Paola Matera

Kintsugi come metafora della vita, come capacità di accettare il cambiamento e fare di una sconfitta la propria forza.
Ho conosciuto Paola Matera nel luglio 2016. A quell’epoca il carissimo amico Aurelio Pitino mi chiese di presentare una parte del Anno Domini Multifestivall ad Oropa.
Nel pomeriggio artisti e cantanti si alternarono sul palco per raccontare con la loro arte le loro storie.
Paola, medico al pronto soccorso, arrivò dopo una notte di lavoro. Non ebbe alcuna esitazione nel donare la sua musica e la sua storia.
Così come non ha avuto alcuna esitazione a raccontarla a noi, nella profonda intimità di un fatto grave, pesante, e molto doloroso.
E per questo la ringrazio molto 


-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

Paola Matera

“Tutto è iniziato nel 2000 quando in seguito a una delusione d’amore ho iniziato ad avere forti crampi allo stomaco.
Ero già un medico del 118 e in quell’occasione i miei colleghi hanno iniziato a farmi terapia antidolorifica; sono seguite gastroscopia, colonscopia e hanno visto che avevo un ulcera sanguinante allo stomaco.
Sono stata ricoverata per circa 15 giorni; nel frattempo sono peggiorata, nessuno capiva cosa avessi.
Alla fine sono stata operata d’urgenza all’intestino.

Mi hanno confezionato una stomia ovvero il sacchettino e hanno iniziato a farmi terapie molto pesanti.
Peggiorava di giorno in giorno, stavo veramente andando in una sola direzione: la morte.

I miei colleghi hanno deciso di trasferirmi alle Molinette di Torino e sono stata ricoverata per circa 3 mesi; ho subito un altro intervento all’intestino, sedute di plasmaferesi che è una cosa tipo la dialisi; assumevo circa 30 pastiglie al giorno.
Sono rientrata a casa con 25 kg in meno, non riuscivo neanche a muovere un muscolo ma ho deciso di riprendere a vivere: andando a lezione di canto dovevo rieducare la mia cassa toracica a respirare.

Perdendo tutta la massa muscolare, se mi cadeva un pezzo di carta a terra non riuscivo a raccoglierlo perché era molto difficile rialzarmi da terra.
Ho capito in quel periodo di essere una donna cazzuta e che dovevo sfruttare tutte le mie risorse per migliorare me stessa e per iniziare a volermi bene.

La musica mi ha aiutato moltissimo, ho avuto amici carissimi che mi hanno sostenuto e la mia famiglia. Ero un giovane medico libero professionista, sono stata a casa un anno senza stipendio.
Ma a me non importava perché ero certa che prima o poi sarei guarita tornata a lavorare.

Il 7 maggio del 2001 chiudevano la stomia e io ho ricominciato a vivere la mia vita.
Conservo ancora le cicatrici di quell’evento e di tutti gli interventi subiti

Da allora ho smesso di indossare il costume intero, non ho più paura di mostrare il mio addome anche se ricoperto da cicatrici, quelle cicatrici parlano di sofferenza ma parlano di lotta di Vittoria, di vita e di amore.

Il mio corpo è un po’ come i tuoi vasi a cui è stata data una seconda possibilità, una seconda vita sicuramente più preziosa e più bella.

Grazie infinite Chiara prima o poi anch’io voglio imparare la tua arte”

Marika Patelli

Cocci ricomposti e mescolati.Un anno fa, il 26 di maggio, si svolgeva a Graglia e Sordevolo la Festa della Ceramica organizzata da Simone Stefani e Cinzia Petraroli. Tra mostre e corsi venne inserito anche il mio laboratorio di Kintsugi, ed è in quella occasione che ho conosciuto Marika Pittrice: sono molto contenta di presentare le sue opere, frutto della sua creatività.
Ci tengo a ricordare che nelle sale del Santuario di Graglia fu presentata la mostra fotografica di Alberto Moro photographer sull’arte Kintsugi. Una bella festa, ricca e partecipata, e oggi mi sento di fare l’augurio affinchè presto possa essere riproposta.


