I -miei- cocci

cocci-Pollica

Questa sono io, sono i miei cocci.
Sono partita per una meritata vacanza dopo mesi difficili, per me, per tutti, dieci giorni di mare, sole, passeggiate. Avevo cominciato a svuotare la mente -due giorni soli di vacanza possono fare miracoli- e ho ricevuto la telefonata di mio figlio, che vive lontano, che non vedevo da 8 mesi, con la rottura del perone, da operare.
Avrei dovuto essere io quella forte, fargli coraggio – l’ho fatto, di fuori l’ho fatto- ma dentro mi sono sentita precipitare e sono caduta a terra, in tanti cocci.
Le mie vacanze non sono mai semplici, non so se sia destino, non so come chiamarlo

-perdita documenti, Corsica
-macchina foto rubata, Genova
-tenda rotta, Barcellona
-macchina foto rubata, Toledo
-telefonata con mamma grave, rientro immediato
, Germania

Ogni anno al rientro a casa ci contiamo per vedere se ci siamo tutti, interi e sani
– colica renale, ricovero in ospedale, Francia
-ginocchio bloccato, pronto soccorso Peschici
-tenda bruciata, Francia

-portafoglio rubato, Lago di Garda

Ci concentriamo per divertirci, poi alla fine ne ridiamo sempre, ma anche i parenti si domandano al nostro rientro: “come è andata quest’anno?”

– macchina con sistema elettrico bruciato, Francia, vacanza senza contachilometri e tergicristallo.
-macchina rotta ferma in corsia di sorpasso a 130km, poi ripresa, poi ferma definitivamente il 15 agosto in una strada desolata a Bari.
– dito mignolo incastrato in un moschettone, lussazione e pronto soccorso, riabilitazione in vacanza, Francia
-rientro per problemi urgenti, Normandia

Quando è suonato il telefono ero a piedi in cima a una bella passeggiata a Pollica, da lontano il mare, in mano una fetta di pizza rossa…i cocci sono caduti, li ho sparpagliati lontano.

Mio figlio è stato operato a Dubai e due giorni fa è rientrato a casa. Sta bene, è giovane e guarirà in fretta per tornare al più presto a fare quello che ama.
I miei cocci sono ancora sparsi, sono tutti diversi, sono i pezzi di questi anni passati e superati, ogni volta con maggiore fatica e consapevolezza che il tempo è uno solo e che l’imprevisto è dietro a ogni angolo, nascosto.
I miei cocci hanno bisogno di cura. Prima ancora della ricostruzione, di cura.
Sarà il kintsugi la mia cura.
Saprò anche questa volta saldarmi forte, ora che dentro sono un vetro in frantumi.



La stanza di Apollo

È successo in questi anni di ricevere in laboratorio persone curiose di me e del mio lavoro. Così come è successo di ricevere richieste di interviste online, pubblicazioni su vari siti.
Ogni volta è un’esperienza differente.
Quello che ho vissuto con Sofia è stato unico, un incontro lento, seguito tra le mani e le parole, partendo dalla passione comune per Herman Hesse -le anime affini si incontrano- alla stessa curiosità per le storie.
È stato facile aprire a Sofia -e a Gio per le foto- le porte del mio laboratorio e così le porte della mia mente; è stato un viaggio negli anni della mia nascita artistica fino ad oggi, a questo mio amore per l’arte Kintsugi, la tradizione, la bellezza preservata con il rispetto.
Vi invito a leggermi nelle righe delicate e poetiche di Sofia e di scorrere gli altri post, per incontrare artisti che spesso restano dietro ai propri lavori.

La stanza di Apollo: “Rimbalzi nel tempo e nell’oro”

Il tempo per elaborare la perdita

Il tempo ha mille accezioni, si pensa sia solo uno scorrere monotono e regolare di attimi, ma in realtà è mille cose altre e ognuno di noi ne conosce la declinazione.
Il tempo è soggettivo, dipende da come viviamo, dipende da come stiamo, dove siamo, le variabili sono infinite: ma tu come lo vivi?

Io ho cercato di fermarmi a riflettere su quello che è successo. Lo so, la pandemia ancora insiste su di noi, conosco bene i limiti, ma non posso mettere dubbio sul fatto che sono successe delle situazioni che ora non ci sono più e con le quali ho dovuto inevitabilmente fare i conti.

