Milano Asian Art

Milano Asian Art, l’arte si mette in mostra 11-31 maggio 2017

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L’incontro con la cultura giapponese fa parte del mio bagaglio già da molti anni, ma sicuramente lo studio e la pratica del Kintsugi mi sta spingendo ad approfondire molti lati che mi erano sconosciuti. La manifestazione che si tiene a Milano, Milano Asian Art, giunta all’ottava edizione, è un buon modo per scoprire l’abile arte degli artigiani giapponesi, così legata alla filosofia Zen e allo stile di vita.

Milano Asian Art si sviluppa attraverso una serie di gallerie antiquarie che mettono in mostra differenti caratteri dell’arte giapponese: Maki-e da Mirco Cattai; Dei e Demoni dell’Asia da Dalton Somarè; Il Tibet di Giuseppe Pucci da Renzo Freschi; Raqm, nel segno del ricamo da David Sorgato; Byobu, paraventi giapponesi, da Giuseppe Piva; Netsuke da La Galliavola. Il Museo Poldi Pezzoli ha una mostra dedicata “C’era una volta il Giappone” di fotografie e netzuke del XIX sec, mentre il MUDEC propone visite guidate condotte da Giuseppe Piva nei suoi depositi.

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Per chi ama l’arte giapponese è un’occasione imperdibile, ma vale anche a chi ha voglia di entrare in un mondo di lentezza, precisione, dove ogni dettaglio ha il valore dell’infinito, dove la cura è perfezione.

Vecchiaia

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Qualche giorno fa ero al supermercato, un anziano davanti a me ha preso due pacchetti di pane a cassetta, uno l’ha nascosto sotto il maglione, l’altro l’ha tenuto in mano, a nascondere quello rubato. Alla cassa ha pagato ed è andato, non so se era imbarazzato, io sono stata zitta ma ho pianto dentro.

Da qualche giorno passeggia davanti alla mia finestra un vecchio; prima aveva un cane, lo portava fuori quattro volte al giorno, lo aspettava, lo chiamava, gli parlava, erano una cosa sola. Ora il cane non c’è più, non so se è morto, se si è perso. L’uomo passeggia piano, ogni tanto si ferma, credo lo aspetti ancora. Si ferma e sembra ascoltare, forse lo sente ancora, lo sente solo lui. Io non so se lui sia triste, io sì.

Quando restauro le mie opere con l’arte Kintsugi penso che sarebbe bello poterlo fare anche alle persone, stimarle e amarle al punto di coprire d’oro le loro ferite. Quelle della vita, quelle nell’anima. Ne abbiamo tutti, i vecchi di più e restano lì, a sedimentare una sull’altra, una montagna di ferite da cui non ci si riesce a salvarsi più.

 

 

Raku: l’universo in una tazza da tè

Un interessante articolo sul Raku e sulle tazze da cerimonia del tè.

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La parola raku(楽) significa in giapponese comodo, rilassato, piacevole ma è anche il nome di un piccolo sobborgo di Kyoto dove si estraeva l’argilla con la quale verso la metà del XVI secolo, venne prodotta da un artigiano di nome Chojiro,  una ceramica nota con il nome di raku-yaki (楽焼) utilizzata per la fabbricazione di alcune ciotole per la cerimonia del tè commissionate dal maestro Sen-no-Rikyu (1522-1591).

Durante la fine del periodo Muromachi (1336-1573), la cerimonia del tè si era diffusa con una preferenza verso le costose ceramiche cinesi, note con l’appellativo di “karamono” (唐物). Tuttavia in opposizione a questa tendenza, il cosidetto wabi-cha (侘茶) si era evoluto come parte di un movimento indirizzato ad uno stile più semplice, che prediligeva le ceramiche giapponesi “wamono” (和物) di cui Sen-no-Rikyu era uno dei portavoce principali. Wabi (侘) significa infatti “semplice” che abbinato alla cerimonia del tè, potrebbe definire “la bellezza che deriva dalla semplicità”, quale elemento…

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Quello che non sopporto

Quello che non sopporto sono i muri cadenti. Cammino per le vie del quartiere della mia città e vedo tanta decadenza: cartelli affittasi, vendesi, pietre divelte, muri scrostati, finestre chiuse, sigillate.
Quello che non sopporto è il lasciare andare, la trascuratezza, il senso dell’abbandono che alberga per le strade, il silenzio mosso dai gatti, cespugli d’erba che sporgono dalle crepe, il ferro delle grate arrugginito, non lo sopporto. Mi infastidisce, mi viene voglia di prendere un badile, la calce e ricostruire, riparare, togliere quel velo del nulla che accade.

