Ringraziamenti

Ho trascorso una settimana in Giappone ospite di un progetto di cui potrò raccontare più avanti, legato alla mia passione Kintsugi. Quando sono partita per questo viaggio non avevo aspettative. Sapevo nulla o poco, non conoscevo chi mi avrebbe ospitato e seguito. Non ero mai stata prima in Giappone.
Un salto nel buio mosso dalla mia passione.
Ora, dopo una settimana unica, posso dire che ho incontrato persone gentili, cordiali, accoglienti. Il popolo giapponese ha un raffinato modo poetico di creare legami, un radicato amore per le tradizioni e una gioiosa voglia di divertire e sorprendere.
Grazie a tutti per questa meravigliosa esperienza. 

Ringrazio anche chi da casa mi ha seguito, sostenuto, chi in questi anni non ha mai smesso di avere fiducia in me, nelle mia capacità. Chi ha creduto in me anche e nonostante i fallimenti, gli amici veri, quelli che mi abitano sempre. 

Ps: a settembre vi racconterò tutto e capirete perché sono ancora senza fiato e con gli occhi e il cuore completamente ricchi 
Chiara san
Tokyo, 13 luglio 2018
 

tokyo director

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Wabi sabi, come lo racconto io

Il termine Wabi Sabi nella cultura giapponese ha mille declinazioni. È un concetto estetico di difficile spiegazione, racchiude in sé molte parole e sensazioni.

Wabi  significa ‘dipendenza’ e  sabi significa ‘solitudine’ o ‘distacco’

Wabi Sabi è un concetto che un Giapponese racconta con il silenzio, perché è un sentimento intimo e profondo, una rappresentazione reale di un mondo che vive del distacco delle cose, il senso dell’essenziale, scarno; wabi sabi è il colore della terra, dell’autunno; ha in sé decadenza e malinconia, frugalità e calma.

Quando conduco i miei laboratori di Kintsugi, tra le varie informazioni, mi trovo anche a cercare di spiegare il concetto wabi sabi. Mi viene sempre complicato e ogni volta uso parole diverse, termini nuovi, unisco concetti: mai una volta mi ripeto. E più cerco di spiegarlo e meno ci riesco. E più conduco corsi e meno riesco a farlo.

Ho quindi pensato che il modo migliore per raccontare wabi sabi siano le immagini. Immagini che a me hanno fatto percepire il concetto wabi sabi e che riescano a spiegarlo a chi non lo conosce.

A Lugano ho trovato un albero solitario, piantato nel giardino di un chiostro a metà tra una chiesa e un palazzo moderno. Questo è per me wabi sabi. 

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Vittime dell’immaginazione

Da qualche mese sono stati installati nella mia città e dintorni diversi autovelox. Luce lampeggiante di notte, incutono timore reverenziale e viene da sé che, in mancanza di altre indicazioni del limite di velocità, le macchine rallentino.

Solo pochi giorni fa ho capito che, quelle che dovrebbero essere lenti per inquadrare la targa e la velocità, sono SEMPLICI ADESIVI! Significa che da qualche mese un intero paese è vittima dell’immaginazione.
Mi sento un po’ beffata, a dirla tutta, beffata da una semplice colonnina arancione con una lucetta rossa e un adesivo che ho creduto potesse farmi una multa. Multa che non mi farà mai.   (qui un articolo sugli autovelox finti) 

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Non dovrei stupirmi però, siamo tutti vittime dell’immaginazione. Ci si immaginano amori che non esistono, che sono abitudine, non amore, l’amore è toccarsi. Ci si immaginano esistenze, strade, case, vite, vittime di sogni che non si realizzeranno mai.  Ci immaginiamo piatti di lasagne mentre siamo a dieta, capelli ricci mentre li abbiamo lisci.
Intorno a noi solo maghi di immaginazione, chi ci fa credere ciò che non è, illudendosi spesso da sé. Occorre aprire gli occhi, prestare attenzione e cura e sperare di non incappare in illusionisti di immaginazione.

Le ali di Benedetta

Tra i tanti insegnamenti che la vita dispensa, uno, forse uno dei più importanti, è quello che tra gli amici i sentimenti veri restano.
Può accadere di non vedersi per anni, di sentirsi di rado, ma se si è costruita una casa, le pareti restano intatte.

Così anni fa mi è capitato di imbattermi nelle ali di Benedetta. Benedetta vispa, passionale, vivace, decisa, Benedetta poetessa, nonna, madre, amica.
Benedetta donna. Le sue mani lasciano pezzetti di pane per strada, fiori dipinti ai vetri, un terrazzo dove affacciarsi a incontrarsi la vita. Benedetta ha ali, grandi ali di parole che stende ogni mattina, rannicchiate la notte.

L’alba
L’alba succhia al buio della notte
parole e silenzi che depone
nelle culle di carta
dei romantici insonni

mb

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Benedetta è poetessa, gioca con le parole con garbo e eleganza, conosce le regole e le plasma, modella senza alterigia, con calma e pazienza insegna.
Benedetta studia, legge, e rende la bellezza in dono.