Sono stata a casa. Ho vissuto la perdita di tutti i miei progetti che implicavano uno spostamento – ed erano tanti e importanti -. Ho pianto.
Ho deciso che piangere fosse il modo migliore per affrontare la perdita. Mi sono presa il tempo per piangere. Non lo reputo infantile, mi sono sentita adulta e consapevole; arrabbiata, delusa, affranta, desolata. Adulta ma triste e in grado di piangere. Anzi, era corretto che io piangessi, mi meritavo di piangere.
Non ho mai pensato che ci fosse qualcuno che poteva stare peggio di me, come era vero che fosse, mi sono concentrata su di me, mi sono presa il tempo giusto per me.

Dopo ho cominciato a fare. Non necessariamente i lavori che avevo in programma, ho inventato. Ho creato situazioni nuove, inedite, legate al filo stretto della distanza, il corso online di Kintsugi moderno, la nuova collezione di ciondoli “Close2U”, la mostra virtuale di arte Kintsugi. Quel tempo non era un tempo ordinario, ma un tempo nuovo ed è così che l’ho vissuto, dando anima e pensieri per costruire qualcosa di dedicato. Sì, il tempo dedicato al covid, un tempo limitato.

Ho vissuto a casa, con marito e figlia, un tempo solitario e un tempo in comune, cercando per ognuno di noi di creare uno spazio di condivisione e di solitudine, consapevoli che fosse il rispetto a dominare ogni nostra azione. Mio figlio vive lontano, a Dubai, anche lui obbligato al lockdown, non ero pronta a non vederlo per mesi -avevo programmato una vacanza da lui, ora solo rimandata- e ho sofferto parecchio la lontananza non raggiungibile: è stato, ed è ancora, il tempo della distanza. Questo è un tempo che alle volte strozza il fiato e i pensieri, devo solo restare in silenzio, ferma, ad aspettare che passi la fase acuta e passa, passa quando capisco quanto sia importante che i figli crescano perseguendo le proprie passioni e amori.

Tempo. Ho chiamato questo periodo tempo sospeso ma in realtà è stato un contenitore di piccoli segmenti di tempo che ho vissuto seguendo ogni mattina un progetto nuovo, pronta a cambiarlo, così come si segue una corrente variabile, la marea, un’onda improvvisa, veleggiando a vista. E no, non ho avuto strumenti di bordo, solo la vita a farmi da timone.

Ora, in attesa che qualcosa cambi, divisa tra il prima e il dopo, compresa nell’oggi, sto riprendendo un tempo di normalità che equivale ad adattare le nuove regole a quello che facevo prima. Non è complicato, basta sapersi adattare, basta evitare falsi allarmismi e disagi elevati, senza odio, rabbia, o critiche insensate.

E sto sperimentando il tempo vuoto.
Cos’è il tempo vuoto? Non è il tempo dell’ozio, è il tempo del lasciare fluire. Il tempo dell’ascoltare, il tempo del riposo e il tempo della crescita.
Si dice che quando si è piccoli e si resta a letto con la febbre, si cresca.
Il tempo vuoto è questo: restare distesi e sentirsi crescere.
Non mi capita spesso di dedicarmi il tempo vuoto, c’è una sorta di ansia da riempimento, ma ora più che mai sento che me lo merito.
Ce lo meritiamo tutti, dopo aver dedicato tempo ad elaborare le perdite, ora ci meritiamo il tempo vuoto.

Poi, domani o chissà, arriverà di nuovo il tempo del fare.


Alessandra Palieri – Kintsugimental@

Kintsugi, quante declinazioni! Chi segue la mostra virtuale le sta scoprendo, passeggiando tra gesti artistici e creativi fino a moti dell’anima, profondi e toccanti.
Sono stata contattata da Dott.ssa Alessandra Palieri qualche tempo fa, ho intuito la sua dedizione e passione per l’animo umano,il rispetto e la delicatezza nell’affrontare le difficoltà condividendone i successi.
E siccome nulla accade per caso -e il mondo è piccolo-, ho scoperto che Alessandra Palieri conosce bene la mia amica artista Gioia Di Biagio. E chissà, per qualche giro bello della vita, magari presto nascerà qualcosa sul filo dorato dell’arte Kintusugi.

-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

KINTSUGIMENTAL®, una nuova forma di Cultura & Salute

K. è nato nel 2013, quando assieme al presidente, cercavamo un nome che mettese insieme i nostri campi di specializzazione e li evocasse in modo univoco. Cercavamo un nome che esprimesse in se messaggi di cultura, arte, salute, mente, resilienza, la magia del corpo umano e delle sue risorse di resilienza biologica, e così emerse il connubio perfetto di unire il kintsughi alla Mente.

