Fu il tuo pensiero che mi sciolse.

Il giorno in cui mi sono innamorata di te, lo ricordo ancora, aveva lo stesso sapore di questo giorno di Dicembre. Il freddo schiantava nelle ossa, ogni brivido era un sussulto, la cassa toracica un motore a scoppio, non c’era vita dentro agli alveoli, solo ghiaccio e freddo.
Fu il tuo pensiero che mi sciolse: rimasi fissa a guardare le foglie cadere dal mio acero rosso ormai stinto, sì, c’era lo stesso identico vento che sferzava le finestre e la pioggia uggiosa, nessun presagio di fortuna, solitudine e rassegnazione. Fu il tuo pensiero che mi sciolse: una goccia cadde lenta, non so come fu, la vita ferma nell’attimo infinito della sua discesa, pareva una moviola, un fermo immagine e in quella goccia vidi il tuo viso e la fermezza della vita che accade, quell’esserci nel percettibile finito.
Non posso dire se fu una luce, un caldo mi apparve negli occhi, una vampata di pacifico fuoco mi pervase, la tua mano poggiata sull’acerba pelle e non ero giovane, ma adulta formata, l’amore lo fa, di cambiare il tempo seguendo solo sé.

Fu il tuo pensiero che mi sciolse e mi innamorai di te, un arancio acerbo da maturare.

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Mark Doka

 

 

 

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Scrivere, che bella storia!

Scrivere, tutti scriviamo!
Beh, non proprio tutti ma un bel numero corposo e succulento! A partire dai social, Facebook, Twitter, passando dai blog, quanti ce ne saranno al mondo? Quanta gente batte freneticamente i tasti nella speranza di infilare dieci parole corrette una dopo l’altra?
Scrivere, scriviamo in tanti, di noi, della vita, dei sogni, dell’amore, di poesia, delle notizie, i giornalisti scrivono di notizie, anche di bufale, ma spesso di notizie e opinioni.
E spesso le scrivono male.

Forse ci siamo persi un pezzo, forse per la smania di arrivare UNO e di scrivere sotto il magico spirito dell’ispirazione, ci siamo giocati la grammatica. 

Io certe cose non riesco a leggerle, spesso non riesco a rileggere nemmeno me stessa e ogni volta che mi rileggo mi correggo e, a rigor di logica, non mi pubblicherei mai.

Qui occorre un manuale, un foglio anche, delle regole chiare. E non si parte dall’eccelso, ma dal basso, dagli accenti, dai pronomi, dal pultroppo -c’è davvero qualcuno che scrive pultroppo?-

Ecco che può venire utile tenere sul tavolino questo articolo di Tatiana Cazzaro, copywriter relazionale  scritto per il blog della Rete al Femminile di Biella: “Come si scrive? Piccola guida per scrivere senza errori” (cliccando qui puoi accedere al link diretto, poi torna a dirmi cosa pensi di errori e scrittura)

Due piccoli nei – dell’abbandono.

Hai due piccoli nei ai bordi degli occhi, ammiccano pigri quando sorridi voltando il capo verso la finestra buia, non c’è sole che filtri dalle tende ricamate senza fretta, presagio di abbandono. Non guardi, concentrato tra i fogli rilegati mentre narri la tua passione, vedi solo il lampeggiare monotono del telefono che prendi e posi, prendi e posi, non vedi, forse non senti, l’abbandono.

Hai due piccoli nei ai bordi della bocca, si incollano ai baci, nemmeno pensi di toglierli per poco, ti restano lì, appiccicati maliziosi mentre violi il tempo e la fedeltà, rinnegando in silenzio il desiderio. C’è un pacchetto vuoto tra le mie mani, c’era la vita, non c’è più, ogni pezzetto di eternità frantumato, ricomposto, volato, confuso, e tra il te e il me l’esistenza tutta fatta carne, non piegarti al perdono se non hai voce.

Hai due piccoli nei nell’incavo dei fianchi, ondeggiano mentre cammini verso di me, mentre resto lì, a guardarti solo, a ricongiungere le mani in attesa di una fede promessa, a piegare scuse, inventandone i tratti, qui, come me a rassicurarti sul bene che non c’è, sul tempo che non ci sarà, su quello che sarà domani ma non è. E mentre aspetti rinasci in un abbraccio che non chiede, dà.

Ho due piccoli sulle labbra, me li hai posati una mattina e c’era il sole in strada; sono scivolati da una tazza di caffè, mentre sorridevi in silenzio, a godersi quell’attimo di solitudine compresa, tra te e me e il nulla dell’abbandono. Non il mio.

 

 

Dai un bacio a chi vuoi tu

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Artist Atelier M.Guggenheim &C Zurich n°13894

Questa è una vecchia cartolina, inizio 1900, che poteva essere spedita all’amata o all’amato, raccontando sinceramente il proprio amore. L’ho ritrovata in vecchio cassetto e l’ho trovata così immediata nella sua semplicità.
Prima di tutto si rivolge con il Voi: quanta dedizione! E quanto rispetto d’altri tempi.
E in poche parole, senza tanti giri, risolve il problema: ti amo, non ti amo, mi ami, non mi ami.