Ieri ho rivisto Benedetta Murachelli a Pantigliate, in occasione del laboratorio di scrittura “Le parole per dirlo” presso la biblioteca comunale, incontro organizzato dal Centro Donne Pantigliate. 
“L’amicizia è un patrimonio, occorre dosarla” e non sprecarla, aggiungo io.
E no, con te Benedetta, l’amicizia non è mai sprecata, ma è una bella certezza.

Per chi non conoscesse Benedetta Murachelli, il suo blog
Pensieri Incustoditi 

Anni fa intervistai Benedetta
Intervista a Benedetta Murachelli 
(Il blog prima aveva un altro nome , ora si chiama Germogli d’arte, ma è una storia passata che non interessa a nessuno, meno che meno a me, per fortuna.)

Sì, l’ho pensato anch’io.

Da qualche anno a Biella, la mia città, c’è una moschea. È stata costruita nel tempo e piano piano abbellita, con un grande giardino intorno e muri colorati.
La moschea si trova accanto al cimitero, i muri confinano e il parcheggio è uno solo.
Mia mamma è sepolta in questo cimitero e spesso mi capita di andare a fare visita al suo ricordo. È successo che in tempi di ramadam e di qualche funerale ci sia stata molta folla nel parcheggio tanto da rendere la vita difficile a tutti.

I primi anni sono stata diffidente, una nuova cultura, mi dicevo che era sbagliato, che forse davvero ci avrebbero portato via il lavoro, che non era giusto che si vestissero diversi da noi, che erano a casa nostra e dovevano seguire le nostre regole. Che il parcheggio era del mio cimitero e non della loro moschea. Ho anche fatto balenare il pensiero che tra di loro potesse esserci qualche terrorista.

Sì, l’ho pensato anch’io.

Ora non più. Negli anni si è addolcito il mio pensiero, non vedo più dei diversi ma delle persone. Non delle differenze insormontabili ma dei costumi, non delle imposizioni ma delle idee. Persone, non casa mia e casa loro, solo casa.

A fianco del muro del cimitero c’è un campo da gioco per i bambini musulmani. Oggi, mentre ero al cimitero, li sentivo ridere e correre. Li sentivo giocare.
E mi è venuto spontaneo sorridere. Perché questo luogo di lacrime era rallegrato dalle grida di bambini, la vita. Senza differenza di razza, sorrisi e giochi oltre un muro.

A portare conforto al silenzio eterno, senza differenza di razza, etnia, ceto sociale o sesso: la stessa unica, identica, dignità.

Pensare che è così semplice…

Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza

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Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’indifferenza, sono tempi bui di tensione e violenze verbali, anni di scorribande nelle piazze, bottiglie rotte, muri imbrattati di ideologia, non di fede che si è persa da tempo dietro a un pifferaio ubriaco.
Ci si inerpica e smarrirsi è un attimo, perdere il cuore intendo, la testa resta ma non ragiona, tenta di non vedere, si scollega da sé in un loop di sveglia, dormiveglia, sonno, vita, morte.

Cosa possiamo ancora scegliere, uomo o Dio che stai al fondo della luce? Ci è data una scelta o si è fatto il tempo nella nullità dell’esistenza?

Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza, l’ho detto, costa fatica restare umani. Costa denaro, costa il cuore. Il mio. Il tuo. Costa la vita. Un prezzo equo per restare umani.

La -vera- filosofia del Kintsugi

Qualche giorno fa ho rivolto a due relatori del convegno “Giappone in Italia” tenutosi al Mudec a Milano, esperti di cultura giapponese, la domanda su quanto sia corretto contaminare  un’arte così antica e unica come l’arte Kintsugi con il nostro mondo occidentale.
I due esperti hanno evidenziato alcuni tratti dell’arte Kintsugi, fuori dalle scene delle grandi opere d’arte, dedicata a piccoli oggetti quotidiani, oggetti che raccontano storie senza per forza avere valori commerciali molto alti. Tutto il contrario del restauro occidentale, rivolto a grandi opere, a preziosi e costosi cimeli, mentre tutto il resto, ciò che non ha valore economico, spesso gettato o peggio ancora riciclato in qualche -irreversibile- maniera (lo stile shabby, per fare un esempio)

Kintsugi quindi è riparare con l’oro oggetti piccoli, rotti, maltrattati dagli anni, oggetti preziosi per la loro identità storica, per i racconti che narrano, per le mani che li hanno toccati, usati. Un oggetto umile, materiali preziosi.

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Questa è una piccola tazza in terracotta giapponese, a forma aperta. Viene usata per il tè del mattino. Non ha valore commerciale ma per il cliente ha un valore affettivo elevato.
Ho usato lacca Urushi, una pregiata resina estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, lacca che impiega una settimana ad asciugare prima di passare alla fase successiva del lavoro: un tempo lento, lentissimo, un tempo senza mente, l’attesa senza denaro. Pare quasi impossibile nell’epoca della fretta.
Per la finitura ho utilizzato polvere d’oro 24kt, ne sono bastati pochi soffi per rendere piena la sua lucentezza.
Lacca Urushi, polvere d’oro 24kt. 
Un oggetto che diventa unico e prezioso. L’estetica del wabi sabi, La sua pienezza.

Un passo avanti, il mio, umilmente, verso la conoscenza.