La prima metà del nome racconta l’arte giapponese del Kintsugi che tu ben conosci, la cui traduzione letterale riporta al “riparare con l’oro”, l’arte di fissare pezzi di ceramica, riunendoli insieme e arricchendo le cicatrici del vaso per renderlo unico e quindi prezioso, proprio grazie al la visibilità delle crepe e delle fratture.

Il kintsughi è divenuto per molti emblema della trasformazione, per questo suo prestarsi a metafora del vissuto umano e come l’oggetto diventa migliore di quanto non fosse prima del danneggiamento, anche l’Uomo diviene nuovo e porta con sé, l’oro del suo passato, pienamente parte del presente; ecco come siamo giunti a completare l’altra parte del nome, aggiungendo l’utilizzo delle risorse mentali: KINTSUGIMENTAL®.

K. è la metafora del valore arricchente dell’esperienza, metafora di cambiamento e trasformazione CREATIVA della VITA, di accettazione positiva di tale trasformazione; è un modo per legare i frammenti apparentemente non collegati, di idee e situazioni di vita di una persona, in una nuova esperienza.

Così, quando si parla di alleviare le ferite della vita, dobbiamo portare alla mente l’immagine di una ciotola riparata con il kintsugi, in cui le crepe e le fratture, si trasformano in un nuovo contenitore di maggior valore ed unicità.

E’ così che il grande contenitore K., ci porta a considerare come ogni storia, anche la più travagliata, è fonte di bellezza e che ogni cicatrice è una risorsa preziosa. Mettere a fuoco che le nostre esperienze passate formano il presente, ci apre a nuove risorse, che opportunamente attivate, ci danno nuova vita, ri-animando i nostri comportamenti e dando nuove chance alle nostre scelte.

Per meglio comprendere, usiamo la metafora del kintsugi e fondiamo la terapia KeyMethod: l’uomo è il vaso, le rotture sono gli eventi in cui si imbatte nella vita, l’oro, gli smalti. Le preziose atmosfere policrome che lo rendono unicamente attraente, sono: cultura, arte, musica, immaginazione, creatività; il collante che li unisce è la mente umana, collante reso potente dall’utilizzo di ipnosi, visualizzazioni guidate, training sensoriali.

Eccoci così di fronte a questa epoca assolutamente nuova, che ci ha fatto tutti i pezzi, chi più chi meno, ma tutti nessuno escluso siamo oggi un vaso da riparare. Così nel nostro laboratorio K, stiamo preparando un forno alchemico, così mi piace vederlo, per forgiare i nuovi talenti umani, individui forti e creativi, in grado di rispondere alla sfida del nuovo paradigma umano.

https://kintsugimental.wordpress.com

Federica Manfredi Art

Kintsugi come forza, resistenza, coraggio: Shero, opera di Federica Manfredi Art, incarna la bellezza delle ferite curate.
Ho incontrato Federica Faith Manfredi a Lucca Comics & Games l’anno scorso. Federica aveva saputo che ero lì a condurre dei corsi di Kintsugi e ha voluto conoscermi per raccontarmi di come avesse interpretato la sua metafora.
Ho un bellissimo ricordo di Lucca Comics e ringrazio ancora Aldo Gottardo per avermi invitata: ci saremo anche in questo 2020 così strano?


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Shero

1) come hai scoperto l’arte Kintsugi? Fu grazie ad una mia cara amica illustratrice e organizzatrice di mostre ed eventi (nome d’arte Ixie Darkonn). In una delle nostre ampie chiacchierate, mi nominò quest’arte e mi mostrò delle immagini su internet. Rimasi molto colpita, non solo dalla bellezza di quei vasi ma anche e soprattutto dal significato simbolico che si può desumere o attribuire… Sin da piccola provo dispiacere per ciò che si rompe e, di mio, tento sempre di riparare prima di arrendermi e buttare! E scoprire che lo si può fare rendendo l’oggetto ancora più bello e prezioso, un oggetto d’arte, mi ha molto affascinata. Anni prima, infatti, riguardo a fratture/ferite invece dell’animo, arrivai alla risposta che una ferita anche profonda può diventare la tua forza, se tu ci lavori. E’ il lavoro… sulla psiche o su un oggetto che dà il valore aggiunto. Il parallelismo tra le fratture degli oggetti e le ferite del cuore, fu immediato nella mia mente…


2) cosa ti ha spinto a viverla su di te? Il fatto che diversi anni fa, delle ferite subite, mi avevano atterrato… nel mio percorso per risollevarmi, una volta di nuovo in piedi pensai: “Fai della ferita la tua forza!” In un certo senso è stata un opera di kintsugi! Appena ho saputo di quest’arte ho fatto subito il parallelo. Oggi dico, oltre alla tua forza, fanne anche la tua bellezza!


