Ci sono vite

Ci sono vite che scorrono in coppia, su binari paralleli. Ci si spinge a vicenda, non so spiegarlo bene, uno va avanti, l’altro si ferma, si torna indietro, ci si fa un po’ compagnia e si riparte. Può essere che uno vada più veloce, ma accade sempre che ci si ricongiunga. È come se il suono di una vita riecheggiasse nell’altra, parte un movimento in una e dopo poco parte anche nell’altra.
Non so capire se sia un caso o se davvero si possano toccare spazi siderali, chiamiamoli così, extracorporei, spazi della mente che avvicinano le persone, molto spesso due, altre volte anche più. È una specie di armonia, viene dal basso, dalla terra, la senti crescere come una radice attaccata e si libra dentro di te.
A me accade, è così, è essere vivi.

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“Rialzarsi è donna”

“Rialzarsi è donna” è la prima edizione di un premio letterario indetto da Apid Imprenditorialità donna a ricordo del primo presidente, Angiola Audino. Rivolto a donne imprenditrici, il tema portante è il cambiamento e la resilienza, temi spesso non facili da raccontare perché toccano la sfera intima e personale; parlano di fallimenti, di cadute ma portano con sé la voglia e il coraggio di rialzarsi, di andare avanti. Nonostante tutto.
Il mondo imprenditoriale delle donne è sempre più complesso di quello maschile, si fa più fatica per le nostre caratteristiche, i sensi di colpa, la fragilità nascosta, il senso di inadeguatezza. Di contralto le donne hanno forza da vendere, determinazione, empatia verso l’altro. Le donne sono forti.

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Ho partecipato con emozione al concorso letterario raccontando la mia esperienza di cambiamento, io come altre 50 donne. Di questi racconti, massimo 15000 caratteri, ne sono stati selezionati 15 che sono andati a comporre l’antologia “Rialzarsi è donna”: 15  storie di donne e di cambiamenti. Alcuni davvero potenti, storie da cui rialzarsi è davvero difficile, ed esserci riuscite è fonte di coraggio. E di speranza.
La premiazione si è svolta ieri, al Salone del Libro di Torino, a premiare Brigitte Sardo, presidente Apid Torino.

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Inaspettatamente il mio racconto è risultato primo classificato, e questo mi rende felice anche se credo, in un contesto come quello di “Rialzarsi è donna”, abbiamo vinto tutte. E credetemi, le donne che ho accanto hanno e stanno ancora, combattendo battaglie che io mai saprei affrontare con coraggio e con i loro meravigliosi sorrisi.
Il mio racconto si intitola: “15000 caratteri. O quasi. (perché non è la perfezione che conta)” e si può leggere qui. 

L’amore ha una forma densa

Certe sere l’amore ha una forma densa, esce dal cuore e lo puoi toccare. È una parola detta, una notizia inaspettata, il vago contorno sconosciuto della felicità. Ci si riconosce dentro, nelle parti molli del cuore, sbattuti da venti imprevedibili e sconfinati, quando la sera fa buio e le confidenze si fanno sottovoce, sotto le coperte, con un alito di fiato che non spegne una candela, figuriamoci la vita.

Certe sere le cose accadono perfette e non puoi farci nulla, sono lì che accadono per te.

C’è sempre qualcuno che

C’è sempre qualcuno che la sa meglio di te, la conosce prima di te, la conosce intera, intendo la verità.

C’è sempre qualcuno che ha le spalle più grandi delle tue, o più piccole, dipende da come ti esponi; che ha le caviglie più sottili, il seno più sodo, piccolo, tondo, la pancia senza cellulite, il trucco perfetto, c’è sempre qualcuno pronto per una sfilata, con l’abito di Fendi e le scarpe del supermercato, vestito meglio, con più accessori, più colori, più fiori, più righe e nastri.

C’è sempre qualcuno che sa scrivere meglio di te, sa declamare poesie meglio te, rifinire, lavorare, parlare in pubblico, in privato, che sa mangiare meglio di te, cucinare come un chef stellato, addobbare il tavolo, le sedie, il giardino, la camera da letto. C’è sempre qualcuno che ama meglio di te.

C’è e c’è sempre stato e sempre ci sarà, ma c’è anche il modo per non incaponirsi, sfuggirsi, invidiare, farsi la bile, il pancreas e il fegato amaro: c’è da guardare, alle volte imparare, altre dimenticare, altre ancora far finta di nulla.

E prima di tutto c’è da essere sé.

