Scrivere, che bella storia!

Scrivere, tutti scriviamo!
Beh, non proprio tutti ma un bel numero corposo e succulento! A partire dai social, Facebook, Twitter, passando dai blog, quanti ce ne saranno al mondo? Quanta gente batte freneticamente i tasti nella speranza di infilare dieci parole corrette una dopo l’altra?
Scrivere, scriviamo in tanti, di noi, della vita, dei sogni, dell’amore, di poesia, delle notizie, i giornalisti scrivono di notizie, anche di bufale, ma spesso di notizie e opinioni.
E spesso le scrivono male.

Forse ci siamo persi un pezzo, forse per la smania di arrivare UNO e di scrivere sotto il magico spirito dell’ispirazione, ci siamo giocati la grammatica. 

Io certe cose non riesco a leggerle, spesso non riesco a rileggere nemmeno me stessa e ogni volta che mi rileggo mi correggo e, a rigor di logica, non mi pubblicherei mai.

Qui occorre un manuale, un foglio anche, delle regole chiare. E non si parte dall’eccelso, ma dal basso, dagli accenti, dai pronomi, dal pultroppo -c’è davvero qualcuno che scrive pultroppo?-

Ecco che può venire utile tenere sul tavolino questo articolo di Tatiana Cazzaro, copywriter relazionale  scritto per il blog della Rete al Femminile di Biella: “Come si scrive? Piccola guida per scrivere senza errori” (cliccando qui puoi accedere al link diretto, poi torna a dirmi cosa pensi di errori e scrittura)

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Pitociu, Castellamonte.

Anni fa ho restaurato una statua in terracotta. Un soggetto caricaturale, un oste con una bottiglia di vino e un grande cappello a tuba. Era alta 70cm, tozza e pesante.
Pensavo fosse un ornamento mentre ieri, visitando la Casa Museo Famiglia Allaira di Castellamonte, in occasione della Mostra della Ceramica, ho scoperto chiamarsi “Pitociu” ed essere elementi creati per tenere ferme le coperture dei comignoli.
I volti rappresentati erano quelli dei personaggi del paese, tanto che si faceva a gara per averne uno a propria somiglianza. Una storia curiosa e divertente, come tutta l’arte, occorre solo un po’ di curiosità per arrivare al nocciolo.

LAVORO DI RESTAURO
Statua caricaturale di oste, h 70 cm, diverse rotture nella base, ricostruita con cemento.
Restauro eseguito con malta PV, colore cocciopesto, mescolata a emulsione acrilica resina PV. Finitura a cera.

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STATUE CARICATURALI, I “PITOCIU”

Questa produzione è stata realizzata solo a Castellamonte per la felice intuizione di artisti che al di là dell’inventiva avevano anche una buona dose di fantasia e di spirito critico. Infatti queste statue nascono inizialmente come un accessorio tecnico alla realizzazione dei comignoli: si trattava di collocare sopra al piano del comignolo un oggetto pesante che impedisse al vento forte delle nostre vallate di scalzarlo e scaraventarlo a terra. Sino alla terza decade dell’800 si usavano per questa necessità tecnica degli oggetti a forma di pigna, palla o fiamma di peso oscillante tra i 45 e gli 80Kg/cad. a seconda dell’ampiezza del piano del comignolo, tutti rigorosamente in terracotta.

Nel 1830 uno dei nostri artisti-artigiani stufo di creare i soliti oggetti pensò a fare una sorpresa al suo amico, maestro di scuola G. Ciafrei, e lo riprodusse in scala mutandolo in uno gnomo con fattezze somigliantissime. La sorpresa fu tanta che molti cittadini castellamontesi si fecero ritrarre creando una galleria di personaggi realmente esistiti con nome e cognome e tutti originali in pezzo unico realizzati preso la fabbrica di G. Buscaglione – Allaira.

Questi oggetti sono chiamati dai castellamontesi “Pitociu”.

Catalogo “La statuaria” Casa Museo Famiglia Allaira 
Dicembre 2011, Tuttotondo comunicazione.