3) cos’è per te il Kintsugi? Un’idea profondamente umana che parte da un concetto semplice ma che diventa un’arte! Un’arte che non vive di protagonismo ma quasi un “dietro le quinte”, a servizio delle altre arti laddove c’è da porre rimedio ma che riportando in vita l’oggetto crea al tempo stesso un oggetto nuovo! Diventa protagonista con umiltà e questo ne rivela poi tuttta la sua grandezza! Ciò che è rotto non è necessariamente da buttare, anche quando ci sentiamo finiti abbiamo invece una via per tornare a splendere. Purtroppo non ho mai avuto modo di praticarla ma ho esperienza di modellazione, sbalzo, cesello, incisione, cera, insomma sono molto predisposta oltre che per il disegno, per le altri che lavorano i materiali. Studiai nela prima gioventù anche la tecnologia dei materiali, sono sempre in tempo quindi per provare con risultati decenti anche quest’arte!

4) raccontami il tuo progetto.

E’ nato in occasione di un concorso del quale seppi pochissimi giorni prima che scadesse. Il concorso StepUp!, curato in Italia da Di.R.E., prevedeva proprio la creazione di una super eroina che fosse di ispirazione per le donne vittime di violenza di ogni tipo. Ho visto subito la mia Shero, percorsa da bellissime crepe dorate sul corpo che rappresentavano le ferite del suo animo che grazie ad un dono e alla sua volontà e umanità, sono diventate appunto la sua forza, il suo super potere.

Attraverso di esso, la mia Shero riesce a curare le ferite dell’animo delle donne che hanno subito violenza. Permette loro di guarire per diventare più forti e riconquistare la propria vita, la propria serenità. E mostra agli uomini fautori di violenza, una consapevolezza diversa affinché non commettano più simili atti e non lascino in eredità ai propri figli la propria violenza… e non solo a loro ma anche a quelle donne che come madri, hanno formato uomini simili. Solo la consapevolezza delle ferite e della forza dell’animo umano, può spezzare il cerchio.

Come è diventata una super eroina, quindi? E’ una donna ferita sin dall’infanzia, da genitori anaffettivi che non hanno saputo trasmetterle cosa è un rapporto d’amore sano, ha subito violenze psichiche e a volte fisiche. Ha lottato tanto nella vita per scoprire se stessa, imparare ad amarsi, riconoscere le persone da amare e che potevano davvero amarla. Conquistata questa consapevolezza, durante un viaggio in Giappone, usando l’arte del kung fu che pratica sin da ragazzina, salva una donna che stava per essere violentata da un uomo (ma può benissimo trattarsi anche di violenza domestica). La quale, artista kintsugi e detentrice di poteri speciali avuti dalla madre che li ebbe dalla nonna (ecc.), per ringraziarla le fa un dono, un potere simile al suo: riuscire a riparare oggetti con la telecinesi ma visto l’alto livello di coscienza raggiunto dalla ragazza, questo potere si evolve nella capacità di riparare anche il cuore delle persone. L’onda (l’acqua) del mare finale simboleggia la rinascita e il network W.A.V.E (Women Against Violence Europe)

BREVE BIO

Federica Manfredi è un’artista che vive e lavora a Roma, opera nell’ambito del fumetto, la nona arte, fin dagli anni ‘90, creando fumetti e illustrazioni di generi diversi! Da metà anni ’90 fino al 2004 solo per editori italiani, anche lavori autoriali. Tra i tanti editori: Editrice Universo, Star Comix, Indy Press (con il suo Magenta), Liberty (con il suo Quietearth), Scarabeo (Arcana Mater). In seguito e fino a poco tempo fa: Editoriale Aurea, WBS, Batman Crime Solver, Prankster, Ded’A (con il suo Acqua e Fuoco) e Rainbow.

Dal 2004 al 2017 lavora soprattutto per editori USA: Marvel, Tokyopop, IDW, Devil’sDue, Amazons Studios, Dark Horse, Take Two Interactive per la canadese Chapterhouse Publishing.

Tante sono le copertine, le locandine e gli storyboard realizzati per romanzi, fiere e studi di grafica e distribuzione cinematografica.

