yoshie durante il disastro di Fukushima e il suo passato, narrato attraverso gli occhi delle sue amanti, una per ogni paese da lui vissuto. È la storia di un uomo e delle sue difficoltà, una tra tutte, la più importante, ritrovare il suo centro perso durante l’esplosione. Il libro scorre leggero quando è Yoshie a parlare, diventa invece a tratti noioso e prolisso quando sono le sue donne a raccontare, anche perché, a dire il vero, tutte raccontano lo stesso uomo, con le stesse caratteristiche e sembra, ad ogni capitolo, di leggere quello precedente.

Ma non sono qui per recensire il libro, quanto per commentare il kintsugi.
Già, l’arte Kintsugi. Cosa c’entra in questo come libro? Come c’entra?
Qui di seguito le parti del libro dove il kintsugi viene citato.

pag.15 “Il signor Watanabe osserva quel catalogo di strumenti precipitati. Si china a esaminarli e li riappende. Nessuno pare aver subito danni irreparabili. Anzi, si corregge, fino a che punto è riparabile un danno? Non varrebbe la pena fare qualcosa di diverso? Perché dissimulare le imperfezioni dei suoi banjo, e non includerle nel restauro? Tutte le cose rotte, pensa, hanno qualcosa in comune. Una crepa che le unisce al loro passato…Da qui, forse, l’ammirazione crescente che nutre per il kintsugi. Quando una ceramica si spacca, gli artigiani del kintsugi inseriscono un po’ di polvere d’oro in ogni fessura, evidenziando il punto in cui si è rotta. Le fratture e le riparazioni sono esposte invece che occultate, e passano a occupare un posto centrale nella storia dell’oggetto. L’atto di rendere manifesta questa memoria lo nobilita. Ciò che ha subito un danno ed è sopravvissuto può essere considerato più prezioso, più bello”

È forse la parte dove maggiormente l’arte viene raccontata, nel giusto contesto, come elemento decorativo e descrittivo di alcuni oggetti, i banjo. Non invece si può parlare della vita, dove il signor Watanabe, sopravvissuto, si sente tutto fuorchè prezioso e bello.


-pag.107 “In qualche modo, riflette, l’efficente restauro di Tokyo tradì il principio del kintsugi: fu portato a termine senza conservare traccia dei bombardamenti”

Si parla del bombardamenti della seconda guerra mondiale: la parola tradì è inopportuna se pensiamo al popolo giapponese che ha l’abitudine di abbattere e ricostruire certi templi con cadenza cerimoniale. Un esempio e’ quello del Kasuga Taisha, uno dei più famosi templi di Nara, cittadina non distante da Kyoto. Il kintsugi è solo una delle tecniche di restauro, non per questa necessariamente adatta a tutte le strutture.


-pag. 113 “Si propongono anche scarpe visibilmente usurate. Spesso sono più costose di quelle nuove. Si venera l’esperienza dell’oggetto, come nel kintsugi”

Kintsugi come storia raccontata, non solo linea d’oro ma segno del tempo che passa.

-pag.142: “La grande cicatrice alla base del seno sinistro è diventata il punto più importante del mio corpo. La sua memoria sensibile. Lo cantava il vecchio Coen: There is a crack in everything / That’s how the ligth gets in”

Bello, ma questa frase di Coen ci ha un po’ stufato no?

-pag.205: “Il futuro sigillato. Seppellire la tragedia. Il signor Watanabe ripensa di nuovo al kintsugi. L’arte di unire le crepe senza segreti. Di riparare mostrando il punto della frattura”

Questo è il senso dell’arte tradizionale giapponese, non seppellire, lasciare visibile in superficie il tempo che passa.

-pag.211: “E l’aveva pregata, se ne avesse avuto l’occasione, di inserire in qualche volume una variante immaginaria del kintsugi. Gli pareva che l’assenza di quella parola in altri vocabolari, l’inesistenza del concetto stesso, rivelasse una lacuna significativa. Bisognerebbe tradurla in tutte le lingue, pensa, inventare sinomini.”

Non sarebbe una cattiva idea. Kintsugi è un termine giapponese, potremmo provare anche noi a coniarne uno nuovo. -escludendo la resilienza, grazie, che è abusata, trita e ritrita su tutto.

-pag.378: ” Mi scusi se ho tardato ad aprirle, dice il signor Sato. Ero sul retro, stavo riparando una ceramica. Le piace il kintsugi?
Sempre di più, risponde Watanabe.
E lo pratica?
Diciamo di sì.
Io lo praticavo da giovane. Poi, con la famiglia, l’ho messo da parte. Finchè mi sono detto: perché no? Uso soltanto pezzi da poco, ovviamente. Non posso permettermi altro. L’importante è riparare.”