Fuorisalone 2018

Il Fuorisalone di Milano, evento legato al Salone del Mobile che si tiene a Rho fiera, non mi delude mai. Sono ormai diversi anni che lo frequento e ogni anno torno a casa ricca di intenti, di creatività aggiunta, consapevole che abbiamo davvero tanto da dare, da condividere, che sì, è vero, c’è la crisi, la guerra, la fatica, ma c’è anche tanta bellezza.
Ed è da questa bellezza che voglio ripartire, ogni volta.

Quest’anno il Fuorisalone di Milano mi ha vista per la prima volta protagonista. Un ruolo piccolo ma importante per me e per il messaggio che con la mia opera ho trasmesso.

Collocato da BASE, nell’installazione di CNA, curata da Sarah Spinelli, lo scolapasta di Contemporaneamente700 restaurato da me con la tecnica giapponese Kintsugi, racconta il re-design e la nostra capacità al cambiamento.

Ventura, Tortona, Brera, Corso Venezia, Centro, vi lascio alcune immagini di quello che è il Fuorisalone, l’interesse per il design, per l’oggetto e per il digitale: una forma di sviluppo emozionale e attivo al quale è difficile sottrarsi.

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In my blood

In un rivolo dorato, stretto nel petto, rigoglioso scorri, piccole lancinanti scosse mi percorrono, passione spinta oltre.
È quando ti sfioro che le ansie si consumano, piatto svuotato, un cassetto disordinato di eventi e tu, la riga che divide, il bianco e il nero, metti in ordine il disordine che dentro mi alberga, senza mai dovermi chiedere le chiavi.
Nel mio sangue riversa l’incomprensione, nel tuo la mia redenzione.

Le pietre d’inciampo al ghetto di Venezia

Di 254 ebrei veneziani arrestati e deportati nel 1943-’44 solo otto sopravvissero

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Entrare nel ghetto di Venezia, in Cannaregio, fa mancare un po’ il fiato. Si sente ancora forte l’odore del dolore, della forza, dei soprusi, del silenzio. Non si riesce a fare finta di nulla, sebbene il Campo di Ghetto Nuovo sia un luogo sereno e assolato, dove riposarsi sulle panchine all’ombra di piante odorose. Il sorriso si spegne nei ricordi.

Il ghetto di Venezia nasce il 29 marzo del 1516: gli ebrei vennero relegati su di una piccola isola dove venivano scaricati gli scarti di fusione dei metalli;  il ghetto infatti nasce a Venezia, anche nell’etimologia: ghetto da “getto di fusione dei metalli”.
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Il ghetto, chiuso nei quattro lati da canali, aveva dei cancelli che si chiudevano la sera e due barche che lo sorvegliavano. Durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno fermò la deportazione degli ebrei ad opera dei nazisti: vennero deportati uomini, donne, bambini e tutti gli anziani della casa di riposo. Di 254 deportati solo 8 sopravvissero.

Gunter Demnig è un artista tedesco: dal 1995 crea piccole pietre della dimensione di un sanpietrino, 10×10 cm coperte di ottone. Gunter cerca le case dei deportati nazisti e, dopo aver chiesto il permesso al proprietario della casa e ai parenti, colloca le piccole targhe a terra, di fronte agli ingressi delle case da dove i deportati venivano portati via. Le pietre sono chiamate “pietre d’inciampo”, non inteso come un inciampo fisico, ma come momento di riflessione. Sulle targhe sono incisi il nome della persona, l’anno di nascita, la data, l’eventuale luogo di deportazione e la data di morte, ove conosciuta.

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Gunter Demnig  fonte quotidianopiemontese.it

Persone diventate solo numeri riacquistano così il loro vero valore umano.

Le pietre d’inciampo sono quasi 60.000, diffuse in Europa. 
A Venezia le prime sono state collocate dall’artista tedesco nel 2014; ad oggi se ne contano più di 58 e l’ultima collocazione è del gennaio 2018.

Leggerne può lasciare un segno, viverle, toccarle, vederle da vicino, cambia il senso della vita. Lo cambia perché non sono collocate a caso, per strada, ma davanti alle porte di casa di coloro che sono stati deportati e viene tutto dentro il dolore ammutolito che deve averli pervasi, quando, usciti, avevano la piena consapevolezza che non sarebbero più tornati. Padri, madri, figli.

Info per sapere: chiudere gli occhi e girare la testa non serve.

Le pietre di inciampo 
Le pietre di inciampo in Italia 
La comunità ebraica a Venezia 
Gunter Denmig 
La prima posa delle pietre a Venezia 
Il video di Repubblica della posa delle pietre d’inciampo