Attualmente lavora su più fronti: Per l’EditorialeNovanta sta inchiostrando un fumetto disegnato da una grande fumettista giapponese (Yoshiko Watanabe), Illustra un libro per bambini sugli scacchi dal titolo “Ma che sei matto?“, realizza studi di sfondi e personaggi per un videogioco tratto da un’opera teatrale, Metrion e su illustrazioni per giochi da tavolo. Insegna disegno in un caffè letterario.

E’ tornata ad occuparsi del seguito di una sua opera autoriale dei primi anni 2000, Magenta, oggi intitolata Magenta&Green e che pubblica online.

Paola Matera

Kintsugi come metafora della vita, come capacità di accettare il cambiamento e fare di una sconfitta la propria forza.
Ho conosciuto Paola Matera nel luglio 2016. A quell’epoca il carissimo amico Aurelio Pitino mi chiese di presentare una parte del Anno Domini Multifestivall ad Oropa.
Nel pomeriggio artisti e cantanti si alternarono sul palco per raccontare con la loro arte le loro storie.
Paola, medico al pronto soccorso, arrivò dopo una notte di lavoro. Non ebbe alcuna esitazione nel donare la sua musica e la sua storia.
Così come non ha avuto alcuna esitazione a raccontarla a noi, nella profonda intimità di un fatto grave, pesante, e molto doloroso.
E per questo la ringrazio molto 


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Paola Matera

“Tutto è iniziato nel 2000 quando in seguito a una delusione d’amore ho iniziato ad avere forti crampi allo stomaco.
Ero già un medico del 118 e in quell’occasione i miei colleghi hanno iniziato a farmi terapia antidolorifica; sono seguite gastroscopia, colonscopia e hanno visto che avevo un ulcera sanguinante allo stomaco.
Sono stata ricoverata per circa 15 giorni; nel frattempo sono peggiorata, nessuno capiva cosa avessi.
Alla fine sono stata operata d’urgenza all’intestino.

Mi hanno confezionato una stomia ovvero il sacchettino e hanno iniziato a farmi terapie molto pesanti.
Peggiorava di giorno in giorno, stavo veramente andando in una sola direzione: la morte.

I miei colleghi hanno deciso di trasferirmi alle Molinette di Torino e sono stata ricoverata per circa 3 mesi; ho subito un altro intervento all’intestino, sedute di plasmaferesi che è una cosa tipo la dialisi; assumevo circa 30 pastiglie al giorno.
Sono rientrata a casa con 25 kg in meno, non riuscivo neanche a muovere un muscolo ma ho deciso di riprendere a vivere: andando a lezione di canto dovevo rieducare la mia cassa toracica a respirare.

Perdendo tutta la massa muscolare, se mi cadeva un pezzo di carta a terra non riuscivo a raccoglierlo perché era molto difficile rialzarmi da terra.
Ho capito in quel periodo di essere una donna cazzuta e che dovevo sfruttare tutte le mie risorse per migliorare me stessa e per iniziare a volermi bene.

La musica mi ha aiutato moltissimo, ho avuto amici carissimi che mi hanno sostenuto e la mia famiglia. Ero un giovane medico libero professionista, sono stata a casa un anno senza stipendio.
Ma a me non importava perché ero certa che prima o poi sarei guarita tornata a lavorare.

Il 7 maggio del 2001 chiudevano la stomia e io ho ricominciato a vivere la mia vita.
Conservo ancora le cicatrici di quell’evento e di tutti gli interventi subiti

Da allora ho smesso di indossare il costume intero, non ho più paura di mostrare il mio addome anche se ricoperto da cicatrici, quelle cicatrici parlano di sofferenza ma parlano di lotta di Vittoria, di vita e di amore.

Il mio corpo è un po’ come i tuoi vasi a cui è stata data una seconda possibilità, una seconda vita sicuramente più preziosa e più bella.

Grazie infinite Chiara prima o poi anch’io voglio imparare la tua arte”

Marika Patelli

Cocci ricomposti e mescolati.Un anno fa, il 26 di maggio, si svolgeva a Graglia e Sordevolo la Festa della Ceramica organizzata da Simone Stefani e Cinzia Petraroli. Tra mostre e corsi venne inserito anche il mio laboratorio di Kintsugi, ed è in quella occasione che ho conosciuto Marika Pittrice: sono molto contenta di presentare le sue opere, frutto della sua creatività.
Ci tengo a ricordare che nelle sale del Santuario di Graglia fu presentata la mostra fotografica di Alberto Moro photographer sull’arte Kintsugi. Una bella festa, ricca e partecipata, e oggi mi sento di fare l’augurio affinchè presto possa essere riproposta.


