Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza

maccagno_lago_maggiore

Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’indifferenza, sono tempi bui di tensione e violenze verbali, anni di scorribande nelle piazze, bottiglie rotte, muri imbrattati di ideologia, non di fede che si è persa da tempo dietro a un pifferaio ubriaco.
Ci si inerpica e smarrirsi è un attimo, perdere il cuore intendo, la testa resta ma non ragiona, tenta di non vedere, si scollega da sé in un loop di sveglia, dormiveglia, sonno, vita, morte.

Cosa possiamo ancora scegliere, uomo o Dio che stai al fondo della luce? Ci è data una scelta o si è fatto il tempo nella nullità dell’esistenza?

Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza, l’ho detto, costa fatica restare umani. Costa denaro, costa il cuore. Il mio. Il tuo. Costa la vita. Un prezzo equo per restare umani.

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L’empatia perduta o Dell’amore senza prestese

Rifletto spesso sui social, su di noi esseri umani, sugli incontri. Amante delle relazioni, mi trovo sempre più spiazzata di fronte al declino verso il quale stiamo tendendo.

Oggi ho letto un post su Fb, un post che racconta bene la perdita dell’empatia, di come non si riesca più a provare compassione, amore; di come insultare sia meglio di comprendere; di come scrivere senza riflettere sia meglio che tacere.
Il testo è di Natascha Lusenti, sul sito di Radio2

Questa mattina mi sono svegliata ed è già una buona notizia, di questi tempi. Intendo dire che fa caldo e lavoro tanto e ho sonno arretrato che rischia di fregarmi al momento in cui suona la sveglia. Sì, è una gran buona notizia se penso a quello che ho sentito ieri. Dovevo concludere qualcosa al computer e per sentire meno la stanchezza mi sono messa al tavolo del soggiorno, con lo zio che guardava il televisore seduto sul divano. Prima ho intravisto qualche buona azione di una partita di calcio. Poi è arrivato il telegiornale. A un certo punto ho sentito la voce di una ragazza che tratteneva le lacrime dicendo che “il tuo fidanzato è una persona che ti vuole bene” e che tu sei sicura che “non potrebbe mai farti del male”. Subito dopo il sindaco diceva: “Quello che è successo è lontano da noi”. La notizia era che un ragazzo ha deciso che la sua ragazza non aveva più il diritto di vivere. Allora mi sono detta che finché continueremo a dare per scontato che il tuo fidanzato ti vuole bene e che non ti farebbe del male e che certe cose non succedono in casa nostra, fino a quel momento avremo una donna da seppellire. Per amore. Dicono.
#2agosto 2017, il risveglio di Natascha Lusenti a #Ovunque6

Ho visto anch’io quel servizio al tg della sera e sono rimasta anch’io scioccata e dalle ragazze ma soprattutto dal sindaco.
Ho quindi letto l’articolo, ho fatto sì, mestamente, con la testa. Ma poi ho letto i commenti.

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Il primo commento è rivolto a chi ha scritto il post, nessun accenno alla sciagura, solo un’offesa così, gratuita.

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Il secondo parte alla larga e diventa di nuovo un’offesa a chi ha scritto il post.

Poi è vero che dopo sono arrivati commenti di dispiacere per l’accaduto, ma mi colpisce molto dei due commenti precedenti, la mancanza di empatia. C’è una donna che dice di essere stanca? Offendiamola. Ci sono donne uccise da uomini? Confutiamolo.

Da dove nasce tutto questo desiderio impellente di dire? Di scrivere? Di denigrare? È perché stiamo diventando insoddisfatti, invidiosi? Perché il nostro Io viene sempre posto prima di tutto?

Stiamo creando una società convinta di essere onnipotente, di avere la verità sempre in bocca. Ci stanno convincendo che l’amore non esiste, che c’è un piano per distruggerci, che tutti sono stronzi, tutti mentono. Ci stiamo convincendo che nessuno è meglio di noi.

E stiamo perdendo la meravigliosa sensazione di provare empatia per l’altro.
La splendida sensazione dell’amore senza pretese.

