Ci sono vite

Ci sono vite che scorrono in coppia, su binari paralleli. Ci si spinge a vicenda, non so spiegarlo bene, uno va avanti, l’altro si ferma, si torna indietro, ci si fa un po’ compagnia e si riparte. Può essere che uno vada più veloce, ma accade sempre che ci si ricongiunga. È come se il suono di una vita riecheggiasse nell’altra, parte un movimento in una e dopo poco parte anche nell’altra.
Non so capire se sia un caso o se davvero si possano toccare spazi siderali, chiamiamoli così, extracorporei, spazi della mente che avvicinano le persone, molto spesso due, altre volte anche più. È una specie di armonia, viene dal basso, dalla terra, la senti crescere come una radice attaccata e si libra dentro di te.
A me accade, è così, è essere vivi.

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Bisogna mangiarne di polenta per diventare santi.

E adesso dimmi di quante scarpe hai bisogno per camminare, intendo anche il colore, la forma, il cappello da mettere alla processione. E non guardarmi con quel viso strano, di chi non hai messo un dito nella marmellata, che a farlo sono sempre bravi gli altri mentre tu no. Ammetti che di scarpe ne hai bisogno tante, perché a  trovare quella perfetta ci vorrebbero due vite e far scappare quella con il tacco e il rossetto, il tatuaggio alla base del collo o la calza a rete, sarebbe una follia. Perché a te il sesso fa solo restare, mica  fuggire e lo so.

Dimmi tu bene se devo stringere i lacci o lasciarli lassi, se vuoi il lucido o la polvere, perché confonde si sa ed è meglio così, a lasciare tracce poi non conviene, ci inseguono i lupi. O forse i leoni, quelli finti, senza i denti, solo criniera e nemmeno sanno fare roar, e ora lo so, ah, lo avessi saputo prima! Ma di polenta bisogna mangiarne per diventare santi. O saggi. È così.

E quindi ora che hai le scarpe ti devo anche tracciare la strada? Vuoi qualche petalo sparso o basta una striscia d’asfalto? O forse un viottolo di campagna o una riga dritta, in mezzo alle case, nell’edilizia perfetta di una città nuova, moderna, tra grattacieli e luci, moda, meraviglia e traffico, tanto, c’è da perdersi dentro, e anche fuori, insomma una bussola forse dovrei darti, mica le scarpe, quelle le trovi da te.

Ma poi cosa importa cosa ti do, prendi quello che vuoi di ciò che conta: Noi.

Il profumo dei tigli in fiore

È verso l’imbrunire che il profumo si spande, tra il buio disteso e una nuvola ancora bagnata, come un pacchetto di sigarette snocciolato tra le mani. Penetra, indistinto amante, tra le nari, inafferrabile passione, da mordere e godere, penetra, dolce agro, dai fiori appesi alle illusioni di rami distorti, contorti, destinati al cielo.

Ha un profumo di infanzia misto al vivere quotidiano il profumo dei tigli in fiore, un ricordo spezzato in gola di anni felici affacciati al balcone, la primavera, le scarpe strette dal troppo crescere, una trombetta e la tua mano poggiata sul cuore, più sopra, nel mio godimento.
Di questo resta la cenere sparsa ai piedi, gli sguardi assenti, mani fredde di destini spostati, finiti, di questo resta  il profumo, il profumo dei tigli in fiore, che non tradisce, lui soltanto, fedele, l’amore.

Ma dove sono stata per 50 anni?

Leggo, leggo molto, la lettura mi affascina, intriga, mi innamora, mi estranea, mi fa vivere nuove vite, mi appassiona.
Leggo, non sempre imbrocco l’autore giusto, alle volte inciampo, mi affatico per finire le pagine, altre invece le divoro, le ritaglio, le dipingo, le vivo dentro. Dentro di me.

