(titolo)

Pochi giorni fa ho avuto l’onore di incontrare una persona speciale che definire poetessa è limitativo.
Ho conosciuto Benedetta Murachelli nei meandri puliti e belli del web (già, si possono anche fare incontri belli e puliti, nel web), durante la sua partecipazione a Cortilinversi; prima di lei sono arrivate a me le sue poesie.
Pensieri incustoditi è il suo blog e vi invito apertamente a leggerlo. (cliccate qui per l’accesso diretto al blog)

GUARDA
“Guarda
È pesante la luna
stasera
Dondola la sua falce
nel cielo
E colpisce il mare.”

 C’è un vento pungente nelle sue parole, nessuna maschera a coprire le parole; quello che deve essere detto, è detto.

Come dicevo, pochi giorni fa ho avuto il piacere di incontrarla ed è stato come se ci fossimo conosciute da sempre. Lascio all’intimità delle nostre parole il senso del nostro incontro; a voi riporto una parte del lavoro che Benedetta ha fatto negli anni ’70 con gli alunni delle scuole elementari: un percorso di apprendimento attraverso la poesia.
I bambini, si sa, sono intelligenza pura, senza filtri e condizionamenti e ciò che vedono, dicono.IMG_20150905_210118

Lucia “parte con un titolo, poi parla d’altro”
Sara “secondo me per il titolo lascia la riga bianca e lo mette dopo”
Massimo “Il poeta ascolta o vede poi pensa, poi scrive e alla fine mette il titolo”

Questo pensano i bambini dei poeti; forse solo loro hanno il cuore e la mente pura per comprenderli.
E voi, poeti, scrittori o anche solo noi qui, a scrivere nei blog, come e quando scrivete il titolo? Quanto valore gli date?
Può un titolo cambiare il senso del contenuto?
Il titolo viene prima o dopo?

Chiara 

Ps: del lavoro di Benedetta e dei suoi alunni, se ne parlerà, prima o poi, perché è un lavoro straordinario, fuori dal suo tempo; un lavoro che scava nella profondità di sé e che permette la conoscenza.

Dovremmo smettere tutti di scrivere

E’ mia abitudine, indotta da anni di correzione di bozze e da un’indole personale, leggere con un occhio attento alla punteggiatura, all’ortografia e alla grammatica. Non che io perda il senso del testo, ma doppiamente accade se il brano mi annoia o non tocca corde del cuore.
Leggo e, con la coda dell’occhio, mentre il cervello registra emozioni e informazioni, avverto quando ci sono errori.
Sovente si trovano nelle testate giornalistiche online: sebbene succeda non spesso, l’ha senz’h, la fa da padrona, seguita da una miriade di doppie che diventano singole, di e non accentate, di vocali messe a muzzo
Per non parlare dei testi nei blog, le poesie , i racconti; dei commenti nei social non parlerò, ma è lì che si annida il peggio del peggio. La grammatica? Roba da scuola elementare, qui  siamo tutti scrittori!

Mi si verrà a dire: ” E cosa c’entra l’ortografia, la grammatica, la punteggiatura, se c’è un buon testo?” ” E vabbè, è colpa del T9″ o ancora ” andavo di fretta e volevo mettere giù il concetto”

Che castronerie!
Ci si ammanta di scuse per nascondere la mancanza di precisione, di attenzione, nella fretta di proporre un testo; di cura, di rimodellamento del testo per una pubblicazione finale.
Pare che si pubblichino le bozze, le brutte fatte a matita, senza nessuna più ricerca del bello, dell’assoluto: tanto va tutto bene!
E no!
Non va tutto bene: se vuoi scrivere, se pensi di saper scrivere, sii attento a cosa scrivi, certo al testo, ma anche alla forma, che è un biglietto da visita, un vestito pulito, un viso sincero.

In questa smania di apparire ed esserci, siamo diventati tutti pressapochisti:  forse dovremmo tutti smettere di scrivere.