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Sono venuta a conoscenza del Kintsugi tramite un mio amico che mi chiedeva se sapevo di quest’arte
e della sua filosofia; così mi ha inviato il titolo del libro “Kintsugi l’aerte di riparare con l’oro”
di Chiara Lorenzetti.
Per saperne di più mi sono informata se eventualmente ci fosse stato un corso vicino ad Ivrea
ed è stato proprio un anno fa a maggio che ho fatto un corso a Graglia e ho conosciuto Chiara;
è stato molto interessante e mi sono subito appassionata.
Non vedevo l’ora di rompere qualche oggetto per poterlo ricostruire e vedere come cambiava aspetto e si impreziosiva.
In quest’anno però mi sono detta che per fare oggetti particolari li dovevo personalizzare così ho incominciato ad inserire nelle rotture vetrini del mare, pietre e cocci: ora sto lavorando a una serie di ciotole nere giapponesi inserendo nelle crepe pietre dure come turchesi, topazi e cristalli.

Principalmente lavoro con oggetti giapponesi, cinesi, marocchini e ceramiche di Castellamonte.

Oltre all’aspetto artistico il Kintsugi mi ha molto affascinato anche la sua filosofia che tra l’altro
in questo momento mi sembra veramente attuale.
Finita questa pandemia raccoglieremo i nostri cocci per una vita migliore,vcon molte crepe ma
sicuramente diversi e più forti.

Marika Patelli

Raku Kichizaemon on the Avant-Garde Tradition of Raku Ware (traduzione integrale)