Ultimamente ho letto libri, alcuni scritti da donne, e che mi sono stati regalati e che mi sono capitati. Non nego fossero scritti bene, senza errori di grammatica intendo (beh, se no non li avrei continuati) ma le loro storie erano storie già viste, scontate, banali oserei dire. Testi da blog, azzarderei e non cito i nomi perché non vuole essere una critica la mia ma solo una soggettiva valutazione che mi porta a tenermi lontana dal leggere, ahimè, libri contemporanei.
Non tutti, ma certo genere di romanzi che travalicano in romanzetti, spesso rosa, spesso celebrativi, spesso tutti uguali, omologati: la donna single felice ma sola, la donna sposata con il marito che la trascura, le amiche, i figli, gli animali, l’omosessualità, i vegani, tutto nelle stesso calderone.

Leggo in fretta, finisco il libro, mi viene fame d’altro perché non sono stata saziata.

Poi arriva lui, Douglas Adams, la “Guida Galattica per gli Autostoppisti” 1979 e la mia lettura diventa interessante. Leggere diventa un gioco, il testo scorre, non ci sono banalità, ma follia, ironia, nessun piagnisteo, nessun amore finito/inziato/sballato; non ci sono idee già lette in altri contesti, non ci sono ripetizioni ma 844 pagine di piacere.

E chissà dove sono stata io per 50 anni senza aver mai letto prima la Guida Galattica!

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E voi, cosa state leggendo? Consigli, idee, cose belle?

Tra le righe

Se mi sai leggere dove non vedo, dentro a un sussulto di parole e un magone che s’aggrappa forte, avrai trovato la porta di casa mia.
Sarai il vento della mia tempesta, il miele sul seno, la spalla del riposo, il confine impercettibile tra il tuo corpo e il mio.

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E sarai la strada dove cammino anch’io.

 

A piccoli

Si stacca piano, a piccoli morsi, il cuore mio nelle incertezze della vita. Deboli linee di sangue scivolano verso terra, attratte dalla gravità dei fatti, non del pianeta. Le lascio scorrere, tampono, cicatrizzo, le lascio scorrere. Non si ferma il morso, anche se fuggo, poi torno.

È la tua mano che ricuce i pezzi, un filo leggero, il soffio delle parole, uno sguardo filtrato dalla macchina fotografica, tu, il mezzo bicchiere spezzato, la malinconia, l’amore che non cessa, il sangue rappreso e l’acqua calda con cui lo lavi via, resta un segno, una cicatrice e la medicina sei tu.

 

Il silenzio della cura.

Molti anni fa, ricordo i giorni delle feste. A casa ospitavamo amici lontani che restavano a dormire da noi e mia mamma, il giorno prima, lo passava a pulire a fondo la casa. A me spettava passare la lucidatrice nel pavimento in marmo dell’ingresso e pulire le cornici in argento di famiglia.
Ricordo bene il rumore della lucidatrice, l’odore della cera, le pattine subito dopo, per non sporcare e non rovinare il pavimento. Tutto brillava, i piatti del servizio buono, le posate, si ripassava il corredo, avrebbe potuto sembrare un lavoro, per me era una festa: di lì a poco sarebbero arrivati i miei amici più cari, avrei passato ore felici e spensierate. Certo poi sarebbero partiti, ma ero piccola allora, non pensavo al futuro, erano presente le mie giornate.

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Pochi giorni fa ho scoperto, raccontando ad amici di famiglia la cura che mettevamo nel preparare la casa, che  non si erano mai accorti del pavimento incerato, tutto lucido e brillante. Sentivano però il calore, un sentimento di accoglienza mista all’amore, trasudava dai piatti, dalle luci accese, le pattine no, quelle loro non le dovevano certo mettere: erano gli ospiti, gli amici, graditi, attesi.

Questo ho appreso da mia madre, questo mi resta del suo ricordo: ora, come allora, quando ospito gli amici, preparo la casa, pulisco con cura i dettagli, passo anche la cera, come cent’anni fa, lucido le cornici d’argento, tutto scintilla, tutto attende, tutto è in fermento. Anche dentro di me.
La cura silenziosa, questo è il dono che mi ha lasciato mia mamma, la cura silenziosa e continua per chi si ama. Incondizionatamente.