Area protetta

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Ecco, proprio così.
Occorre pazienza e tempo per costruirla, l’area protetta.
E si sa, è sempre violabile dagli stolti.
Ma per poco, dà la sensazione di tranquillità.

Chiara

Il tempo del nulla

C’è un tempo vuoto – è questo – nell’annullarsi delle ore.
Non senti il crescere nelle piante dei piedi, la circonferenza gravida dei seni, lo sciabordare mieloso dell’inguine, le parole stentate, solito noioso ripetersi.

È il tempo del nulla, meravigliosa assenza.

Chiara

Parlare, scrivere, tacere.

“L’analisi dell’edificante linguaggio altrui mi portò a questa conclusione: parlare era un atto di creazione ma anche di distruzione. Era meglio starci molto attenti, con questa invenzione.
Ameliè  Nothomb -La metafisica dei tubi-

Lo stesso vale per la scrittura, oltretutto questa resta.
Allora conviene tacere?

Chiara

ecco, appunto, così
“Odiare i libri. Abbozzo di introduzione” (qui l’articolo)

Balance

Michael Grab

Nell’inconsueta veste dell’attesa, in equilibrio resto, nella pioggia.
S’è fatta pace e placato il cuore, e il senso desolato, rinfrancato.
Ricolmo gli occhi del buio e assaporo il silenzio dei giorni trascorsi,
lavando ricordi, depurando emozioni, lasciando il fulcro sano che vivere non è rimpianto ma decisioni, le mie, le tue.Gravity Glue

Ricamo il mio tempo in silenzio, preservando l’aurora e il fluire lento dell’acqua, immersa nella pace.
Quando arriverai, sarò pronta, sarò io, e nel riconoscerci in corpi trasfigurati, sarà nuova vita.

Chiara

Gravity Glue (sito)
Jared Scruggs ( qui la sua musica) 

Per me

fiore

Non conta il tempo
ma la bellezza che resta.

Chiara

Il silenzio che cura.

Non so se è successo anche a voi, ma ho notato, tra le pagine dei social, nei dialoghi con le persone, un acuirsi delle delusioni nei rapporti umani.
Ci si scontra con l’indifferenza, la solitudine, con il tradimento, le offese, l’opportunismo.
E’ tutto una rabbia, un’arroganza. Un voler prevalere, offendere, denigrare.

C’è uno scadimento tangibile nei rapporti tra le persone, anche tra famigliari ed amici. Leggo, ascolto, principalmente lamentele, di abbandoni, di persone che usano e poi gettano, che scompaiono. Di gente che non esita a distruggere pur di salire sul carro del vincitore, abbandonando il perdente. Di gente che si crede furba e frega senza problemi. Di altri che pretendono la ragione solo perché senza coraggio per essere se stessi.

C’è una potenza nuova nel mondo ed è quella della delusione, del tutto e subito, del passare sopra senza rimorsi, senza attenzione.
E in questa spirale di odio, si arriva a glorificarsi, inneggiando a sé come superiore e agli altri come feccia.

E c’è un’altra potenza, che è quella del silenzio, parola mai così abusata. Il silenzio contro gli idioti, il silenzio per ferire, il silenzio dell’indifferenza. Il silenzio come arma, come minaccia, subdolo e cattivo.

Io, invece, vivo il silenzio come un’opportunità.
Per curarsi dentro.

Chiara

 

Il regista della compiutezza

“…colma di libri e solo di libri, piena la cantina e la soffitta non è bastata, la mia cucina è piena, la dispensa e il gabinetto pure, solo i passaggi per le finestre e i fornelli sono liberi, in gabinetto c’è solo quello spazio sufficiente per potermi sedere, sopra il vaso del water all’altezza di un metro e cinquanta già ci sono le travi e le tavole e sopra fino al soffitto si ergono libri, cinque quintali di libri, basta un unico movimento imprudente nel sedersi, basta un imprudente gesto in alto e io urto la trave portante e mi vola addosso mezza tonnellata di libri e mi stritola coi calzoni abbassati”

Così scrive Bouhmil Hrabal in Una solitudine troppo rumorosa ( Einaudi 2014), testo scoperto nel volume Sulle strade del silenzio di Giorgio Boatti.

Leggere è una delle mie predominanti passioni; raccogliere libri, attingervi per conoscenza e riflessione, per svago e diletto. Leggere è una maledizione perché, come dice bene Hrabal, i libri si annidano in ogni angolo della casa, superata la soglia definita della libreria. I libri che ho in casa sono tutti letti, non compero per fame di editoria; compro, prendo in prestito, per pura passione di lettura.
Amo la carta, il silenzio del libro, l’estraniarmi in altri mondi; amo i caratteri di stampa, le copertine, il tatto della pagina.
Io, se potessi, vivrei qui.

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Biblioteca Malatestiana di Cesena

Questa mattina, leggendo questo post qui, ho avuto modo di riflettere su cosa sia per me la scrittura.
Parto dal presupposto che non tutti coloro che scrivono sono da considerarsi scrittori, come non tutti coloro che scrivono poesia sono da considerarsi poeti.  Anzi, a dire il vero, solo pochi possono fregiarsi di tale titolo.
Troppo spesso si crede che gettare sulla carta il proprio impulso e cuore, sia scrittura e poesia. Se tocca il cuore del lettore è poesia, altrimenti no.
Affermazione per me molto errata: lo scrittore è un artigiano che lavora, cesella, modella seguendo sì, un’indole, ma anche regole. Il lavoro della scrittura prevede tempi lunghi di correzioni, di riletture, di piccoli aggiustamenti, parole modellate nel tentativo di renderle perfette.
Lo scrittore deve essere capace di scrivere di ogni argomento, qualora richiesto, mettendo in ogni dove la stessa passione e dedizione; lo scrittore, il poeta, non è un visionario, ma un regista della compiutezza.
Io, quando leggo, ricerco lo stile, l’armonia, non intendo la leggerezza, ma la comprensione. Un libro o una poesia devono guidarmi, non devo essere io costretta a seguire loro.
Occorre, è vero, anche il cuore, ma con moderazione; di autobiografie e di io ne sono piene le librerie, ricche come sappiamo, solo di invenduti.

