Con te

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Pensavo ti avrei dimenticato nel fondo di un bicchiere di vino, tra le carte stropicciate da occhi carichi di pianto, nel rotolarsi ansioso delle mie notti solitarie e insonni.
Non si arrotonda un cubo, non si liscia un gramo, sciocca a credere che non fosse destino: lo è.

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Delicata e forte, così, come me.

Spesso taccio, sempre più spesso scompaio anche da qui.
Non nascondo le emozioni -sembrerebbe- le proteggo.
In un mondo confuso, violento, sciocco, ignorante  non voglio sporcare la mia voce; in un mondo che non sa stare nella corsia lenta in autostrada quando il traffico è libero per una presunta sensazione di inferiorità, non riesco a vivere comodamente.
In mezzo a razzisti, a omofobi, ad analfabeti funzionali e non, in mezzo alla saccenza, alla presunzione, all’invidia, non respiro, non riesco ad allungare le braccia e le gambe, scomoda come in un teatro piccolo, tra le poltrone schiacchiate contro il muro. In un mondo in maiuscolo io torno ad essere in corsivo.

Taccio, perché taccio? Faccio silenzio perché il muro della vergogna di un mondo troppo spesso indecente, cadendo, mi ha sepolto. Viva, senza fiato, sepolta sotto un peso che non riesco a sopportare, taccio.

Ma tacere non significa non vivere.
Tacere è fonte di spirito creativo, il silenzio spesso genera amore quando si coltiva come una rosa rossa.
Delicata e forte.
Come me.

 

Kintsugi: quando un’arte preziosa diventa una moda

Ecco una selezione di libri trovati online dove la parola giapponese “Kintsugi” è usata in copertina ma all’interno del libro ci sono storie, racconti, poesie, concetti tipicamente occidentali e nulla sulla tecnica.
Non dico sia un errore, anzi, solo constato come un’arte delicata che ha mille sfaccettature, che poggia le sue basi sulla forza della lacca urushi, dedicata al restauro di un oggetto, possa essere spesso usata solo per la metafora visibile dell’oro.

Alle volte mi sembra che venga violata la sua bellezza, la lentezza dei gesti che dedico nelle mie giornate, la cura sottile per le stuccature, la sapiente attenzione al dosare lacca e farina, l’attesa.
Kintsugi non è un miracolo, non è un’arte segreta, è fatica, passione, dedizione. Kintsugi è cura di una ceramica rotta che necessita di essere riparata. La funzione dell’oro è una funzione pratica, decorativa.

Forse sono un’idealista, perdonatemi per questo.

Ci si ama forte

Ci si ama forte tra le pietre lisce della strada e il vento di una primavera che non arriva e già va.

Si rotolano le mani nelle tasche mentre ancora calde ricordano amplessi disegnandoli a tratti, appoggiati alle spalle, racchiusi in un abbraccio nel viale.
C’è un tempo per coltivare, la terra morbida dove affondare.

La presenza dell’esserci

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Si snocciola in tasca il tempo trascorso insieme, dispiegato sul tavolo del bar, tra le tazzine del caffè bevuto in fretta, ingoiato insieme alle parole e agli occhi -fissi- su di te.

Sono stati giorni -lunghi- trascorsi dietro al vetro, senza mai perdersi uno sguardo, sfiorandosi solo la pelle, a volte nemmeno, un filo di respiro tra noi, solo un’intesa sollecita e pura, e cedimenti, paure, corse per sfuggirsi e ritrovarsi, un unico punto fermo, noi.
Sono stati giorni nei quali abbiamo dubitato di quello che avevamo scritto/detto/fatto/visto/sentito, in nome di falsi miti, fenici bruciate e mai risorte, un utero in affitto abortito, una bava di lumaca infettiva, dove passava lasciava arso e brullo. Abbiamo dubitato, corso il rischio di finire, di spegnerci, di non esistere e forse, di non essere mai esistiti.

Sono stati giorni pesanti. Succede che li ripensiamo, più tu che io, che sai bene, la mia memoria dovrebbe essere lunga -sono una donna si dice- ma non lo è, o forse ero morta quando ci siamo fatti a pezzi, non li voglio ricordare più, sono stati giorni bui, ora non più.

