Di un testo che non dice nulla e tutto. Dentro.

Il fatto è che io resto qua e osservo. Voglio dire, non che non agisco, anzi, per agire agisco parecchio, ma nel mentre osservo. Osservo da molti anni, tanto che mi si è aguzzata la vista, una sorta di superpotere, vedo attraverso. Vedo dentro. Questa cosa, a dire il vero, tutto subito mi ha messo in imbarazzo, non lo credevo possibile. Vederti dentro intendo. Facevo fatica a spostare la tenda ed entrare, chiedevo sempre permesso non senza prima aver aspettato fuori per ore. Salvo andarmene prima che tu rispondessi. Da dentro voglio dire. Mentre io ero fuori. Per dire, una specie di impossibilità di comunicare, come quella cosa dei social che dicono nei quali si scrive solo ma non si legge e ci si incanta dietro al vetro blu che emana luce. E tanto altro.
Ma dicevo del dentro. Del fatto che vedo dentro. Dopo un po’, intendo dopo aver capito che era una specie di dono, ho deciso di guardare. E dopo aver visto, ho cominciato a dire quello che vedevo. Non che fosse facile, non lo è nemmeno ora che hai capito cosa so fare, però lo facevo. Lo faccio anche ora, vedo e dico. Dico e si avvera. E restiamo insolitamente scioccati. Ogni volta. Ogni maledetta, benedetta volta. Che io sappia vedere è strano, ci vorrebbe un medico, forse, o una magia, o chissà, ma c’è qualcosa, lo so, un filo di corrente, spero non malvagia, non lo è, un qualcosa che mi fa vedere ciò che sei mentre lo sono anch’io.
Potrei dire anime gemelle, beh, ora dopo tutto quello che è successo potrei dirlo ma non è proprio così. Sono due entità che viaggiano su un piano che si muove a diverse lunghezze d’onda e un’onda influenza l’altra e poi ancora e poi ancora. Un mare. Immagina un mare e due corpi che galleggiano e smuovono le piccole gocce. Una dopo l’altra.
Credo si tratti di un dono. Vedere dentro, lo dicevo prima. O forse credo che sia il donarsi.
Sì, il donarsi.
Quanto durerà? E che importa, conta sia ora no?

Annunci

Le clarisse di Urbino e la festa di Santa Chiara

Quello che hai ottenuto tienilo stretto” Santa Chiara

C’è, per ogni storia, un lieto fine, così come un inizio curioso. Sta a noi, nel mezzo, aggiungervi il sale, il contenuto, le parole, senza le quali nulla ha un senso e le domande restano senza risposta. Sta a noi accettare le sfide, chiedere e aspettare un segno, smuovere le acque dove sono chete.
Non voglio dire che siamo noi a creare gli eventi, ma di sicuro senza la nostra decisione, nulla accade.
E così è stato per Suor Chiara Paola, clarissa del Monastero di Santa Chiara di Urbino; qualche mese fa mi scrisse una lettera raccontandomi il suo sentire riguardo l’arte Kintsugi: “Si tratta del fatto di non scartare qualcosa che sembra inutilizzabile perché non ha più la forma e l’aspetto originari, ma di ri-crearlo in un modo nuovo in cui non si cancellano i segni della rottura -le ferite- ma si valorizzano con l’oro”


Suor Chiara Paola mi chiese se, tra le mie opere, ce ne fosse una brutta, invendibile, che io potessi mandarle.

Una richiesta insolita, una richiesta che ha visto il mio consenso proprio per la bellezza della stessa. Ho quindi risposto a Suor Chiara con una lettera scritta a mano e ho fatto di più: sono andata di persona a portarle una mia opera Kintsugi. Il destino, l’intreccio meraviglioso della vita, mi ha portata al Monastero di Santa Chiara proprio il giorno della festa di Santa Chiara, l’11 Agosto, giorno del mio onomastico.

La mia opera Kintsugi in dono al Monastero di Santa Chiara, Imperfetti, gres del laboratorio di ceramiche del Monastero di Bose.

L’opera che ho donato al Monastero è una piccola tazza in gres opera dei ceramisti del laboratorio del Monastero di Bose, una tazza imperfetta perché sbeccata e che io ho rotto aggiungendo un piccolo vetrino di mare al suo interno. La mia ricerca è stata precisa: per unire più simboli, due Monasteri, l’Imperfezione, l’aggiunta della diversità nell’insieme.