-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

Sono venuta a conoscenza del Kintsugi tramite un mio amico che mi chiedeva se sapevo di quest’arte
e della sua filosofia; così mi ha inviato il titolo del libro “Kintsugi l’aerte di riparare con l’oro”
di Chiara Lorenzetti.
Per saperne di più mi sono informata se eventualmente ci fosse stato un corso vicino ad Ivrea
ed è stato proprio un anno fa a maggio che ho fatto un corso a Graglia e ho conosciuto Chiara;
è stato molto interessante e mi sono subito appassionata.
Non vedevo l’ora di rompere qualche oggetto per poterlo ricostruire e vedere come cambiava aspetto e si impreziosiva.
In quest’anno però mi sono detta che per fare oggetti particolari li dovevo personalizzare così ho incominciato ad inserire nelle rotture vetrini del mare, pietre e cocci: ora sto lavorando a una serie di ciotole nere giapponesi inserendo nelle crepe pietre dure come turchesi, topazi e cristalli.

Principalmente lavoro con oggetti giapponesi, cinesi, marocchini e ceramiche di Castellamonte.

Oltre all’aspetto artistico il Kintsugi mi ha molto affascinato anche la sua filosofia che tra l’altro
in questo momento mi sembra veramente attuale.
Finita questa pandemia raccoglieremo i nostri cocci per una vita migliore,vcon molte crepe ma
sicuramente diversi e più forti.

Marika Patelli

Raku Kichizaemon on the Avant-Garde Tradition of Raku Ware (traduzione integrale)