Uso soltanto pezzi da poco perché non posso permettermi altro è un concetto errato se si pensa al kintsugi. Da quando ho cominciato a lavorare con l’arte tradizionale mi sono trovata di fronte a restauri di oggetti di pochissimo valore commerciale, spesso pochi euri, oggetti che avrebbero potuto essere acquistati nuovi e interi senza problemi e con poca spesa, ma che avevano enorme valore affettivo. È questo uno dei cardini su cui ruota l’arte di riparare con l’oro: rendere di nuovo utilizzabile un oggetto rotto, e se questo oggetto mi ricorda un momento della vita, una persona, quale miglior modo di aggiungerci dell’oro?

pag.395: “I sudoku mi rilassano, dice, perché fermano il tempo. Esattamente il contrario del kintsugi. Non trova?”

E qui mi arrendo, cosa avrà voluto dire? Che il kintsugi lascia correre il tempo? O che non rilassa? Io, dal mio tavolo di lavoro, posso dirvi che quando restauro sono me stessa, rilassata, serena, e quando vedo le mie opere finite non posso che pensare che la storia che raccontavano è finalmente tornata viva.

“Frattura” di Andrés Neuman: dove il kintsugi viene usato come traccia nella narrazione ma non per raccontare la vita. E del perché non si può, a mio umile giudizio, iniziare la traccia del libro in seconda di copertina con la descrizione del kintsugi come tema fondante del libro. Perché così non è, il signor Watanabe anzi, scrive di sè: “Se si sentiva sano, pieno di forze e desideroso di vivere la giovinezza, perché doveva presentarsi al mondo come un invalido perpetuo, come una persona incapace di ricostruirsi la propria vita?”

Frattura è quindi la storia della vita di un uomo che sfugge ai suoi ricordi, che prova ogni volta, in una nuova città, a costruirsi delle radici senza mai riuscirsi, incapace di accettare la sua fragilità.
Forse, e mi piace crederlo, il kintsugi è una speranza, un momento di pace dove prendersi cura dei propri oggetti rotti.
Forse, ma non possiamo saperlo perché il libro ha un finale aperto, il voler arrivare al centro del disastro di Fukushima, vicino alla centrale, nell’ultimo cerchio proibito, esposto alle radiazioni, forse, questo, è il kintsugi del signor Watanabe.

Arrendersi alla rottura

Ho ricevuto in restauro questa bellissima tazza giapponese: durante un viaggio, pur protetta dentro a una solida scatola di legno, si è rotta in molti pezzi, alcuni piccolissimi frammenti.
Dopo aver fatto il preventivo, il cliente mi ha chiesto consiglio sul da farsi, non tanto per il costo quanto per la fattibilità del lavoro: può un oggetto così rotto tornare al suo splendore? Ne vale la pena?

Com’è difficile consigliare un cliente, posso farlo se conosco il valore commerciale dell’oggetto ma se il valore invece è personale?
Se si tratta di vita, di sentimenti, di intimità, come posso consigliare?

La tazza è molto bella, finemente decorata in oro e policromia, un sottile gres giapponese della metà del 1800. Con perizia, calma, pazienza, dedizione e tanto tempo, la posso restaurare, usando l’arte Kintsugi che maggiormente si accosta allo stile, all’epoca e al paese di provenienza.

Sì, la posso recuperare, pezzo per pezzo, anche i piccoli frammenti e dove non li troverò, ci sarà la lacca urushi e l’oro a colmare gli spazi.

Ma.
Ma c’è invece un tempo in cui bisogna arrendersi alla rottura? Oltre il quale nulla è più possibile? E non necessario?

Raccolta fondi: obiettivo Everest 2020

Ho conosciuto Andrea un anno fa, ho incontrato la sua storia e la sua limpida forza. Il suo coraggio. E la determinazione.

Ci sono raccolte fondi che si perdono in rivoli di malafede. Andrea no, Andrea è una persona di fiducia, so che quello che chiede è per realizzare un sogno, un sogno che è di tutti.
Diamogli una mano, con la sua forza porterà anche noi sul tetto del mondo!

Andrea Lanfri

Chi viene con me sul Tetto del Mondo?

5 anni dopo aver vinto la mia battaglia contro la meningite ho un obiettivo e voglio condividerlo con tutti voi: conquistare la vetta dell’Everest!
Sarei il primo uomo nella storia con amputazioni a gambe e mani a riuscirci.
Certo non posso farcela da solo.  Fisicamente so di potercela fare, mi sto preparando da mesi per dimostrare a chi, come me, ha rischiato di morire che tornare a vivere e sognare è possibile.  Ora ho solo bisogno della vostra spinta e del vostro sostegno.  Bastano due minuti: datemi una mano, io ci metterò cuore, gambe al carbonio e piedi al titanio  per portarvi con me sul Tetto del Mondo. 

Basta cliccare qui per accedere al portale per la donazione!

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Ora è Natale

Sto lavorando a un grande progetto dove le mie opere Kintsugi vedranno la vita tra le mani di atleti e persone comuni. Sto lavorando tra Roma e Milano, seguendo una scia nuova, con persone che mi stanno accogliendo in un mondo che non conoscevo e tutto è sorpresa. E lavoro duro.