L’accoglienza a me riservata è stata unica, ne porterò i ricordi per sempre nel cuore. Le clarisse di Santa Chiara vivono una clasura non del tutto stretta: pur restando oltre una balconata in legno, alta fino alla cintola, dialogano con le persone nel parlatoio, hanno contatti umani, non abbiamo lesinato abbracci e strette di mano. Ho assistito alla messa solenne per Santa Chiara, messa che raccoglie molti fedeli alla Santa, officiata da un prete francescano che ha riconosciuto in Chiara l’amore e l’amicizia per Francesco, due santi così vicini e forti nella creazione di una religione vera, rivolta ai poveri, caritatevole e profonda. Il triduo 2019, è stato così ripartito: primi vespri “Il tuo nome è profumo sparso” ed è stata data in dono una spiga di lavanda; santa Messa solenne “L’àncora: quello che hai ottenuto tienilo stretto” e in dono una piccola àncora; secondi vespri “Cristo chiave della vita: mettimi come sigillo sul tuo cuore” e in dono una piccola chiave.

Monastero di Santa Chiara, Urbino

A seguito della messa sono stata invitata al pranzo domenicale, in compagnia di una famiglia ospite del monastero e di due preti, uno eremita poco lontano da Urbino. Le suore clarisse hanno pranzato nei loro locali, non senza prima averci servito attraverso il bancone, un pranzo buonissimo. L’atmosfera che si è creata intorno al tavolo era rilassata e ha assunto contorni di piena serenità quando, al termine del loro pranzo, le suore si sono unite a noi, al di là del bancone. Molto più vicine di certe vicinanze che si toccano.
La comunità delle clarisse è molto attiva. Vanta un concorso di canto corale, un concorso ceramico, la partecipazione al docu-film “Clarisse” di Liliana Cavani, del 2012, durante il quale si sono raccontate nel loro essere donne dentro a una chiesa fatta di soli uomini.

“Clarisse” di Liliana Cavani

Purtroppo non sono riuscita a ritrovare il docu-film su internet, ma mi riservo di cercarlo ancora per condividere con voi la forza e la bellezza di queste donne
Qui alcune info su “Clarisse” di Liliana Cavani

Le suore clarisse si sono fatte testimonianza con una importante lettera scritta al presidente Mattarella e al presidente Conte, “Voi siete tutti fratelli”, di cui vi posto a seguire il link del testo integrale. Una presa di posizione forte e la preoccupazione per un periodo storico davvero complesso e che calpesta i diritti umani, soprattutto degli ultimi e degli umili.
Voi siete tutti fratelli, leggi il testo

Questo mi porta l’arte Kintsugi. Mi porta dritta nel cuore, senza sconti, senza curve, diretta nel cuore delle persone, nelle loro storie, nell’amore per la bellezza, per la vita. Nel profondo respiro del mondo, quello che spesso si nasconde dentro alle pieghe, sotto i sorrisi; a nulla vale il silenzio, bisogna alzarsi, agire, riconoscere le proprie azioni. Perchè, come dice Santa Chiara che conosce e ama la parola, o meglio la conosce perché la ama, Quello che hai ottenuto tienilo stretto”

Anni fa, dopo un mio soggiorno ad Assisi, scrissi questo testo, Il Saio, un testo acerbo ma molto sentito sull’amicizia profonda tra San Francesco e Santa Chiara. Per chi volesse, ecco il link
Il saio

Con te

venezia_con_te

Pensavo ti avrei dimenticato nel fondo di un bicchiere di vino, tra le carte stropicciate da occhi carichi di pianto, nel rotolarsi ansioso delle mie notti solitarie e insonni.
Non si arrotonda un cubo, non si liscia un gramo, sciocca a credere che non fosse destino: lo è.

Delicata e forte, così, come me.

Spesso taccio, sempre più spesso scompaio anche da qui.
Non nascondo le emozioni -sembrerebbe- le proteggo.
In un mondo confuso, violento, sciocco, ignorante  non voglio sporcare la mia voce; in un mondo che non sa stare nella corsia lenta in autostrada quando il traffico è libero per una presunta sensazione di inferiorità, non riesco a vivere comodamente.
In mezzo a razzisti, a omofobi, ad analfabeti funzionali e non, in mezzo alla saccenza, alla presunzione, all’invidia, non respiro, non riesco ad allungare le braccia e le gambe, scomoda come in un teatro piccolo, tra le poltrone schiacchiate contro il muro. In un mondo in maiuscolo io torno ad essere in corsivo.