Prendiamoci il tempo della bellezza

“Le persone dicono che le mie intense tazze da tè yakinuki hanno infranto la tradizione Raku, che il mio lavoro non ha alcuna connessione con Chojiro e la sua arte. Personalmente, però, sento un collegamento diretto e continuo con Chojiro e il suo lavoro.
Raku KighizaemonQuindicesimo capofamiglia della famiglia Raku
Gli oggetti Raku costituiscono uno degli stili più important della ceramica giapponese. La cerimonia del tè è diventata popolare negli anni Settante del sedicesimo secolo, quando la Guerra lasciò il posto al period Momoyama e all’inizio dell’età moderna. Fu l’alba di una nuova era – un’epoca di commercio in crescita e maggiore libertà. Fu allora che fiorì la cultura del tè ed entrò in scena Sen no Rikyu. Questi si avvalse del talento di un ceramista di nome Chojiro, l’inventore della ceramica Raku.
Le tazze Raku sono profondamente intrise della visione giapponese di natura e pensiero. Le tazze da tè di Chojiro mostrano un approccio molto ordinario alla forma: egli soppresse energicamente l’urgenza di introdurre difformità. Eppure, c’è in esse una libertà illimitata. É difficile esprimere a parole questo senso di moderazione. É diverso dal senso occidentale di “semplicità”. Nemmeno “simmetria” offer un senso adeguato. É difficile descrivere le forme sfumate di contenitori formati a mano. Le tazze non sono deformate intenzionalmente. Le loro forme non sono contorte o astrusamente creative. Non c’è nulla di speciale nelle loro forme, solo sottili sfumature. Queste leggere distorsioni costituiscono l’essenza delle tazze da tè Raku.Gli oggetti Raku, come generalmente tutte le ceramiche giapponesi, non tendono alla perfezione. Hanno sottili distorsioni, irregolarità che lasciano spazio alla riflessione sulla ricerca dell’armonia e dell’unione con la natura.Gli oggetti privi di difetti sono universali in un modo che permette a chiunque di percepire ciò che hanno di speciale. Ma in essi c’è meno filosofia nascosta da esplorare. Le persone si sentono a loro agio ad aprire il proprio cuore verso qualcosa di imperfetto. Questo ci offre una forte connessione con la natura.
Accanto alle tazze nere e al loro significato simbolico, abbiamo anche le tazze Raku rosse. Queste non sono di un rosso acceso. Si tratta dell’argilla che aveva affascinato Rikyu e a cui Chojiro ha dato espressione. La trama e il colore dell’argilla definiscono le tazze Raku rosse. Non ottengono il loro colore da invetriatura o vernici: deriva dall’argilla. Il calore del forno ossida il ferro contenuto nell’argilla, facendolo diventare rosso in modo naturale. Il colore che ne deriva e la trama sono ciò che apprezziamo in queste opere. Un punto essenziale degli oggetti Raku è l’attenzione su questi due colori: rosso e nero.
Per le ceramiche affidiamo il risultato finale alla forza della natura. Al contrario, i pittori, per esempio, dipingono ciò che preferiscono su una tela bianca. La pittura è una forma di espressione di se stessi. Prendi le tue idee, le emozioni e le percezioni e le fissi sulla tela. La stessa cosa accade per le ceramiche, fino a un certo punto: esprimi te stesso dando forma all’argilla e scegliendo l’invetriatura. Ma, alla fine, prendi l’affermazione di te stesso e la metti nel fuoco. Permetti che il resto lo faccia la natura. Il risultato non è mai lo stesso. Le variabili nel forno producono risultati inaspettati, addirittura sorprendenti.
Non sono sicuro che la creazione di tazze da tè possa essere considerata una forma d’arte. In un certo qual modo, creare oggetti è come pregare. Quel senso di preghiera è ancora presente nelle ceramiche. L’arte della ceramica è una delle poche arti che superano il sé – l’ego dell’artista – è che raggiungono il reame della preghiera.
Chojiro è assolutamente alla base della mia identità. Le impressioni che ho ricevuto da lui e dai suoi lavori hanno formato il nucleo del mio modo di pensare. Chojiro ha prodotto tazze permeate di una grande calma. Ma questa calma contiene qualcosa di profondo. È una profondità che conferisce alle tazze una forza enorme. Non si fanno in quattro per adeguarsi alle preferenze di chi le utilizza. La loro calma incrollabile rende questi oggetti una presenza intensa nella mano. La calma delle tazze di Chojiro affronta l’osservatore con questa intensità. Volendo andare più in profondità, esse affermano le cose come stanno: questo è così, quello invece è così.
La saggezza convenzionale è una sorta di linguaggio comune – qualcosa che ci aiuta a comunicare. Allo stesso tempo, è simile a un arresto dei nostri processi di pensiero. Tutti concordano nel dire che è questo il modo in cui stanno le cose e nessuno lo mette in dubbio. Nessuno sbircia nelle profondità di quelle stesse cose per metterle in dubbio.
Le opere di Chojiro affrontano questa saggezza convenzionale, questi valori di mente ristretta, con un sonoro No! Non è questa la verità! Dice Chojiro: “Bevi il tuo tè da questa tazza nera e non vi troverai nessuno dei bei motivi che ti aspetti. Non troverai i colori vivaci, né la forma elegante.” Tutto ciò che c’è di estraneo è stato eliminato.
La tazza affronta la gente – o i nostri tempi, o i solchi in cui è costretto il nostro pensiero – con intensità estrema. La calma delle opere di Chojiro è significativa a causa dell’intensità che promette.
C’è il desiderio di non essere sviati dalle visioni comuni di ciò che è bello, lussuoso o affascinante da guardare. La tazza nera nasce da questo desiderio.
Non mi piace l’etichetta di artista; ha un che di ammuffito. Non amo neanche “ceramista”. Il nome chawan’ya (produttore di tazze d tè) mi sembra quello più fresco. Non è appesantito dalle convenzioni su termini condivisi. Questo nome sembra collegarsi più direttamente con Chojiro. Ecco perché io sono uno chawan’ya.”

Laetitita Ricci

L’arte in ogni cosa, l’arte dove c’è imperfezione.
L’arte che è incontro, condivisione, solitudine, riflessione.
Oggi nella mostra “Kintsugi, la metafora della vita” presento Laetitia Ricci che ha intuito da una imperfezione la perfezione della metafora Kintsugi
https://www.instagram.com/laetitiaric/

Laetitia Ricci

Il destino mi ha fatto incontrare l’arte del Kintsugi.

