Kintsugi è un’arte, non una moda

Succede che mi sento in colpa. Non dovrei, non sono io che muovo le mode, ma questo mio interesse continuo per l’arte Kintsugi, il mio scriverne, il mio praticarla, diffonderla, mi mette di diritto tra quelli che “ne sanno” in Italia. E non solo in Italia.
Tra coloro che ne permettono la conoscenza là dove prima non c’era.
Il mio è un approccio artistico, le mie opere sono opere di artigianato, mani al lavoro; sono lacca e polvere d’oro, nulla più. Sono materia.

Quando scrivo invece, seguo anche la metafora, cercando di entrare piano, quasi sottovoce, in un mondo fatto di debolezza, fragilità, ben consapevole che il messaggio occidentale non ha radici in Oriente, è una narrazione differente, frutto di diverse culture.

Il mio atteggiamento per l’arte Kintsugi è umile. Devo imparare ancora molto e anche quando avrò imparato, ancora dovrò imparare. E anche allora sarò ospite di un paese, della sua cultura e non avrò mai la presunzione di sapere.
Potrò, come già ora faccio, creare una commistione con la mia arte, unendo due conoscenze, ma sempre sarò attenta al rispetto.
Perché Kintsugi  nasce vicino ai fiori di loto, nella semplicità della cerimonia del té, si nutre di essenzialità; risuona dell’eco del wabi sabi, la perfezione dell’oro, la preziosità della fragilità, della rottura.

Ma
Kintsugi oggi è una moda, e spesso viene usato da persone che non ne conoscono il significato vero. Se ne appropriano per mere operazioni di marketing, pensando che basti inserire qua e là, tazza rotta, ferita e oro, per far diventare le parole un Kintsugi.
Kintsugi è bellezza, arte profonda, semplice. È togliere invece di aggiungere, è il tocco del pennello, una linea fine e sottile, non un graffio, non un solco e nemmeno una riga di pennerello nero, grande e arrogante.
Kintsugi è un soffio, non un urlo.

Non tutti i conflitti, non tutte le arti, non tutto può essere vestito del significato di Kintsugi; sebbene io ripeta spesso, anche durante i miei corsi, che l’arte di riparare con l’oro ha molte declinazioni, solo la vera bellezza se ne può vantare il manto.

Riflettete quindi prima di usare Kintsugi: non è infatti una parola, ma uno stile di vita. Non è moda, non marketing, non sporcatevi le labbra con una poesia che non vi appartiene.

Il rispetto di una cultura è il rispetto per l’uomo, per l’umanità.

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Foto Alberto Moro. Chado, Kyoto.

 

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Limiti

Questi sono i miei piedi. Sotto di me un muro scosceso di pietre. Lo so, da qui sembra piano; da sopra no, non lo è. Non è un muro però pazzesco, non occorrono corde fisse, basta scendere piano. Con attenzione. Senza paura.

Io invece ho paura e a causa di un pesante problema al ginocchio destro, un muro scosceso per me diventa un ostacolo grande. Un limite che da sola non so superare. Un limite fisico osteggiato dalla mente diventa invalicabile.

Vicino al muro scosceso c’è un prato con una stradina. Al fondo uno scorcio stupendo di mare. La gente arriva per fare una foto, per deliziarsi del vento ma il prato ha una recinzione di filo spinato. O meglio, il prato ha il filo spinato che diventa solo un filo di ferro sottile nella stradina.

È un filo di ferro. Non una montagna, non un filo spinato. Un filo. Un filo basso. Basta alzare una gamba e si passa. Ma la gente si ferma. Arriva tranquilla al filo e si ferma. Indecisa sul da farsi. Passano pochi attimi e tutti poi scavalcano ma prima si sono fermati.

Un limite resta un limite. Un limite fisico è insuperabile senza la mente. Un limite fisico aiutato dalla mente diventa superabile.

Ho le vene fragili, amore

Ho le vene fragili, amore, passa il sangue ma tu non le toccare, che resta il segno, un blu deciso, rosso, giallo, verde, la fine. E’ una fatica grande, a scorrere tra pareti delicate, un minimo sobbalzo, una curva grave di sentimenti, un pugno dritto, non dico in faccia, nel cuore e la vena si spezza e il sangue esce, nel corpo intonso a fare da pozza.
Bizzarra la pelle!  I pori stretti come chiappe posate, racchiudono il liquido sacro, un graal destinato, un pensiero sfocato, la mente s’annebbia quando perdi vigore?
Ho le vene fragili, dicevi, e pure lo sapevi, tu che di cuore sai mettere mano, con ferri, tubi, affilate strategie, le tue mani, dirette quando serviva, giù, dentro, fino al fulcro del battito, tu, sai stringere forte per fare rinascere vita. Già, lo sapevi, che di questo mio cuore conoscevi tutto, scandagliato, toccato, palpato, letto sulla carta, tra fili elettrici e radiazioni solari. Forse lo avevi visto anche da sotto la carne, si vede il cuore se mi scruti negli occhi?
Ho le vene fragili, amore, e allora dimmi: com’è che d’incendio le hai fatte brillare, poi di fiato acre ne hai spento l’ardore e ora, leone avvizzito, criniera dorata, ritorni e ne fai portamento glorioso, da sempre nel tuo cuore?

Siamo solo anime disfatte, alla ricerca di un senso.
E quel senso siamo noi.

Chiara