C’è un matto 

C’è un matto in metropolitana -si può chiamarli così?-

C’è un matto in metropolitana, parla da solo, a voce alta, un discorso coerente, grida la sua omosessualità. Sorride spesso. Ride ma non sguaiato.

“No, è una donna, a me non piacciono le donne, mamma, lo hai capito?” “Guido, no, il medico non serve”

C’è un matto in metropolitana. È vestito bene, la gente lo evita, non dà fastidio, parla tra sé a voce alta. Parla con il suo amico immaginario

Io gli sorrido. Lui si ferma un attimo. Mi guarda. Poi si rivolge a qualcuno nella sua mente: “È una donna, te l’ho detto, a me piacciono gli uomini”. E sorride.

C’è un matto in metropolitana. Io non so se si può chiamarlo così ma mi è sembrato meno solo e meno triste di tutti gli altri. Quelli sani.

Solo i pazzi vedono i pazzi

Le pantofole strascicate sul pavimento, quei piedi anziani affaticati dal tempo non reagivano bene ai comandi del cervello. Il corpo possente, avvolto nella vestaglia rosa, donava alla figura un senso del tempo andato, corrotto, dicotomia tra ciò che fu e ciò che è. Sarebbe stato perfetto un  morbido scialle di lana a coronare il quadro, ma qualche bizzarria nascosta nell’armadio – e nella testa –  le aveva fatto indossare un gilet in pile blu, di quelli che si usano per le passeggiate all’aria aperta: era un’immagine distorta, disturbava la vista, ci si perdeva il centro a guardarla.
E pensare che così non era stata, che i tempi erano stati migliori e fervidi, come la sua mente; aveva riempito con la sua presenza le sale, gli uffici, la vita degli altri con la sua figura forte e troppo spesso scomoda.

Aprì la porta con fare sospetto, guardò fuori dell’uscio, nel cortile stretto del castello, una corte su cui si affacciavano i balconi coperti ad archi, rifugio e nascondiglio d’anime, bocca segreta di spie e tradimenti. Sul terreno era posata una ghiaia fitta che al solo sfiorare dei piedi strideva grida di sofferenza, ispirava odio e cospirazione. Sui muri, l’edera cresceva fitta e compatta, donando buio e umidità, ricettacolo di serpi e topi.
Nel centro del cortile, uno sprazzo di sole, filtrato dal cielo esausto.

Era lì che si era fermato. Gli pareva di non perdere vita se restava al sole, di non perdere il colore, il respiro.
“Venga via da lì” gridò con fare sommesso, un grido dalla gola, la signora con la vestaglia rosa. “Venga via e faccia silenzio, non dica una parola.”
Lui si spostò piano, avvicinandosi alla porta di casa. Si guardò intorno, cercando qualche pericolo in agguato ma non vide nulla. Solo bianco silenzio.
“Venga via, non si attardi sull’uscio, entri” disse con una voce che era più un comando che un’esortazione.
Non appena entrato, la donna si sporse per un attimo fuori dalla porta, scrutò in ogni angolo e dopo una militaresca ispezione, rientrò.
“Lei non sa cosa può accadere se si resta in quel cortile! E guai a parlare, lei non ha idea di cosa le potrebbe capitare”.
Il battito si fece più forte, la voce alterata, poi più stretta, china, una sorta di ghigno, nessun sollievo nel buio consacrato da opere d’arte e dall’antico sfarzo della casa. L’uomo non era per nulla tranquillo, gli pareva d’essere entrato in una sorta di sogno irreale, un cantuccio malsano, a fare due passi nella mente malata di qualcun altro, in una torbida storia di sofferenza e disagio.
Ancora perplesso, non parlava, così come la donna di servizio che dal nulla era comparsa. “Là fuori, nell’appartamento sopra al mio, vive una pazza. Grida, insulta, getta oggetti! Ah, voi non sapete quante me ne fa passare, guai a parlare, guai a dire, lei urla, getta, furiosa e senza limite alcuno”. Si fece un silenzio incredulo, le tre figure si scrutarono a lungo, la donna in vestaglia rosa a capo di una setta segreta, gli altri due, vittime inconsapevoli di un film muto.
“Ascoltate”. Dalla finestra aperta si alzò un canto, simile ad un lamento, una nenia, una pozione, un filtro magico, una strega, la voce roca, un continuo, una donna e il suo canto, ipnotico canto, fitto e continuo, un canto. Nessuno dei tre parlò, si guardarono azzerando i respiri. Nessuno si mosse, inchiodati al pavimento nel mentre il canto cresceva, avvicinandosi alla finestra socchiusa. “Ve l’avevo detto, è lei, è pazza, arriva, sta arrivando, state zitti, non dite” soffocò le parole la vecchia nel suo gilet blu fuori moda. Si diresse verso la porta che ancora non aveva chiuso, la ghiaia scricchiolò forte nel cortile, il canto assordante e perforante, un ago, chiodo che trafigge, le pantofole che scappano, la mano distesa, il cuore che sbatte, il canto, un grido, la porta…