Guardo questo muro. Siamo in un bel borgo, ci sono muri ben conservati, case, mattoni, piccole vie pulite e linde. C’è gente che cammina, parla, gente che sorride, potrebbe essere la nostra casa, siamo fatti così, accogliamo, ci apriamo agli altri, siamo il filo da cui tutto si dispiega, siamo un unico sorriso e due vite.
Guardo questo muro. C’è una pianta, forse è glicine, ma è presto, siamo ancora in inverno, non ci sono le gemme ma si vede che la pianta è viva. Resta lì, appoggiata al muro, lui la sorregge, lei lo decora.
Sembriamo noi due, la nostra casa è muro, tu la forza, io la linfa, tu il sostengo, io il decoro.

Guardo questo muro. E poi guardo te, che mi sei accanto e parli e penso che, alle volte, casa è dove sei con me.

E scusa se ci sei tu

E scusa se ci sei tu nelle giornate storte, appese a una stella cadente, sugli orli smangiati di un presente. Di riflesso hai il cuore, sgangherato come le scarpe quando viene inverno e rivedi i buchi che non hai risuolato d’estate, perché ogni presagio non è mai atteso, sebbene tu sappia che c’è. E non parla, ma c’è.
E scusa se ci sei tu ma non saprei fare altro, quando mi specchio nei tuoi occhi per rivedere me bambina e poi donna e tra le tue braccia ho un solo conforto, quello del tempo che sfugge e non sarà mai mio. E non resta, ma c’è.

E scusa se ci sei tu a riparare ogni mio danno, ma non so mettere riparo che non sia tu.

Massimo Recalcati e Lessico Amoroso: la metafora del Kintsugi va bene, ma raccontiamolo corretto.

Siete stati in tanti a mandarmi il link o anche solo la suggestione del programma su Rai3 “Lessico Amoroso” condotto da Massimo Recalcati  dedicata al perdono.
Al minuto 24 circa, lo psicoanalista parla di Kintsugi ed è per questo che molti mi hanno pensato: sono felice, ma vi chiedo anche scusa se, a furia di parlarne, ho condizionato anche voi.
Su vostro consiglio ho quindi visto la puntata del programma che non avevo mai visto prima e nemmeno conoscevo Recalcati. Lo psicanalista affronta temi generali con il pubblico in sala, argomentandoli con clip video e immagini: il tema della scorsa puntata era il perdono. Perdono inteso come atto del ricucire una ferita, dell’affrontare un tradimento nella coppia e superarlo. 

E il Kintsugi cosa c’entra? 

Devo dirvi che ultimamente  il Kintsugi è come il prezzemolo, si usa su tutto,  si usa per tutto, occorre solo avere una ferita e poi far volare la metafora piegandola secondo il proprio sentire. Tutto corretto? Sì, ognuno è libero di interpretare l’arte Kintsugi, ma se si vuole parlarne occorre farlo senza errori.
E Massimo Recalcati di errori ne ha fatti parecchi e visto che mi scrivete per avvertirmi di notizie sul Kintsugi, mi sento di mettere ordine.

Ecco alcuni errori della puntata (ai quali sarebbe bastato un piccolo approfondimento per evitarli)

-Kintsugi (kin: oro – tsugi: riparare) si pronuncia Kintsughi e non Kintsugi 

– La tecnica tradizionale giapponese Kintsugi utilizza lacca urushi; nella clip video dietro a Recalcati la tecnica è quella moderna con resina epossidica, corretta ma non dal punto di vista culturale.

“La storia racconta che un ricco mandarino…” così inizia il conduttore, inventando di sana pianta una storia. Inoltre i mandarini sono cinesi, la tecnica Kintsugi è giapponese. 

“L’oggetto prezioso è stato riparato da un vecchio artigiano”, prosegue Recalcati. Questo non è un errore storico/tecnico ma di visione: chi lo ha detto che l’artigiano debba essere per forza vecchio? È questa una pregiudiziale dura a morire, a cui anch’io, all’inizio, ho dovuto sottostare: se sei giovane, non conti.

Le dipinge con oro”!
No Recalcati, no Rai3, NO! Il Kintsugi si realizza posando polvere d’oro su stuccatura realizzata con lacca urushi e finitura a pennello di lacca rossa. Polvere d’oro, non pittura d’oro.

Lo so, è la metafora quella su cui è stato messo l’accento, ma se la base da cui si parte è errata, siamo sicuri che la metafora avrà lo stesso valore?

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La fragilità è un dono, il modo in cui possiamo romperci per ricomporci.

 

Link utili
Lessico Amoroso, la puntata “Il perdono”
Massimo Recalcati, psicoanalista