Chiara

Righe galeotte

Non so se a voi succede, a me capita talvolta che, restando per diverso tempo in un luogo, apprendo l’intercalare del dialetto, la melodia e ne faccio talmente parte da imitarlo anch’io.
Non dico come un pappagallo, suvvia, e nemmeno sono in via d’emulazione; è un tale cambiamento di cui non ne so la strada e nemmeno quale che sia la spinta e forse, se proprio si deve vedere, neppure m’interessa.
Accade, è divertente e bon.

Così come è nel parlare, m’accade amici miei, talvolta e qui solo di rado, con la scrittura. Che sia poesia o narrazione, se leggo qualcosa che mi prende, che solletica la mente, che gira, stravolge e passa dentro, mica fuori che allora neppur lo leggo; ecco dicevo, se accade che uno scritto mi tocchi e smuova la mia mente come lenzuolo steso al vento…ecco che ciò che scrivo dopo si veste di sembiante che pare che l’abbia scritto la stessa mano.
E più non so fermare i miei pensieri e nella mente nascono già partoriti qual fossero gemelli di quelle righe che galeotte hanno tratto a sé la mia ispirazione.

Successe ieri, nel folto della notte, nel ricercare poeti e narratori in questa landa sì affollata che è WordPress, di tagliole e parole, di rime scarse e mere autobiografie; di amore mancati, di amori inventati, di pianti e favelle, di abiti, musica e modelle.
Successe ieri e fui quasi folgorata e non occorse altro che un secondo che ciò che scrissi fu una carta carbone che ricalcava lo stile del narratore.
Oh che delizia! Oh che meraviglia!
E ora nulla resta che stare qui ad aspettare che quelle righe s’abbiano a continuare.

Chiara 

In un affresco ritrovo me stessa dipinta

Succedono accadimenti nella vita di ognuno che ci cambiano. Che diventano spartiacque, e il declino pare inevitabile. Molto spesso la confusione generata diventa soffocante e nebbia, oltre la quale non si intuisce neppure uno straccio d’orizzonte.
Il tempo lavora e sebbene certe ferite nessuno abbia imparato a cancellarle, e non ne esiste cura se non la dimenticanza, prima o poi gli effetti negativi scemano e i ricordi sfumano.
La vita torna normale, qualche peso in più sulle spalle, ma si continua. Ogni volta diversi, quello sì.

Accadde non molto tempo fa un fatto che fu taglio netto ed imprevisto, improvviso e fulmineo.
Fu causa di ricordo un’immagine donata, che risvegliò la memoria e ancora fu prepotente la mano che mi spinse. Mi accorsi allora che  la barriera costruita non era stata bene saldata, che fondamenta lasse s’erano fatte.

Talvolta penso a quel giorno che spartì il destino e crebbe d’altro la vita,
un cancro appeso agli occhi inariditi di speranza.
Rivedo nebbia e buio e lati d’angoscia e tutto s’è confuso nella mente
ed alcun passaggio mai s’immaginò allora di rivalsa.
S’appannava il presente, il viver quieto s’era dannato,
solo un velo cieco brancolava nel cuore a dispensare lacrime amare.

Fu quasi presagio allora alzare il viso in penitenza nell’austera abbazia
e vedere tra affreschi ed intonaco vivo, tra archi solenni ed imperiosi,
dipanato lo sguardo, quel netto difetto d’essere,
la differenza, prepotente e vivo contatto con il cuore.
Ci fu indicata la via, in una finestra retta, unica uscita da quel giorno mesto,
presenza d’eternità nel seppur ristretto spazio.

Ed ora sono qui, muratore di me stessa, a metter creta e terra a sbarramento e vetri di colore per fare serenità, nei muri alti e stretti per proteggere il mio cuore, laddove s’è tentato di farlo sanguinare.IMG_4965

Chiara