Per le persone mi capita meno, accetto che possano essere usciti in ciabatte perché di fretta, per un imprevisto, immagino che di solito siano curati, non trasandati come spesso accade, mi impongo di credere che sia un caso, un evento fortuito, usciti dal nascondiglio solo per una boccata d’aria.
Poi succede come ieri, passavo in auto e c’era per terra un uomo, dormiva forse, ho subito pensato fosse morto, era per terra, prono, la testa poggiata sul cordolo del marciapiede. Se non ci fosse stata la pattuglia dei carabinieri a sorvegliarlo avrei detto fosse morto, un bel modo di morire, composto, come in una bara; trasandato, ecco, quell’uomo era davvero messo male, credo fosse ubriaco e stesse solo dormendo, sì, anche questo non lo sopporto, ma nel senso che non sopporto che si possa arrivare a perdersi senza ritrovarsi più.
E non è un fatto di stile, ciabatte rotte, vestito sporco, io parlo del cuore.

A dire il vero non sopporto neppure le scritte sui muri. Sì, va bene, direte: “E Bansky?”. Già, anche Bansky. Voglio dire, ho un muro, è casa mia, l’ho pulito, ma anche lo volessi sporco, è mio, arriva un tipo e di notte me lo dipinge e ci mette le sue idee e non le mie. Certo che Bansky la mattina mi farebbe dire: “Beh, ci guadagno” ma resta comunque il fatto che per Un Bansky ci sono otto miliardi di analfabeti e incapaci di disegnare che insozzano i muri, tutti, nessuno escluso, così, per dire le loro cose, mica le mie.
Che poi, a ben vedere, se proprio vuoi scrivere sui muri, scrivi corretto!

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Perché uso la tecnica giapponese originale Kintsugi.

Perché uso la tecnica giapponese Kintsugi originale?
Sono una restauratrice e la mia impostazione è il rigore: seguo sempre il filo logico e storico di un pezzo prima di lavorare. Il mio approccio è di rispetto per i luoghi, per l’artista, per l’epoca.
Credo quindi che usare la tecnica originale giapponese Kintsugi, con lacca urushi, polvere d’oro importati dal Giappone e tanto tempo, sia il modo unico per realizzare opere Kintsugi.
È giusto che chi acquista un’opera Kintsugi sappia quali sono stati i passaggi, quali i materiali, i tempi; così come il cliente che mi porta un pezzo da restaurare.
Il tempo del Kintsugi è un tempo lento, tutto il resto è la fretta dei nostri tempi, l’accelerare e snaturare il dove e il come.

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La poesia delle parole

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Siamo nell’epoca delle parole senza contenuto.
Io voglio i fatti, ma se devono essere parole, che siano poesia.

Sono stata lì

Sì, sono stata lì, nemmeno lo immagini quanto sia stata lì, nel vortice lento delle carezze e del sonno, sono stata lì.
Ho posseduto le ore allentando le viti degli orologi, spegnendo la sveglia -fate silenzio quando l’amore respira- il ticchettio sincopato al cuore, il ritmo impazzito delle stagioni e la pioggia, il vento, il sole che fai accadere.
Sì, sono stata lì, a rovistare tra i cassetti e le parole lasciate senza chiave, che di chiavi non è mai stato tempo, ad arrotolare anelli di cipolla rossa buona per farne frittata, sgusciando il guscio della pelle, la tua, fino a giungere al cuore, il mio. Ho impilato a terra libri, fatto spazio tra i mille proponimenti e le tende chiuse, che al buio il silenzio fugge via e s’accosta la voce come miele alle orecchie; ho distinto il bianco dal nero, il vecchio dal nuovo, da non confondere con l’ieri che non c’è più anche se c’è stato e alle volte occhieggia, stanco, mi pare che sia così, come stanco sei tu. Ma ora non più.

Sì, sono stata lì, dove da sempre resto, mentre il polline vola tra i rami di primavera. Fermo lo sguardo un attimo e ci sei tu.