Prendiamoci il tempo della bellezza

“Le persone dicono che le mie intense tazze da tè yakinuki hanno infranto la tradizione Raku, che il mio lavoro non ha alcuna connessione con Chojiro e la sua arte. Personalmente, però, sento un collegamento diretto e continuo con Chojiro e il suo lavoro.
Raku KighizaemonQuindicesimo capofamiglia della famiglia Raku
Gli oggetti Raku costituiscono uno degli stili più important della ceramica giapponese. La cerimonia del tè è diventata popolare negli anni Settante del sedicesimo secolo, quando la Guerra lasciò il posto al period Momoyama e all’inizio dell’età moderna. Fu l’alba di una nuova era – un’epoca di commercio in crescita e maggiore libertà. Fu allora che fiorì la cultura del tè ed entrò in scena Sen no Rikyu. Questi si avvalse del talento di un ceramista di nome Chojiro, l’inventore della ceramica Raku.
Le tazze Raku sono profondamente intrise della visione giapponese di natura e pensiero. Le tazze da tè di Chojiro mostrano un approccio molto ordinario alla forma: egli soppresse energicamente l’urgenza di introdurre difformità. Eppure, c’è in esse una libertà illimitata. É difficile esprimere a parole questo senso di moderazione. É diverso dal senso occidentale di “semplicità”. Nemmeno “simmetria” offer un senso adeguato. É difficile descrivere le forme sfumate di contenitori formati a mano. Le tazze non sono deformate intenzionalmente. Le loro forme non sono contorte o astrusamente creative. Non c’è nulla di speciale nelle loro forme, solo sottili sfumature. Queste leggere distorsioni costituiscono l’essenza delle tazze da tè Raku.Gli oggetti Raku, come generalmente tutte le ceramiche giapponesi, non tendono alla perfezione. Hanno sottili distorsioni, irregolarità che lasciano spazio alla riflessione sulla ricerca dell’armonia e dell’unione con la natura.Gli oggetti privi di difetti sono universali in un modo che permette a chiunque di percepire ciò che hanno di speciale. Ma in essi c’è meno filosofia nascosta da esplorare. Le persone si sentono a loro agio ad aprire il proprio cuore verso qualcosa di imperfetto. Questo ci offre una forte connessione con la natura.
Accanto alle tazze nere e al loro significato simbolico, abbiamo anche le tazze Raku rosse. Queste non sono di un rosso acceso. Si tratta dell’argilla che aveva affascinato Rikyu e a cui Chojiro ha dato espressione. La trama e il colore dell’argilla definiscono le tazze Raku rosse. Non ottengono il loro colore da invetriatura o vernici: deriva dall’argilla. Il calore del forno ossida il ferro contenuto nell’argilla, facendolo diventare rosso in modo naturale. Il colore che ne deriva e la trama sono ciò che apprezziamo in queste opere. Un punto essenziale degli oggetti Raku è l’attenzione su questi due colori: rosso e nero.
Per le ceramiche affidiamo il risultato finale alla forza della natura. Al contrario, i pittori, per esempio, dipingono ciò che preferiscono su una tela bianca. La pittura è una forma di espressione di se stessi. Prendi le tue idee, le emozioni e le percezioni e le fissi sulla tela. La stessa cosa accade per le ceramiche, fino a un certo punto: esprimi te stesso dando forma all’argilla e scegliendo l’invetriatura. Ma, alla fine, prendi l’affermazione di te stesso e la metti nel fuoco. Permetti che il resto lo faccia la natura. Il risultato non è mai lo stesso. Le variabili nel forno producono risultati inaspettati, addirittura sorprendenti.
Non sono sicuro che la creazione di tazze da tè possa essere considerata una forma d’arte. In un certo qual modo, creare oggetti è come pregare. Quel senso di preghiera è ancora presente nelle ceramiche. L’arte della ceramica è una delle poche arti che superano il sé – l’ego dell’artista – è che raggiungono il reame della preghiera.
Chojiro è assolutamente alla base della mia identità. Le impressioni che ho ricevuto da lui e dai suoi lavori hanno formato il nucleo del mio modo di pensare. Chojiro ha prodotto tazze permeate di una grande calma. Ma questa calma contiene qualcosa di profondo. È una profondità che conferisce alle tazze una forza enorme. Non si fanno in quattro per adeguarsi alle preferenze di chi le utilizza. La loro calma incrollabile rende questi oggetti una presenza intensa nella mano. La calma delle tazze di Chojiro affronta l’osservatore con questa intensità. Volendo andare più in profondità, esse affermano le cose come stanno: questo è così, quello invece è così.
La saggezza convenzionale è una sorta di linguaggio comune – qualcosa che ci aiuta a comunicare. Allo stesso tempo, è simile a un arresto dei nostri processi di pensiero. Tutti concordano nel dire che è questo il modo in cui stanno le cose e nessuno lo mette in dubbio. Nessuno sbircia nelle profondità di quelle stesse cose per metterle in dubbio.
Le opere di Chojiro affrontano questa saggezza convenzionale, questi valori di mente ristretta, con un sonoro No! Non è questa la verità! Dice Chojiro: “Bevi il tuo tè da questa tazza nera e non vi troverai nessuno dei bei motivi che ti aspetti. Non troverai i colori vivaci, né la forma elegante.” Tutto ciò che c’è di estraneo è stato eliminato.
La tazza affronta la gente – o i nostri tempi, o i solchi in cui è costretto il nostro pensiero – con intensità estrema. La calma delle opere di Chojiro è significativa a causa dell’intensità che promette.
C’è il desiderio di non essere sviati dalle visioni comuni di ciò che è bello, lussuoso o affascinante da guardare. La tazza nera nasce da questo desiderio.
Non mi piace l’etichetta di artista; ha un che di ammuffito. Non amo neanche “ceramista”. Il nome chawan’ya (produttore di tazze d tè) mi sembra quello più fresco. Non è appesantito dalle convenzioni su termini condivisi. Questo nome sembra collegarsi più direttamente con Chojiro. Ecco perché io sono uno chawan’ya.”

Laetitita Ricci

L’arte in ogni cosa, l’arte dove c’è imperfezione.
L’arte che è incontro, condivisione, solitudine, riflessione.
Oggi nella mostra “Kintsugi, la metafora della vita” presento Laetitia Ricci che ha intuito da una imperfezione la perfezione della metafora Kintsugi
https://www.instagram.com/laetitiaric/

Laetitia Ricci

Il destino mi ha fatto incontrare l’arte del Kintsugi.

Andando al Museo d’arte e scienza di Milano mi sono trovata casualmente faccia a faccia con un vaso bianco con delle cuciture d’oro. Affascinata ne ho parlato con la restauratrice del Museo che mi ha gentilmente spiegato accuratamente come lo avesse restaurato e mi ha raccontato del Kinstugi; era la prima volta che ne sentivo parlare. Ne fui molto colpita e andai a fare qualche ricerca.

Dopo aver fatto una mostra personale di fotografia in bianco e nero al Museo d’arte e scienza lascio le mie foto nel mio box però purtroppo presero umidità. Istintivamente iniziai a buttarle poi mi venne l’idea di utilizzare la filosofia del Kintsugi, non potendo usufruire della tecnica tradizionale. Per prova strappo una foto e nello strappare provo a dare un senso armonioso e farne una storia di eleganza. Essendo anche un’amante del puzzle ho pensato che tutti questi pezzi dovessero rinascere insieme in armonia.

