Il silenzio della cura.

Molti anni fa, ricordo i giorni delle feste. A casa ospitavamo amici lontani che restavano a dormire da noi e mia mamma, il giorno prima, lo passava a pulire a fondo la casa. A me spettava passare la lucidatrice nel pavimento in marmo dell’ingresso e pulire le cornici in argento di famiglia.
Ricordo bene il rumore della lucidatrice, l’odore della cera, le pattine subito dopo, per non sporcare e non rovinare il pavimento. Tutto brillava, i piatti del servizio buono, le posate, si ripassava il corredo, avrebbe potuto sembrare un lavoro, per me era una festa: di lì a poco sarebbero arrivati i miei amici più cari, avrei passato ore felici e spensierate. Certo poi sarebbero partiti, ma ero piccola allora, non pensavo al futuro, erano presente le mie giornate.

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Pochi giorni fa ho scoperto, raccontando ad amici di famiglia la cura che mettevamo nel preparare la casa, che  non si erano mai accorti del pavimento incerato, tutto lucido e brillante. Sentivano però il calore, un sentimento di accoglienza mista all’amore, trasudava dai piatti, dalle luci accese, le pattine no, quelle loro non le dovevano certo mettere: erano gli ospiti, gli amici, graditi, attesi.

Questo ho appreso da mia madre, questo mi resta del suo ricordo: ora, come allora, quando ospito gli amici, preparo la casa, pulisco con cura i dettagli, passo anche la cera, come cent’anni fa, lucido le cornici d’argento, tutto scintilla, tutto attende, tutto è in fermento. Anche dentro di me.
La cura silenziosa, questo è il dono che mi ha lasciato mia mamma, la cura silenziosa e continua per chi si ama. Incondizionatamente.

 

 

Dimentico

Dimentico la tua voce, peraltro anche il tuo volto a volte non mi sovviene. Dimentico il timbro, la frequenza, se sussurravi o urlavi; come in un film muto le immagini si ripercuotono sul cuore in un nulla dorato, come le gabbie di un qualche vecchio film di angeli anni ’70 di periferia. O un film di fantasy, di quelli che non trasmettono più o capita solo a Natale, quando si è ubriachi di panettone e vino bianco scaduto e il cane volante mette malinconia quasi più di un peluche vinto alla lotteria della fiera.

Dimentico la tua voce, non la ricordo più, penso possa essere che invecchio, o forse che sei invecchiata tu, il tuo ricordo almeno, venti anni non sono pochi, meno di quanto hai vissuto, è vero, meno di quello che abbiamo vissuto, più dei miei figli, meno di me. Dimentico anche il tuo viso, se accade prendo una foto, una di quelle in cui nemmeno ti conoscevo e c’ero, chissà perché quelle che hanno l’odore del presente le scarto, sarebbero da ritoccare, o da continuare, chissà.

Dimentico tutto, non l’amore, quello cambia, ma sarebbe rimasto, non come la pelle o le unghie che ruotano nel cambio delle stagioni, l’amore no, quello resta, quello che mi farebbe sedere ancora una volta ai tuoi piedi mentre mi racconti una storia o cucini o solo mi guardi, con quegli occhi persi, nel bianco di un letto che non dimentico più.

Il mondo invisibile

Alle volte vi cerco. Alzo il telefono, prendo una penna, cerco di emettere un grido, un saluto, tendo una mano. Alle volte è proprio difficile, altre meno. Dipende dal sole, credo, o dal buio, o dalla malinconia, arriva, si distende e occupa spazi immensi dentro. E non si arrende fino a quando non ha coperto tutto. La lascio fare, cosa serve redarguirla, combatterla, scacciarla?
Voi non ci siete più. Nemmeno se vi cerco, e lei lo sa, la malinconia, e quando assale forse vorrebbe combattere, vedere le lacrime, la rabbia, forse, chissà.
Alle volte vi cerco, uno ad uno, fin dal giorno in cui siete andati via, ognuno a suo modo, chi facendo scena, chi in silenzio, chi d’un colpo solo, chi con lenta agonia, chi mi ha dato il tempo di un ciao, chi l’interminabile attesa dell’addio. Vi cerco nel quotidiano, tra la gente, per le strade affollate e nel deserto della notte; vi rileggo nei gesti, negli oggetti conservati, in quelli persi ma non dimenticati, ricreo i profumi e i visi, sempre più labili, sempre più distanti, sempre meno con me.