Link utili
Casa museo famiglia Allaira http://www.casamuseofamigliaallaira.it/
Mostra della Ceramica di Castellamonte
https://www.facebook.com/mostradellaceramica.castellamonte

La prefazione

Da tempo volevo acquistare un libro di Raymond Carver e “Di cosa parliamo d’amore quando parliamo d’amore” è il mio primo.
Ho aspettato come un’amante il suo sposo, le persone che lo hanno raccomandato me lo hanno fatto immaginare come un innamorato sul ciglio della porta, pronto ad aspettarmi.
Apro il libro e trovo la prefazione di Diego De Silva. Premettendo che nulla ho contro Diego De Silva, che neppure so chi sia, ma ad aspettarmi sull’uscio io ci volevo Carver, non lui.
Cosa può aggiungere in più delle parole di uno scrittore, un prefazionista? Il suo pensiero, non il mio. E mi serve? No.

No, non amo le prefazioni, non le leggo, di certi libri ne ho anche tolto le pagine per ridare vero valore all’autore perché è solo di lui che mi importa. Spesso le prefazioni sono raccolte di parole vuote. Scritte da persone che non so. E che non mi interessano.

Amo la biografia, quanto è bello sapere la vita degli autori (avete mai letto ad esempio la vita di Calvino?), com’è interessante vedere in quali anni è stato scritto un libro, quali accadimenti possono aver fatto cambiare un’idea, rafforzarne un’altra.
E mi piacciono anche le postfazioni, quelle che arrivano dopo la lettura, e sono come il profumo lasciato sul collo dopo l’ultimo bacio.

Quando ascolto il cuore, vengo da te

Quando ascolto il cuore, connetto stretta la ragione, imposto le ore seguendo la tua luna e regolo in armonia la distanza tra me e te. Sulle labbra poggio il tuo desiderio, ne assaporo lenta la dolcezza, nell’aspro dei giorni acri dipanandone il senso, mi appoggio alla tua schiena deponendomi ai piedi della serenità, tra le braccia, gli occhi, tra i muti pensieri che diventano aria e vento e delicata tenerezza. E forza.

Quando ascolto il cuore, si rinnova la forza, la decisione di ciò che siamo e non appongo sigilli né muri ma vengo da te. Ogni volta che si apre il tempo, non chiedo perdono a chi mi sta accanto, vengo da te, non aspetto il verbo né la processione, vengo da te, la fede è nella presenza, non serve rosario per recitarla ma guardarsi negli occhi, sentendo la voce. Vengo da te che mi scosti i capelli dal viso e con le dita disegni l’esistenza intera, e il coraggio folle e vero di essere qua. Non demando ad altri la mia penitenza, la dipano in fretta lungo la strada per esserne vuota davanti al portone, vuota e poi colma quando apri l’uscio, nessuno è rimasto fuori perché il tempo dei miei presenti è tuo: se sei il destino corro veloce per arrivarti.

Quando ascolto il cuore mi riempio di girasoli.

Quando incontri Gioia

Gioia è una condizione di vita, un attimo spesso fugace, improvviso, un lampo, beato e splendido. Siamo così attratti dal buco nero delle disillusioni che spesso non vediamo Gioia. Eppure c’è.

Gioia è una donna. Una donna con profondi occhi azzurri nei quali si vede -se solo si ferma lo sguardo- il mare, il suo fondale, l’orizzonte e quello che c’è oltre. Gioia ha dolcezza e sorriso contagiosi, non so se è il nome a definirti la vita, per Gioia lo è.

Gioia dovrebbe stare immobile. Per un valido motivo, ma Gioia è in movimento. Lo è perché “nessuno sa essere forte come una persona fragile”. Gioia ha scelto di amare, cantare, praticare Aikido, conoscere gente, viaggiare. Ha scelto di vivere quando le condizioni fuori e dentro di sé le imponevano di fermarsi.

“Se io penso davvero di essere forte, lo sono”

Video di Cristiana  Capotondi, montaggio Jacopo Ramella Pajrin per Telethon

Gioia ha tanti progetti, “Fragile”, una raccolta fotografica di sua sorella Ilaria, “Le Cardamomò”, gruppo musicale e mille altri fantastici.

Il prossimo progetto lo farà anche con me. E ve ne racconterò, a breve, appena tutto sarà definito.
Parlerà di oro. Parlerà di lei. E parlerà di me. 

Gioia è affetta dalla sindrome di Ehlers Danlos, ma vi assicuro che di Gioia è l’ultima cosa che vi verrà di pensare.