“salva un albero, rileggi quello che hai scritto e cestina!”

Chiara

La primavera del ritorno

Da un tronco di quercia, il ramo troncato, distillano rari semi abbelliti di sparuti raggi di vita.
V’è da fare una nicchia in terra e deporli, già so, ad attendere silente la primavera del ritorno.
Ci si scansa tra rovi e radici che inceppano l’avanzare quando è stata battaglia di cui restano segni feriti.
Ma io non ho fretta e non temo la notte.
Ferma sto ad aspettare.
E se non sarà ritorno vero, se di germogli i semi non saranno figli, solo allora lascerò la mia residenza dal tuo cuore.

Chiara

Abbazia di Viboldone

“Il senso del limite insegna a stare con naturalezza dentro la propria finitudine” Giorgio Boatti

Non  molto tempo fa ho visitato l’Abbazia di Viboldone, nella periferia Sud di Milano. Un luogo antico inserito suo malgrado  in un contesto suburbano incasellato e grigio; un pezzo di storia intatta, quasi estraniata dal mondo e segregato tra tangenziali, svincoli, casermoni e centri commerciali.
Sarà la fede che lo ispira, sarà la potenza dell’arte medievale, sarà un briciolo di rispetto dei tempi trascorsi, quando si varca il cortile dell’Abbazia, ci si sente trasferiti in un incavo di serenità.
Per commentare le mie immagini, non userò le mie parole, come mi è solito, ma il testo di Giorgio Boatti da “Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni” ed.Laterza.(qui la pagina facebook).

Il senso del limite insegna a stare con naturalezza dentro la propria finitudine.
E’ una pratica che richiede l’esercizio dell’attenzione verso gli altri. Un’attenzione da mantenere sempre in allerta, prendendo consapevolezza di quanti altri gesti e modi di essere da parte nostra possono essere invasivi e intrusivi, colpendo ambiti di sensibilità che ci stanno attorno.

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Questo allenamento al governo di sé, delle proprie parole e dei propri gesti, dell’essere consapevoli dello spazio nel quale ci si colloca e dell’uso che si sta facendo del tempo, proprio e altrui, porta a poco a poco a camminare su una sorta di crinale. Lì, invisibile, corre il filo di ciò che è essenziale. A noi e agli altri.2

 

Le mezze misure, le ambiguità, gli accomodamenti, prima ancora di essere interdetti da norme formali – i confini della clausura, per esempio, o l’inizio del Grande Silenzio a partire da una data ora-, sono respinti perché rappresentano una stonatura. Sono una distonia perché opposti e speculari alla scelta di un modo di vivere che ha senso solo se riesce a essere integro, congruo, in ogni aspetto duraturo.

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O si è, insomma, quel che si dice di voler essere, o non lo si è. E allora è inutile fare del teatro o della rappresentazione per camuffare la situazione.

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Il silenzio, proprio perché mette al vaglio ogni parola, è un efficace sparigliatore di ambiguità, un formidabile bastone di sostegno per restare coerenti ai propri propositi. Con l’andare del tempo, ci si rende conto non solo della fatica che questa modalità di stare con se stessi e con gli altri, almeno all’inizio, impone, ma anche della liberazione che a poco a poco regala.

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La sensazione, quasi fisica, è di disporre dentro di sé di un tempo fattosi più lento e arioso.

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E’ di muoversi in uno spazio interiore che si è fatto più agevole, essenziale, sgombrato da inutili orpelli che normalmente lo inzeppano”

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Ho voluto inserire lo scritto di Giorgio Boatti tra le mie immagini, perchè è stato scritto durante un soggiorno nel monastero di Viboldone, adiacente all’Abbazia e retto dalle suore  della comunità di Madre Margherita Marchi. Vi ho ritrovato molti dei sentimenti da me provati, un senso di rientro nella propria mente, un assetato desiderio di distacco e intimità.
Ciò che ho sentito equivale a quello che sentirete voi

Chiara 

 

Trasparenze

Talvolta, si vorrebbe essere muti. Muti, non sordi, che a sentire ancora c’è spazio e un barlume di interesse.
Muti, che le persone provassero a farti le domande, a chiederti le cose più semplici e le più complesse e tu, pur capendole, non potessi rispondere.
A poco a poco verrebbe a scemare l’interesse di porti quesiti e calerebbe un raro silenzio intorno a te, un silenzio di curiosità spenta.
Muto e silenzioso.
Lentamente, verresti a scomparire, sebbene vero e di carne. Nessuno si interesserebbe più a te, nessuno ti vedrebbe quasi più.
Un nulla muto e silenzioso, un pezzo di legno, una colonna nel muro, una piastrella della cucina, un listone del pavimento, un sasso per strada.

Accade così a taluni, troppo stanchi della vita, sconfitti e umiliati. Falliti dentro senza davvero esserlo fuori.
Si chiudono in un mutismo salvifico, fino a diventare trasparenti.
Ad un passo dal morire.

Chiara