Alle volte vi cerco nel mondo invisibile in cui siete, velata di nostalgia la mia anima.
E vi trovo, là dove siete.

Una mancanza

Mi sono svegliata con una mancanza, una mano che mi ha tolto il cuore, il fiato strozzato, il corpo compresso, schiacciato, incastrato.
Non ci ho fatto caso, pensavo passasse, un giro breve, il sole che sorge, una nuvola bassa che evapora lenta, la saliva che scende, un boccone mal digerito, il tempo.
Ma lei si è accresciuta, s’è fatta presenza generata dall’assenza e ha stretto il collo, una sciarpa non messa, l’affanno, il senso del divenire annullato.
Ancora non mi sono arresa, lo sguardo rialzato, il fiero combattere dell’esistenza, e ho percorso strade, cammino, le luci, la gente, le regole chiare del divenire, il fallimento.

Infine, anima mia, ho accettato il segno, il suo divenire, lo scroscio, il vento, e quieta mi sono seduta ad aspettarne il dolore.
Ma sei arrivata tu.
E il tuo amore, la tua tenerezza lontana, mai spenta, il tuo cuore fedele.
E mai assenza fu così presenza dentro di me.

Chiara

Gli anni #6

Erano ancora rese vane le parole, da che il tempo del rivedersi era avvenuto. Sconfinava la pelle il desiderio ed era sì forte da annullare ogni presente parlato.
Lui fece il caffè, solido rumore d’acqua, borbottio di fuoco, e solo con gli occhi la possedeva.
Lei, seduta nel fronte spazioso del divano, rastrellava i ricordi, pettinandosi gli anni. Erano fili bianchi i suoi, era la sua esistenza.

Alzò lo sguardo, fu un fulmine breve, lo amò perdutamente; poi finì.

Chiara

Riverbero

Era tempo felice l’aurora,
allorchè i prati eran seminati a rose,
sol grido e sollazzi a far da compagna,
sebben gravida di morte fosse la messe.

Rapito ti stavi lungo il ruscello,
vagheggiando ninfe far capolino,
leggiadra l’acqua a far da riflesso
dei tuoi bei occhi di rosso vermiglio.

Ma ciò che da mente tua trapelava
era sol droga di vita il distillo
chè ormai vaghi i destini son resi
e i calici ebbri per l’eternità svuotati.

ChiaraIMG_6698

dissolvenza

Si costruì una casa fatta di paglia e rami intrecciati

e la fece navigare lontano, recintando il proprio esistere.

Non volle ascoltare, non volle vedere

solo le restò di respirare il suo profumo

nascondendosi, a volte, nell’incavo del suo ricordo.

Chiara

 

Quanti modi conoscete per affrontare le vostre relazioni, le giornate, gli affanni e le gioie?

Immersi nella vita, nel suo scorrere.

Abbiamo infinite possibilità di ascoltare e comprendere: con fretta accelerata, con fredda superficialità, con caldo livore, con pacata rassegnazione, con spocchiosa indifferenza, con limpida calma e serenità, con pungente arroganza.

Quanti modi conoscete per affrontare le vostre relazioni, le giornate, gli affanni e le gioie?

Io uno solo: con l’occhio attento ai dettagli. E per ogni fatto che conta, per ogni giornata, salvo un dettaglio, seppur minimo, che mi resta impresso come tatuaggio nella mente.

Ecco, quella volta successe proprio così……

Chiara