Fragile http://www.ilariadibiagio.com/site/index.php?/projects/fragile/
Gioia di Biagio https://www.facebook.com/gioiadibiagio
Jacopo Ramella Pajrin http://www.lavoricreativi.com/profilo-persona/DIREZIONE%20CREATIVA/122894.html
Le Cardamomò http://www.lecardamomo.com
Sindrome di Elher Danlos https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Ehlers-Danlos

Sono stata lì

Sì, sono stata lì, nemmeno lo immagini quanto sia stata lì, nel vortice lento delle carezze e del sonno, sono stata lì.
Ho posseduto le ore allentando le viti degli orologi, spegnendo la sveglia -fate silenzio quando l’amore respira- il ticchettio sincopato al cuore, il ritmo impazzito delle stagioni e la pioggia, il vento, il sole che fai accadere.
Sì, sono stata lì, a rovistare tra i cassetti e le parole lasciate senza chiave, che di chiavi non è mai stato tempo, ad arrotolare anelli di cipolla rossa buona per farne frittata, sgusciando il guscio della pelle, la tua, fino a giungere al cuore, il mio. Ho impilato a terra libri, fatto spazio tra i mille proponimenti e le tende chiuse, che al buio il silenzio fugge via e s’accosta la voce come miele alle orecchie; ho distinto il bianco dal nero, il vecchio dal nuovo, da non confondere con l’ieri che non c’è più anche se c’è stato e alle volte occhieggia, stanco, mi pare che sia così, come stanco sei tu. Ma ora non più.

Sì, sono stata lì, dove da sempre resto, mentre il polline vola tra i rami di primavera. Fermo lo sguardo un attimo e ci sei tu.

Il senso di colpa della prematurità

Questo è un post scritto di getto, uno di quelli che nascono dentro ed escono come un fiume in piena, senza un vero controllo sulle parole e l’ortografia. Uno di quei post che spesso rifuggo, che probabilmente domani cancellerò; ma ora lo scrivo perché sento di doverlo fare, sento che mi merito di scriverlo, è una pacca sulla spalla, un parlare sommesso tra me e me che sento di voler raccontare, come se una parte di me si staccasse via, per poi ritornare. Un volo, un viaggio, un planare lento, un ritornare, così è vivere.
È un post lungo, non gli metto la fine, lascio che scorra via, dove deve andare lui lo sa.