Vi va di giocare con me? 
Pensate ad una persona, leggete i cuori, scegliete il vostro e speditelo all’interessato/a.

E per gioco, lo scrivete nei commenti? (per semplicità ho copiato le frasi sotto i cuori a partire da in alto a sinistra in senso orario e ho unito i numeri) 

Il linguaggio del Core 
Giuriamo amore eterno
(NB. Sottolineare con un segno il cuore destinato a far conoscere il vostro pensiero.)

1- Il vostro cuore è parteggiato
2- Voi mi trafiggeste il cuore
3- Il mio cuore infiamma per voi
4- Voi avete il cuore volante
5- Il mio cuore è sincero
6- Il vostro cuore rifugge il mio 
7- Il mio cuore è giù abitato
8- Il mio cuore è spezzato
9- Voi possedete il mio cuore
10- Il vostro cuore non mi appartiene
11- Voi avete il cuore di pietra
12- Il v0stro cuore mi attira

 

Dimentico

Dimentico la tua voce, peraltro anche il tuo volto a volte non mi sovviene. Dimentico il timbro, la frequenza, se sussurravi o urlavi; come in un film muto le immagini si ripercuotono sul cuore in un nulla dorato, come le gabbie di un qualche vecchio film di angeli anni ’70 di periferia. O un film di fantasy, di quelli che non trasmettono più o capita solo a Natale, quando si è ubriachi di panettone e vino bianco scaduto e il cane volante mette malinconia quasi più di un peluche vinto alla lotteria della fiera.

Dimentico la tua voce, non la ricordo più, penso possa essere che invecchio, o forse che sei invecchiata tu, il tuo ricordo almeno, venti anni non sono pochi, meno di quanto hai vissuto, è vero, meno di quello che abbiamo vissuto, più dei miei figli, meno di me. Dimentico anche il tuo viso, se accade prendo una foto, una di quelle in cui nemmeno ti conoscevo e c’ero, chissà perché quelle che hanno l’odore del presente le scarto, sarebbero da ritoccare, o da continuare, chissà.

Dimentico tutto, non l’amore, quello cambia, ma sarebbe rimasto, non come la pelle o le unghie che ruotano nel cambio delle stagioni, l’amore no, quello resta, quello che mi farebbe sedere ancora una volta ai tuoi piedi mentre mi racconti una storia o cucini o solo mi guardi, con quegli occhi persi, nel bianco di un letto che non dimentico più.

Ho lasciato indietro il passato

mucrone

Ho lasciato indietro da tempo il passato, forse non lo sai, quell’inquieta e rissosa gabella che ho pagato, il dazio greve quando snocciolavo le sillabe tra i denti prima di proferire verbi.
Ora sono avanti, miglia oltre il confine del cielo, a vivere le mie ore serene, in completa armonia. E sospiro accennando un sorriso quando sento le tasche vuote, i fogli bianchi, la scritta dorata ricamata, l’accenno timido e intimo del suo amore.

La lumaca verde

Non si era visto nessuno quel mattino. Stava seduta da ore, nemmeno le contava, ascoltava i battiti, respirava, non era passato nessuno a toglierle dalla fronte una piccola lumaca verde. Si era fatta una sosta sulla sua fronte, non credo volesse farci il nido, o forse sì, non si era sentita di disturbarla, qualunque cosa volesse quella lumaca a lei stava bene stare ferma ad aspettare. 
Le piaceva aspettare mentre su di lei accadeva la vita. Ascoltava a fondo quello che succedeva dentro e fuori di sé. Quello che le accadeva addosso le piaceva. Ci teneva conto. Se ne prendeva cura, anche quando aspettava. Perché avere pazienza non significava per lei attendere, ma lavorare, essere presente sempre, non abbandonare mai. Lei difficilmente abbandonava chi amava, anche nelle ore della pioggia e del disagio, quando il nero le strappava le vene, se si era decisa ad accogliere, accoglieva. 

Come quella piccola lumaca verde che da ore stava sulla sua fronte. Non aveva alcuna intenzione di andare via, stava bene su di lei, lo capiva da come si quietava ogni volta che lei respirava, pareva andassero a tempo, una melodia strana che a raccontarla viene da sorridere, la storia lo fa. Credo stesse decidendo la vita, aveva un tramestio strano, indaffarato, confuso, ribolliva un po’, poi si quietava, lei lo sentiva sulla fronte, quello sì, ma anche nel cuore perché si sa, quando senti l’amore lo senti che arriva, dove va, ne annusi il profumo, ne senti la pelle, anche di una lumaca verde, già.
Era una battaglia e lei c’era, una sconfitta e lei c’era, una vittoria e c’era, un compleanno e c’era, un nulla vuoto e c’era, non esserci sarebbe stato una follia.

Perché quando lei decideva di ospitare un’anima nuova dentro di sé, restare accanto, anche in silenzio, era l’unica poesia che sapeva recitare. E quando la vita dai, poi la vita ripaga.