Andando al Museo d’arte e scienza di Milano mi sono trovata casualmente faccia a faccia con un vaso bianco con delle cuciture d’oro. Affascinata ne ho parlato con la restauratrice del Museo che mi ha gentilmente spiegato accuratamente come lo avesse restaurato e mi ha raccontato del Kinstugi; era la prima volta che ne sentivo parlare. Ne fui molto colpita e andai a fare qualche ricerca.

Dopo aver fatto una mostra personale di fotografia in bianco e nero al Museo d’arte e scienza lascio le mie foto nel mio box però purtroppo presero umidità. Istintivamente iniziai a buttarle poi mi venne l’idea di utilizzare la filosofia del Kintsugi, non potendo usufruire della tecnica tradizionale. Per prova strappo una foto e nello strappare provo a dare un senso armonioso e farne una storia di eleganza. Essendo anche un’amante del puzzle ho pensato che tutti questi pezzi dovessero rinascere insieme in armonia.

Penso che il Kinstugi sia una forma di meditazione, una pace interiore come una sarta che cuce un abito prezioso o un chirurgo che chiude una ferita con del filo d’oro e sembra che il tempo sia sospeso. Ti regala una magia intima.



La mia mostra fotografica raccontava di Milano. Oggi, 15 aprile 2020, siamo costretti in quarantena da un po’ di tempo quindi ho pensato che attraverso le mie foto potevo prendermi cura di Milano; cosi ho preso la mia fotografia preferita del Duomo e ho iniziato questo percorso di guarigione. L’ho applicato anche all’Arco della pace e alla Torre Filarete del Castello Sforzesco. Desidererei proseguire questo progetto fotografando altri monumenti simbolici di ogni capitale nel mondo intero e anche luoghi di culto. Utilizzando i nostri errori, i nostri fallimenti, le nostre fragilità, le nostre ferite possiamo ricostruire insieme e fare nascere una società degna di questo pianeta.

La sincronicità mi ha fatto scoprire Chiara Lorenzetti ed eccomi qui.

Le sono molto grata nell’avermi dedicato una parte del suo preziosissimo tempo.

Un caro saluto

Laetitia

hai una storia Kintsugi da raccontare? Scrivimi a info@chiaraarte.it –

Kintsugi: accogliamo questo tempo imperfetto

Foto Francesca Savino

Diversi anni fa mi sono appassionata all’arte tradizionale giapponese Kintsugi, una tecnica raffinata di restauro che impreziosisce le linee di rottura delle ceramiche con polvere d’oro puro.

Ammirando le mie opere ho spesso provato l’emozione che dona la bellezza e la malinconia profonda della sua fragilità: cocci sparsi riuniti con lacca urushi, una resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, il tempo lungo, spesso mesi, di attesa tra le varie fasi, la cura lenta delle stuccature, la rifinitura dei dettagli.

In questi anni sono sempre stata cauta con la metafora che alle volte ho visto usare a sproposito e con meri fini di marketing; ma oggi, più che mai in questo momento di debolezza e instabilità, mi sento di doverla raccontare portando il mio contributo alla speranza.

Kintsugi, Kin significa oro, tsugi riparare: quante volte nella nostra vita ci siamo rotti, sopraffatti dalla fatica, quando al tempo eravamo indistruttibili. Quante volte non siamo stati in grado di rialzarci, o pensavamo non l’avremmo saputo fare e poi, con pazienza, ci siamo ricomposti, forti nelle nostre cicatrici. E così, come nell’arte Kintsugi, noi siamo i cocci, e il tempo è la cura, l’attenzione, il nostro oro.

In questi giorni ho avuto modo di fare due riflessioni, una universale e una personale.

Dopo la benedizione Urbi et Orbi del Papa in Piazza San Pietro, ho avuto un’intuizione: l’intera umanità era spezzata in piccoli frammenti, divisa da guerre, fazioni, razzismo, lotte di classe; il virus ci sta ricomponendo, non ha occhi speciali per nessuno. Il Kintsugi sta avvenendo, l’oro nelle crepe sono gli aiuti che molti stanno dando, gli scambi che abbiamo ogni giorno, nazionalità non più in lotta ma unite.