Il regista che racconta la storia, come un narratore antico, tra poesia e visione onirica, è Giovanni Bedeschi. Di cui, dico il vero, fino a ieri non conoscevo alcunchè.
Ieri, al rientro a casa dopo una giornata di lavoro a Roma, gli ho scritto, con la consapevolezza che certi incontri sono il Natale.

Caro Giovanni
Sono solita pensare che la vita sia fatta di incontri e che proprio questi incontri siano la nostra strada: ogni atto che compiamo ha dentro di sé una ragione e una storia e se non sempre ne cogliamo subito il senso, poi, ad ascoltare, il senso arriva.
Sto rientrando a casa in treno, cerco su Google Bedeschi film, più per passare il tempo a dirti il vero che per cercare qualcosa. 
Trovo te. Ascolto la tua intervista e già si rafforza quello che, guardandoti lavorare, avevo intuito, la tua poesia intensa, la tua freschezza, la profondità umile e delicata.
E poi scopro “Pane dal cielo”.
Non so spiegarti bene cosa ho provato, ho visto il trailer, le interviste, ho pianto.
Posso dirti che questi giorni di lavoro intenso mi avevano distratto dal Natale: ora, dopo aver vissuto le emozioni toccanti di Pane dal cielo, so con certezza che il Natale, quello del cuore, è arrivato.
Grazie
Di cuore

Chiara”

Il restauro della ceramica, dove siamo arrivati: integrazione delle lacune.

Venerdì 29 novembre ho partecipato al Convegno sul Restauro della Ceramica, organizzato dal Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza. Ci voleva, dopo tanti anni, una giornata di studio e confronto per i restauratori di un’arte, la ceramica, chiamata impropriamente -arte minore-.
Dico impropriamente perché chi volesse dedicare una giornata a visitare il MIC con i suoi 16000mq di esposizione capirebbe quanto poco sia -minore- e quanto invece sia ARTE.
La giornata è stata davvero interessante, il confronto è stato anche serrato e dibattuto, sui materiali, tecniche, modalità: nuovi e vecchi restauratori, a dire il vero la maggior parte donne, hanno messo a disposizione le proprie conoscenze.
Uno degli argomenti che mi affascina da sempre è l’integrazione della lacuna. Nel restauro estetico antiquariale la lacuna viene ripristinata in maniera completamente identica all’originale.

Tulipaniera Savona, restauro Chiaraarte

Nel restauro conservativo ci troviamo di fronte a svariate metodologie, nessuna migliore di altre, nessuna peggiore; conta la sensibilità del restauratore perché non esiste una vera linea guida.

INTEGRAZIONE NEUTRA
La mancanza della ceramica è colmata ricostruendo in toto la forma e integrata con colore neutro uniforme. Si evidenzia la ricostruzione del disegno dell’orlo perché esistente e facilmente riproponibile. Anni fa questa integrazione veniva fatta color terracotta, sottosquadro, a rappresentare la terracotta sottostante su cui era persa la vetrina.

MIC Faenza

INTEGRAZIONE A CAMPITURE COLORATE – INTERE O A PUNTINATO

Anche in questo caso la ceramica viene ricostruita in toto nella forma; la decorazione, sebbene possa essere riconducibile a disegni rimasti, viene colmata pittoricamente con il colore predominante della base. Due sono le possibilità: stesura pittorica omogena e, come nella foto, stesura pittorica del colore di base raggiunto per selezione cromatica a puntini. Questo secondo effetto è meno impattante sull’oggetto, l’integrazione è visibile senza però ricreare un falso.
La lacuna può anche essere ridipinta a spruzzo con colori sovrapposti laddove mancano dettagli precisi della decorazione.

MIC Faenza

INTEGRAZIONE CON RIDIPINTURA DISEGNO ORIGINALE SOTTOTONO

Questo restauro prevede la ricostruzione in toto della parte mancante della ceramica. Tale parte, seguendo il disegno ripetitivo presente, viene ridipinta con colori sottotono andando così a ricreare una omogenetià di lettura dell’opera senza alterazioni.

MIC Faenza

Vi ho presentato alcune delle possibili integrazioni delle lacune in ceramica dal punto di vista pittorico; tanto ci sarebbe da parlare sui materiali utilizzati e per ricostruire le forme e sui colori utilizzati.
Sono argomenti aperti, in divenire, dove ogni museo, restauratore, adotta secondo i propri studi.
Perché è vero che La Teoria del Restauro di Cesare Brandi è stata lo spartiacque tra quello che c’era prima, confuso e spesso deleterio e quello che c’è ora, ma vero è anche che quella teoria è stata scritta nel 1963 e tante cose sono cambiate, atteggiamenti, richieste, materiali.

Vuole quindi questo breve testo essere uno spunto per una riflessione più ampia su come ogni restauratore integra le lacune, quali materiali e modalità, perché è da ogni condivisione che si può ottenere una buona crescita.