Taccio, perché taccio? Faccio silenzio perché il muro della vergogna di un mondo troppo spesso indecente, cadendo, mi ha sepolto. Viva, senza fiato, sepolta sotto un peso che non riesco a sopportare, taccio.

Ma tacere non significa non vivere.
Tacere è fonte di spirito creativo, il silenzio spesso genera amore quando si coltiva come una rosa rossa.
Delicata e forte.
Come me.

 

Kintsugi: quando un’arte preziosa diventa una moda

Ecco una selezione di libri trovati online dove la parola giapponese “Kintsugi” è usata in copertina ma all’interno del libro ci sono storie, racconti, poesie, concetti tipicamente occidentali e nulla sulla tecnica.
Non dico sia un errore, anzi, solo constato come un’arte delicata che ha mille sfaccettature, che poggia le sue basi sulla forza della lacca urushi, dedicata al restauro di un oggetto, possa essere spesso usata solo per la metafora visibile dell’oro.

Alle volte mi sembra che venga violata la sua bellezza, la lentezza dei gesti che dedico nelle mie giornate, la cura sottile per le stuccature, la sapiente attenzione al dosare lacca e farina, l’attesa.
Kintsugi non è un miracolo, non è un’arte segreta, è fatica, passione, dedizione. Kintsugi è cura di una ceramica rotta che necessita di essere riparata. La funzione dell’oro è una funzione pratica, decorativa.

Forse sono un’idealista, perdonatemi per questo.

Ci si ama forte

Ci si ama forte tra le pietre lisce della strada e il vento di una primavera che non arriva e già va.

Si rotolano le mani nelle tasche mentre ancora calde ricordano amplessi disegnandoli a tratti, appoggiati alle spalle, racchiusi in un abbraccio nel viale.
C’è un tempo per coltivare, la terra morbida dove affondare.

La presenza dell’esserci

castell_arquato-francesco_chiara

Si snocciola in tasca il tempo trascorso insieme, dispiegato sul tavolo del bar, tra le tazzine del caffè bevuto in fretta, ingoiato insieme alle parole e agli occhi -fissi- su di te.

Sono stati giorni -lunghi- trascorsi dietro al vetro, senza mai perdersi uno sguardo, sfiorandosi solo la pelle, a volte nemmeno, un filo di respiro tra noi, solo un’intesa sollecita e pura, e cedimenti, paure, corse per sfuggirsi e ritrovarsi, un unico punto fermo, noi.
Sono stati giorni nei quali abbiamo dubitato di quello che avevamo scritto/detto/fatto/visto/sentito, in nome di falsi miti, fenici bruciate e mai risorte, un utero in affitto abortito, una bava di lumaca infettiva, dove passava lasciava arso e brullo. Abbiamo dubitato, corso il rischio di finire, di spegnerci, di non esistere e forse, di non essere mai esistiti.

Sono stati giorni pesanti. Succede che li ripensiamo, più tu che io, che sai bene, la mia memoria dovrebbe essere lunga -sono una donna si dice- ma non lo è, o forse ero morta quando ci siamo fatti a pezzi, non li voglio ricordare più, sono stati giorni bui, ora non più.

Guardo questo muro. Siamo in un bel borgo, ci sono muri ben conservati, case, mattoni, piccole vie pulite e linde. C’è gente che cammina, parla, gente che sorride, potrebbe essere la nostra casa, siamo fatti così, accogliamo, ci apriamo agli altri, siamo il filo da cui tutto si dispiega, siamo un unico sorriso e due vite.
Guardo questo muro. C’è una pianta, forse è glicine, ma è presto, siamo ancora in inverno, non ci sono le gemme ma si vede che la pianta è viva. Resta lì, appoggiata al muro, lui la sorregge, lei lo decora.
Sembriamo noi due, la nostra casa è muro, tu la forza, io la linfa, tu il sostengo, io il decoro.

Guardo questo muro. E poi guardo te, che mi sei accanto e parli e penso che, alle volte, casa è dove sei con me.