Il virus ha frantumato il nostro quotidiano: i cocci sono ora. Così, sparsi in pezzi, non ci riconosciamo. Abbiamo paura del futuro, tutto è incerto e insicuro e non si vede la fine. Rischiamo di correre disordinati e calpestare qualche pezzetto o perderlo, per non riuscire a ricomporci più.

Quando un cliente rompe un oggetto, la prima cosa che chiedo, è di riporre con cura i cocci dentro a una scatola in attesa di venire a consegnarmeli.

Credo si debba fare così, riporre i nostri cocci con cura, in questo tempo sospeso, senza fretta del futuro che, prima o poi, arriverà.

Teniamoci pronti alla ricostruzione, scegliamo la colla che riunirà le ferite, un libro, il lavoro, la famiglia, la terra, teniamoci pronti a mettere l’oro, perché quello che ci sta accadendo è sì fragilità, ma la fragilità è anche un dono. Dicono i giapponesi che la fragilità è sinonimo di cambiamento, se restiamo rigidi nelle nostre idee non riusciremo mai a mutare.

Fragilità, tempo, cura e la ricercatezza dell’oro: accogliamo questo tempo imperfetto per tornare nuovi, unici e preziosi.

Chiara

Francesca Anibaldi

“Ciao Chiara ,
Non ci conosciamo. Il tuo contatto mi è uscito su fb. E niente è a caso…
Un abbraccio
Francesca”

Le vostre storie di Kintsugi, la bellezza di un’arte che non è solo tecnica ma incarna la vita stessa. Grazie, non posso fare altro che dirti grazie Francesca, grazie alle storie che mi state mandando.
-seguite le foto per vedere le storie e le opere degli artisti in mostra-
Se hai una storia o un’opera Kintsugi, scrivimi a info@chiaraarte.it

“Mi chiamo Francesca, Franza per gli amici del cuore. Un marito british, un figlio meraviglioso.
La mia vita era frenetica, superinpegnata col lavoro che mi portava in tutto il mondo.
Esattamente 5 anni fa lo stop. Un tumore al seno. Paura e coraggio. Coraggio e paura.
Poi la ricostruzione prima interiore poi esteriore. La esteriore però non va come doveva andare. Vengo operata altre 3 volte. L’ultima 10 mesi fa. Che mi lascia svuotata.
E allora capisco che dovevo iniziare un altro viaggio con me stessa, con amore e accettazione. E comincio a capire che quelle cicatrici erano la mia parte più bella.
Narravano la mia storia. Ho frequentato un laboratorio di kintsugi. Sono buddista e credo che niente sia a caso. Ho incontrato il Kintsugi esattamente al momento giusto.

Rottura diventa bellezza. Le mie cicatrici diventano d’oro.

Grazie .

Francesca Anibaldi

Barbara Matilde Aloisio

Torno alla ceramica, questa volta con l’artista ceramista Barbara Aloisio (la trovate su instagram https://www.instagram.com/ra.ba.ma/)
Ho conosciuto Barbara durante l’ultimo corso di tecnica tradizionale che ho tenuto a Milano, il 5-6 ottobre 2019, un corso bello e sereno, fatto di scambi e condivisione. Ed era proprio nell’incontro nel laboratorio di Barbara che avremmo continuato a studiare tecnica e cultura; ma nessun problema, sarà solo più avanti nel tempo.

Se avete un’opera o un pensiero Kintsugi, scrivetemi a info@chiaraarte.it

L’arte kintsuji l’ho scoperta per caso essendo artista ceramista, mi affascinavano quelle linee d’oro dal sapore orientale. Ma il vero incontro è avvenuto più tardi approfondendo la sua storia.

In un primo momento mi sono avvicinata all’arte kintsuji per ridare vita a pezzi di ceramica che subivano qualche crepa in cottura. Il passo successivo è stato quello di creare rotture, ecco che ora la cerchi e quel pezzo integro si rivela ai tuoi occhi sotto forma di tanti nuovi cocci a cui trovare un posto, una collocazione, riscrivendo un ordine di idee. Ti trovi a ristudiarlo cercare gli incastri per poi trovare qualcosa di inaspettato, una storia tradotta in linee, linee di confine, linee di pace, di una forma riconquistata.