Sono ambasciatrice per la città di Biella dell’associazione Cuore di Maglia che confeziona completini in lana per bambini nati prematuri e ricoverati nelle terapie intensive di quasi tutti gli ospedali italiani, i -neonatini- come sono stati chiamati da una responsabile di reparto. Sono ambasciatrice e coordino con un’assistente spalla-amica-sostegno 40 volontarie che lavorano a maglia. Il bizzarro o forse l’incomprensibile, è che io non so lavorare a maglia.
Sono arrivata all’associazione perché mamma di due bambini nati prematuri, Marco di 1,700Kg e Franci di 1,800kg. Oggi non sarebbero più chiamati prematuri ma 20 anni fa sì. Restarono entrambi un mese in ospedale, di cui due settimane in incubatrice e due settimane nella culla termica.
Il primo parto prematuro fu uno strano viaggio, ricordo quel mese come un viaggio sospeso per aria. Non credo di ricordare che mi capitasse di respirare. Mia mamma all’epoca era già gravemente malata, era su di una carrozzina e io potevo andare dal mio bambino solo una volta al giorno, vestita come un palombaro.
Quando Marco nacque io stavo dormendo sotto anestesia. Non lo vidi nascere, seppi al mio risveglio che era vivo ma piccolo e che era in incubatrice. Non lo vidi per tre giorni, ero a letto con catetere e flebo. Non c’erano i cellulari, potevo solo immaginarlo da come me lo descriveva il suo papà. Io ero sospesa, non credo capissi che ero diventata madre, ero viva, lui era vivo, entrambi per miracolo, ma nessuno dei due sapeva dell’altro, da un capo all’altro dello stesso ospedale.
Io se ci penso adesso mi si strappa il cuore. A pezzi, anzi a morsi stretti, a morsi, sì. Dopo tre giorni potei incontrarlo, da dietro al vetro, non ricordo neppure se mi fosse stato concesso di toccarlo attraverso gli oblò, lui e il suo pannolone enorme e le gambette piccole, due stecchini e il viso tondo, dormiva attaccato a mille tubicini. Sono stati 30 giorni strani, prima hai la pancia, poi non ce l’hai più ma non hai neppure tuo figlio. Se posso provare a raccontare è come camminare senza le gambe. La gente ti guarda e non capisce e non osa chiederti, perché non sa. O forse immagina.
Il senso di colpa per la sua nascita prematura non avvenne subito, ma dopo qualche giorno. Cominciai a capire che se tutte le altre mamme avevano partorito un figlio normale (ahimè, che orrore di parola, ma questo sentivo) e io no, il problema non potevo che essere io. Non mio marito, non la genetica, non mio figlio: io.
Quando tornò a casa mio figlio, il 24 gennaio, ricordo che facemmo una festa. Gli confezionai un cappellino a punta, con i festoni. Eravamo mio figlio, il suo papà e la sua mamma: solo ora mi accorgo che eravamo soli.
Dopo tre anni nacque Francesca, anche lei prematura e questa volta piansi tanto, mi strappai io il cuore, a pezzi, tanti. E non volli tenere i pezzi. E nessuno me li raccolse. Li gettai lontano, non volevo vedere, non volevo sapere, non me la sentivo di vivere un’altra volta l’incubatrice, l’ospedale. Mia mamma nel frattempo stava lasciando la vita. Forse per lasciare il posto a sua nipote, chissà.
La mattina dopo il parto andai in reparto in vestaglia, ero stanca, debole, avevo perso tanto sangue, avevano dovuto farmi una trasfusione. Entrai senza voglia.
Vicino all’incubatrice di mia figlia c’era un’incubatrice vuota. Quella stessa incubatrice che il giorno prima avevo visto con due giovani genitori e una bambina piccola, più piccola della mia, un pacchetto, una briciola di vita.
Nessuno disse nulla, io non chiesi nulla.
Quel vuoto non venne colmato, la vita a fianco della morte, nella stessa linea. Un vuoto e un dolore immenso e un coraggio che era tornato, io che avevo ricevuto il dono della vita a dover lottare contro quella morte che ci aveva sfiorato, un soffio. E aveva deciso di non portarsi via mia figlia. Ma un’altra incubatrice, non la mia.
Non fu facile per nulla nemmeno questa volta, ma mentre per il primo parto vivevo su di una nuvola, questa volta avevo un figlio di tre anni da accudire, che voleva la sua sorellina e piangeva ogni sera, la mia mamma che mi stava lasciando, i piedi dentro a delle catene, strette, questa volta nessuno volo sospeso, ma un pantano, un fango.

Non fu facile ma tirai il latte ogni cinque ore, feci agopuntura per allattare mia figlia, andai con costanza in reparto, obbligai la pediatra a fare uscire mia figlia dall’incubatrice per poterla allattare, 1 minuto ogni volta, lei si stancava subito, ma io non ho mai mollato, lei doveva farcela e uscire.
L’8 maggio Franci uscì dall’ospedale, pochi giorni dopo mia mamma morì, la vita è così, non sempre riesce a darti il meglio, fa come riesce. O come può.
E con la mia piccola il senso di colpa crebbe forte, altezzoso; se di un figlio ti fai una ragione, di due prematuri no. Credo sia umano. Credo fosse giusto.
Non crollai mai. Non ebbi disperazione, al funerale di mia madre ho sorriso a tutti mentre mia figlia era a casa con una babysitter. Ebbi forza, fui coraggiosa, non so. Credo sarebbe stato normale crollassi, nessuno me ne diede la ragione, il tempo, nessuno mi disse: “puoi farlo, devi essere triste, guarda cosa hai vissuto, vedi il dolore che hai provato, ti meriti tutto il pianto del mondo”
Nessuno lo fece.

Oggi ho conosciuto Marcello Florita. È uno psicologo, padre di due gemelli nati prematuri. Ha scritto “Come respira una piuma”, la sua storia di padre prematuro. Nelle sue parole ho sentito il mio dolore, l’ho sentito per la prima volta riconosciuto come tale e oggi per la prima volta mi sono detta ciò che nessuno mai mi ha detto in questi anni: “Brava, sei stata brava. Hai superato il dolore, ce l’hai fatta, i tuoi figli sono sani, tu stai bene, hai tutto il diritto del dolore che hai provato. E non è stata colpa tua.”

Oggi mi sento ancora più con il cuore a pezzi. Ma sono pezzi di specchio, riflettono il cielo e il sole, quello luminoso che i miei figli hanno negli occhi.

Chiara, 8 aprile 2017