 

Penso

Penso a cos’è vivere oggi.
Siamo tutti sulla passatoia, spesso senza tappeto rosso, indagati, interrogati, giudicati, nessuno escluso, anche chi si defila viene inglobato, seguito, stanato. Siamo nel centro del gorgo, nella spirale degli sguardi, delle accuse, dei commenti, siamo nel mezzo di ogni discussione, siamo inseriti, spinti a forza, immessi, annessi, inclusi.
Già, sto parlando dell’era dell’internet, quella della iper-connessione, dell’esserci sempre, o dell’esserci ogni tanto, non conta, se ci sei, appari. E qualsiasi cosa dici è contro o a favore di te, non nascondiamoci dietro a falsi pregiudizi, è così.
Sei vegano, sei onnivoro, gay, etero, sei antivax, grillino, webete, sei poeta, artista, sfigato, se ti piace il mare, l’inverno, il caffè, la grappa, la montagna, il sesso, ci sarà sempre qualcuno che ti darà addosso a maleparole.
Se per un attimo ti scappa una parola, c’è lo screenshot, se pubblichi un video dove ti confondi e dici cose che non vorresti, c’è la viralità: nemmeno il ripensamento per cancellare.
Siamo certo stupidi, converrebbe tacere piuttosto che cancellare. Essere sicuri di quello che facciamo/diciamo, prima di premere invio, perché indietro non si torna, come un coltello che ferisce, la lama taglia, poi si cuce, ma taglia. E non c’è via di mezzo, non c’è mai, lo sai bene, ma invece siamo stupidi e lo dimentichiamo.
Forse ci vorrà del tempo per capire la deriva che abbiamo preso, per smorzare i toni, per ripagare le fatiche con un sorriso, le vittorie con un evviva, per relegare l’invidia, la gelosia, la supponenza.
Credo che uno dei modi più facili sia guardarsi allo specchio ogni mattina e pensare a come ci sentiremmo noi a sentirci dire certe male parole che siamo pronti a dire. Perché vale ancora il detto “non fare all’altro quello che non vorresti fosse fatto a te”

Tutto questo perché? Perché oggi mi sono fermata con l’auto per fare passare una signora sulle strisce pedonali: aveva in mano il telefono e si è fermata a metà delle strisce per rispondere a un messaggio. Ferma, non a piccoli passetti, ferma.
L’ho sollecitata con un colpetto di clacson ma non sto a riferirvi le male parole che ho ricevuto.
Sì, siamo tutti un po’ stupidi. Io in primis, altro che colpetto di clacson, la tromba dovevo usare!

Facebook e il mondo

Da sempre mi sento dire che Facebook non è il mondo reale, che le persone sul social più famoso d’Italia non sono reali. Viene tutto liquidato con tanto è solo Facebook”, “di cosa ti preoccupi, quello che sono su Facebook non sono nella realtà”, “se su Facebook sono violento nella vita vera non torcerei un capello a una mosca”, “non ti curare di Facebook, pensa alla vita vera”, “esci, frequenta gente”.

Ma è tutto vero? Davvero pensate che Facebook non sia la vita vera?
Ditemi, cosa cambia dagli haters che OGNI giorno, sotto a OGNI notizia, scrivono il loro commento violento, razzista, omofobo, presuntuoso, arrogante, supponente, dagli abitanti di Gorino, nel Ferrarese, che ieri hanno dato vita a una barricata contro 12 emigrati, 12 tra donne e bambini?
Vedete qualche differenza?

Smettetela di dire che Facebook non è la realtà: chi scrive su Facebook è la stessa persona che vive e respira per strada, nelle case, nei bar, negli uffici, in chiesa, a scuola.  E se sui social si presenta con una faccia violenta, non è che quella stessa faccia nella vita reale se la stacca e la lascia a casa, sul comodino; quella faccia se la porta appresso, addosso, attaccata stretta e fa male, alle volte, perché la faccia dell’odio tira la pelle e la buca, buca il perbenismo e arriva alla conclusione di quelle barricate, del marito che uccide la moglie, del bullo adolescente, del capoufficio che strangola con lo stalkin.