Il kintsuji l’ho avvicinato in un momento della mia vita denso di emozioni e segnato da grandi perdite. Accostare un coccio all’altro rappresenta prendere a poco a poco con tanta pazienza stralci di vita, trovare i giusti accostamenti, accogliere gli eventi e senza farsi trovare disarmati ricostruire una storia. Con compassione e fermezza ammirare quel tracciato nuovo che si delinea in fili d’oro. Rimane poi seguire il fluire di quelle nuove scritture che inevitabilmente segnano nuove rotte e nuovi porti da cui ammirare l’orizzonte.

I pezzi che presento in questa mostra virtuale fanno parte di un ampio progetto in cui ho creato una serie di alberi, abitati da presenza e custodie per sogni. Vorrei raccontarvelo così:

Sono cresciuta camminando nei boschi e frequentando l’orto di mia nonna, poi la campagna … le piante rappresentano per me un compagno, un essere vivente, qualcuno che coglie sensibilità simili alle nostre e per certi versi più evoluti.

I miei alberi sono viventi e per questo sognanti, ospitano creature e li sopra c’e il vivere di un mondo, l’accadere di un universo semplice, fatto di piccoli accadimenti. Il tempo opera e trasforma attraverso i vissuti questi elementi alberi, vibrano ascoltano e convivono con noi.

Mi piace pensare che ci possa essere un giardino sempre pronto in cui andare a ristorarsi, fermarsi sotto le fronde di un albero , ascoltare il cinguettare di un uccellino, magari lasciargli qualcosa da mangiare, scoprire i suoi nidi, camminare ancora, e poco più avanti, incappare in qualcosa di magnifico , di esterrefatto, di fronte al quale stupirsi, raccogliere un appunto che possa far diventare quel giorno un po’ più memorabile di un altro, perché una nuova condivisione è inciampata nei miei piedi, e riprendere e camminare.

(… su di un amaca ho visto un fiore/ soffiami di un cartamodello di gioia/ che possa sfilare dal cassetto/ per ogni giorno di amore. )

Barbara Aloisio

P.S. ringrazio Marina Marchesi per le foto

Valeria Benatti

L’arte Kintsugi non è solo ricostruzione dei cocci in ceramica, ma è anche potente metafora della vita.
La si incontra nelle relazioni, spesso complicate, così come Valeria Benatti ha ben descritto nel suo libro “Gocce di Veleno”
Ho conosciuto Valeria qualche anno fa, durante uno dei miei corsi di tecnica moderna, organizzati in collaborazione con Giappone in Italia, ospiti della delicata e cordiale Barbara di La Teiera Eclettica: ha voluto sperimentare con mano l’arte Kintsugi passando dalla metafora alla ceramica, perché, in fondo, è questo il modo migliore per comprenderla.

“Stavo scrivendo il mio secondo romanzo, “Gocce di veleno”, che è la storia di una guarigione, quando sono incappata in una foto che mi ha colpita. L’ho vista sui social, era una tazza riparata con l’oro, e la didascalia raccontava per sommi capi l’arte del kintsugi. Volli approfondire perché il tema delle ferite da superare era centrale nel mio libro. La protagonista, Claudia, esce malconcia da un amore malato e frequentando un centro antiviolenza “scopre” di essere stata vittima di molestie da bambina. Si trova dunque a dover in qualche modo curare anche cicatrici profonde e antiche, di cui si vergogna. Ebbene la riparazione con l’oro insegna proprio il contrario, e quindi ho inserito nel romanzo alcune pagine dedicate al superamento della vergogna, e alla riparazione dei traumi usando proprio il kintsugi come splendida metafora.

A libro pubblicato sono anche riuscita a partecipare a un corso basico per imparare a riparare con l’oro, e con immensa gioia ho messo in pratica quanto avevo teorizzato. Questa la coppetta che ho aggiustato con le mie mani. E a riprova che sono guarita anch’io, ho intitolato l’ultimo romanzo “Da oggi voglio essere felice”!”