Chiara

Siamo tutti matti vittime di un mondo di matti.

Non è una novità, vivere sarebbe facile se non ci fosse la gente.
Se fossimo soli, su di un’isola solitaria, ognuno con le sue cose, i suoi libri, i cibi preferiti, saremmo davvero tranquilli.
Ma occorre fare il conto con la gente.
Certo in parte è piacevole; con calma, dedizione e tanta pazienza, si riescono anche a trovare relazioni soddisfacenti, sempre limitate nel tempo e nelle necessità ( nulla è per sempre). Ma per il resto ci si sopporta, ci si scansa, uno accanto all’altro.
Una volta si regolavano i conti con i duelli, oggigiorno con le minacce via mail.
La differenza sta nel fatto che almeno nei duelli ci si poteva guardare negli occhi, nell’epoca del virtuale, no.
La codardia del matto è visibile nei profili finti, nei fake, nei commenti, tempo dedicato ad offendere.

Ognuno di noi ha la sua storia da raccontare, credo; anch’io ho la mia, come tutti.  Ne tieniamo memoria, più che altro per ricordarci ogni mattina della infinita stupidità umana. E ogni volta si crede di aver visto e toccato il limite più infimo della decenza.
Ieri ho letto questo ( qui il post di Lupo Renna)  e ho compreso che non c’è limite al peggio, che siamo tutti matti vittime di un mondo di matti.

Ma ahimè, i manicomi sono chiusi da tempo.
Al suo posto è stato inventato internet e i social: benvenuti!

Chiara 

Cose che non comprendo…( illusi esseri umani )

Sono molte le cose che non comprendo, potrei farne una lista a partire dal chiedermi perché la Domenica fa brutto e il Lunedì il sole spacca….

Ma oggi voglio rivolgere la mia incapacità di comprensione alla mia orchidea preferita, che ribellandosi a qualche legge gravitazionale o colta da un raptus di intolleranza per il suo genere, ha deciso di far germogliare un fiore seguendo una illogica logica.

Una illogica logica complicata, difficile, al limite dell’impossibile.

Il germoglio del fiore, invece che crescere diritto ( e di spazio ce n’era) ha deciso di forzare la foglia vicina, bucarla, e con un contorsionismo degno del miglior acrobata di circo, uscirne a fatica.

Sono incuriosita: saprà comprendere dove si trova il sopra ed il sotto? Fiorirà o resterà sterile dopo aver sacrificato tutto il suo vigore in una memorabile gicane tra le foglie?

Ahahahahaha!!!!!!!! Illusi esseri umani che si vantano di essere i soli degni di pazzia!

Chiara

Ps: ma secondo voi, lo devo aiutare quel germoglio o stare a vedere se ce la fa da solo? In fondo si è messo da sè in quel guaio…..