“Era tanto una persona per bene, non avrei mai immaginato un gesto del genere”

Persone insospettabili, persone che gettano fango e odio nei social, gli stessi che ieri hanno alzato una barricata contro l’umanità, uccidendo definitivamente la speranza di un mondo migliore.

E non venite a dirmi che sono una minoranza, non ci credo più.

 

Non si può fare finta di nulla

Da tempo porto avanti il mio pensiero sul web; su come troppo spesso le persone dimentichino che oltre la tastiera ci siano altre persone, vere e di carne e con dei sentimenti.

Potrei starmene zitta, potrei andare a vivere in un luogo senza internet ( o come spera un amico, in un mondo senza corrente elettrica); potrei non leggere o leggere senza indignarmi: ma non ci riesco e quando leggo cose di questo genere mi convinco sempre più che siamo destinati all’estinzione.

iacopo melio

Iacopo Melio è un amico, disabile, sulla sedia a rotelle; così spiega “A quelli che mi hanno chiesto “Ma te cosa fai di socialmente utile?”, rispondo che ho una onlus -#vorreiprendereiltreno.it- che si occupa di sensibilizzare per l’abbattimento delle barriere architettoniche ma soprattutto culturali, e che lo faccio anche per loro dato che un paese più accessibile è un paese migliore per tutti.”

Ieri ha commentato un post di Salvini sulle morti ad Instanbul e il risultato è quello che leggete in un commento pubblico che ha ricevuto. Iacopo non teme e ha pubblicato il commento (che come detto è pubblico) e si è prontamente attivato con un avvocato. L’invidia genera odio, l’invidia nasce nelle persone povere di mente, le persone che non hanno nulla se non il loro orgoglio. E questo signore forse neppure la terza media.

Prima auspicavo l’estinzione del genere umano, ma manca poco e ci estingueremo da soli.

Chiara 

Falce di luna che al tramonto appari

Falce di luna che al tramonto appari
sospesa in cielo sopra l’orizzonte, 
la luce tua splendente sia la fonte
di puri sentimenti umanitari

con cui affrontar questi momenti amari
che l’odio insano posto c’ha di fronte,
lasciando traccia nelle assurde impronte
di fatti disumani e sanguinari.

Fai che, guardando il cielo, la coscienza
degli uomini s’affidi al vero amore,
che con la lealtà e la conoscenza

si superi l’ostilità e il timore
per chi diverso appare, e l’indulgenza
nei cuori prenda il posto del rancore.

Paolo Casalengo

(cosa sarebbe la vita senza i miei amici)

Gli agi delle parole

Commentando il post di Bortocal “La scorciatoia del giudizio(qui il link), riesumo un pensiero che mi è caro, che perseguo da tempo, maggiormente in quest’epoca di mail, chat, sms: la parola, soprattutto se scritta, permette agi che le azioni non danno.
Le persone  hanno differenti comportamenti quando scrivono da quando parlano, quando parlano da quando agiscono. Il potere infuso dalla tastiera nasce dal mancato confronto diretto, dalla comunicazione cieca degli sguardi, dalla mancanza del tocco delle mani, dalla gestualità del corpo, delle pause, del respiro più eloquente di mille parole. Si è diversi quando si scrive, si è quasi più forti, coraggiosi, non si deve fare il conto con le lacrime o con le risa dell’altro, quello con cui ci relaziona.
Sto parlando di chi le parole le sa usare, il giocoliere, il manipolatore. Di colui o colei che usa le parole come una maschera di forza che non sa avere quando agisce.

E’ per questo che le persone occorre viverle per conoscerle davvero.
Perché le parole scritte sono l’estensione dei nostri sogni, l’irreale che non realizziamo, l’onda lunga dell’amore, dei desideri: le parole scritte sono la destinazione mancata del nostro cuore.
Ma è quando agiamo che siamo più veri, la somma di parole, cuore, intelletto e realtà. Perché è solo con il confronto diretto con la realtà che ci riveliamo.
Il resto, tutto il resto che diciamo solo con le parole, è una proiezione di quello che vorremmo essere e non siamo.

Chiara