Ilaria Cavallari

Ricordo sempre con grande tenerezza e affetto i miei allievi del corso di tecnica tradizionale “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro”
Ma la prima classe resta a tutti gli effetti quella alla quale sono rimasta più legata, diversi anni fa, organizzata a Milano in collaborazione con Giappone in Italia.
Era la mia prima esperienza di insegnamento, avevo tanta passione ma di sicuro molte meno conoscenze di quelle che ho oggi.
Ilaria Cavallari è riuscita a creare una sua linea Kintsugi che amo molto, linee chiare e semplici,uno stile sobrio e meticoloso -non potrebbe essere diversamente visto il suo background da restauratrice-

Per anni sono stata attratta dalla filosofia e dall’arte Kintsugi e quando, per una fortunata casualità, ho incontrato Chiara Lorenzetti e’ stato per me naturale ed essenziale seguire il suo corso per poter apprendere questa tecnica tradizionale Giapponese.

Da restauratrice di opere d’arte ligia al protocollo che la mia professione mi impone, sono felice di poter sviluppare parte della mia creatività nel Kintsugi.
In questo modo mi è possibile unire l’aspetto pratico e scientifico a quello creativo per sperimentare nuove vie di riparazione, che sfociano a loro modo nella meditazione e nella guarigione.
Mai come in questo momento emerge l’esigenza di valorizzare la pazienza, l’attesa, la lentezza che port
a il bello alla luce, una rottura alla rinascita e allo splendore.

Eseguo Kintsugi tradizionale con lacca urushi e polvere d’oro su oggetti rotti, donando loro nuova vita ed una preziosa unicità.
Amo le pietre dure per la loro energia ed unione con la terra motivo per cui in alcuni casi le inserisco all’interno dell’oggetto.
È una ricerca artistica ma anche spirituale poiché la rottura e la ricostruzione sono parti integranti di un processo di guarigione.

Ho creato una linea di ciondoli “LinfaOro”: impronte di foglie su ceramica su cui eseguo il Kintsugi tradizionale.
Questa ispirazione mi è arrivata dal grande potere della natura che trova dopo ogni inverno, anche il più rigido, l’energia per rinascere.



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Cinzia Fantozzi

“La rinascita, il respiro ritrovato, la forza necessaria per spiccare il volo” : questo raccontano le -femminee crisalidi kintsugi- di Cinzia Fantozzi e più che mai in questo periodo abbiamo bisogno della forzaper spiccare il volo.
Ho conosciuto Cinzia Fantozzi in compagnia di Elisa Simonelli durante uno dei miei primi corsi presso Arte Insieme, nella quiete che solo Melania Cavalli e Nadia Crusco sanno ricreare.
Ho bei ricordi di quel giorno, e sono davvero felice di vedere le opere che ne sono nate.

Appassionata d’arte giapponese avevo visto alcuni lavori impreziositi dal Kintsugi in rete. In un mondo dove tutto è frenetico e dove devi essere sempre perfetta, questo concetto mi aveva molto colpito. Ho conosciuto Chiara, professionista molto preparata e sensibile, ho seguito un suo corso e mi si è aperto un mondo. Ho applicato i suoi insegnamenti alla mia ricerca artistica incentrata sulla donna e la femminilità. Ognuno di noi, soprattutto noi donne, portiamo delle cicatrici che la vita quotidianamente ci infligge. Saper valorizzare anziché nascondere, oltre che essere un modo per metabolizzare e superare più facilmente il dolore, ci rende unici.

Quest’opera è la prima delle mie femminee crisalidi kintsugi realizzata dopo gli insegnamenti di Chiara ed applicata alla tecnica Raku. Il bruco, divenendo crisalide, ha completato la sua trasformazione. Manca ancora una prova da superare per diventare farfalla, dovrà raccogliere abbastanza forza nelle ali per riuscire a rompere l’involucro di seta in un unico tentativo. La rinascita, il respiro ritrovato, la forza necessaria per spiccare il volo. Metafora di ritorno alla vita. Le ferite inevitabilmente rimarranno nell’anima e nel cuore, cicatrici della memoria, filo conduttore che attraverso il varco porta la nuova energia e ci rende unici.”