Penso che il Kinstugi sia una forma di meditazione, una pace interiore come una sarta che cuce un abito prezioso o un chirurgo che chiude una ferita con del filo d’oro e sembra che il tempo sia sospeso. Ti regala una magia intima.



La mia mostra fotografica raccontava di Milano. Oggi, 15 aprile 2020, siamo costretti in quarantena da un po’ di tempo quindi ho pensato che attraverso le mie foto potevo prendermi cura di Milano; cosi ho preso la mia fotografia preferita del Duomo e ho iniziato questo percorso di guarigione. L’ho applicato anche all’Arco della pace e alla Torre Filarete del Castello Sforzesco. Desidererei proseguire questo progetto fotografando altri monumenti simbolici di ogni capitale nel mondo intero e anche luoghi di culto. Utilizzando i nostri errori, i nostri fallimenti, le nostre fragilità, le nostre ferite possiamo ricostruire insieme e fare nascere una società degna di questo pianeta.

La sincronicità mi ha fatto scoprire Chiara Lorenzetti ed eccomi qui.

Le sono molto grata nell’avermi dedicato una parte del suo preziosissimo tempo.

Un caro saluto

Laetitia

hai una storia Kintsugi da raccontare? Scrivimi a info@chiaraarte.it –

Kintsugi: accogliamo questo tempo imperfetto

Foto Francesca Savino

Diversi anni fa mi sono appassionata all’arte tradizionale giapponese Kintsugi, una tecnica raffinata di restauro che impreziosisce le linee di rottura delle ceramiche con polvere d’oro puro.

Ammirando le mie opere ho spesso provato l’emozione che dona la bellezza e la malinconia profonda della sua fragilità: cocci sparsi riuniti con lacca urushi, una resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, il tempo lungo, spesso mesi, di attesa tra le varie fasi, la cura lenta delle stuccature, la rifinitura dei dettagli.

In questi anni sono sempre stata cauta con la metafora che alle volte ho visto usare a sproposito e con meri fini di marketing; ma oggi, più che mai in questo momento di debolezza e instabilità, mi sento di doverla raccontare portando il mio contributo alla speranza.

Kintsugi, Kin significa oro, tsugi riparare: quante volte nella nostra vita ci siamo rotti, sopraffatti dalla fatica, quando al tempo eravamo indistruttibili. Quante volte non siamo stati in grado di rialzarci, o pensavamo non l’avremmo saputo fare e poi, con pazienza, ci siamo ricomposti, forti nelle nostre cicatrici. E così, come nell’arte Kintsugi, noi siamo i cocci, e il tempo è la cura, l’attenzione, il nostro oro.

In questi giorni ho avuto modo di fare due riflessioni, una universale e una personale.

Dopo la benedizione Urbi et Orbi del Papa in Piazza San Pietro, ho avuto un’intuizione: l’intera umanità era spezzata in piccoli frammenti, divisa da guerre, fazioni, razzismo, lotte di classe; il virus ci sta ricomponendo, non ha occhi speciali per nessuno. Il Kintsugi sta avvenendo, l’oro nelle crepe sono gli aiuti che molti stanno dando, gli scambi che abbiamo ogni giorno, nazionalità non più in lotta ma unite.

Il virus ha frantumato il nostro quotidiano: i cocci sono ora. Così, sparsi in pezzi, non ci riconosciamo. Abbiamo paura del futuro, tutto è incerto e insicuro e non si vede la fine. Rischiamo di correre disordinati e calpestare qualche pezzetto o perderlo, per non riuscire a ricomporci più.

Quando un cliente rompe un oggetto, la prima cosa che chiedo, è di riporre con cura i cocci dentro a una scatola in attesa di venire a consegnarmeli.

Credo si debba fare così, riporre i nostri cocci con cura, in questo tempo sospeso, senza fretta del futuro che, prima o poi, arriverà.

Teniamoci pronti alla ricostruzione, scegliamo la colla che riunirà le ferite, un libro, il lavoro, la famiglia, la terra, teniamoci pronti a mettere l’oro, perché quello che ci sta accadendo è sì fragilità, ma la fragilità è anche un dono. Dicono i giapponesi che la fragilità è sinonimo di cambiamento, se restiamo rigidi nelle nostre idee non riusciremo mai a mutare.

Fragilità, tempo, cura e la ricercatezza dell’oro: accogliamo questo tempo imperfetto per tornare nuovi, unici e preziosi.

Chiara