Accade che la vita si fermi

Ci si ferma spesso a pensare al futuro, tra i singulti e la fretta di un boccone al tavolo di un anonimo bar. La mente frulla di emozioni, macina dettagli, spazi, colori, ricordi, impasta l’ansia con la saliva, non tradisce il tempo e partorisce nuove idee. Il futuro attende. Il futuro genera.
E noi qui, pupazzi di ossa e nervi, alla deriva, programmiamo fiori sradicando radici. Per il futuro, volti avanti, chini su impropri lavori pesanti, inclinati dentro a letti insonni, appagati e stanchi. Il futuro chiama. Il futuro preme impaziente.
Nel mentre sorridiamo, incollati a spasmi felici d’amore, rotolati tra lenzuola colorate, immersi nella vastità dei cuori, emaniamo pace. Il futuro splende. Il futuro è la meta.

Accade che la vita si fermi. Accade che un sorriso svanisca, fiore reciso, luce-buio nell’istante, metamorfosi di dolore e, incapaci di attendere il rumore sordo del freno, anneghiamo nel nero oscuro. Il futuro si ferma. Il futuro, alla volte, muore.

“Io per la Sacra sono disposto a morire”

“Io per la Sacra sono disposto a morire” così dice don Giuseppe Bagattini, 82 anni, rettore della Sacra.

Ieri un incendio scoppiato sul tetto del monastero adiacente alla Sacra di San Michele, ha fatto temere il peggio per uno tra i luoghi più suggestivi e affascinanti d’Italia.
La cronaca è storia, così come lo è il Monumento. Le parole del rettore invece sono presente e lasciano un segno.
Voi sareste disposti a morire per qualcosa? Intendo un bene materiale, certo un simbolo, ma comunque un bene materiale. Io ci sto pensando da questa mattina ma non ho un luogo a cui mi sento così fortemente legata, non parlo di un luogo aulico, basterebbe anche la propria casa, un angolo di bosco, un capanno degli attrezzi, un museo, un’opera d’arte.

“Io per la Sacra sono disposto a morire”
E noi siamo capaci di provare un amore così immenso?  O è una follia?

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foto La Stampa

Dimentico

Dimentico la tua voce, peraltro anche il tuo volto a volte non mi sovviene. Dimentico il timbro, la frequenza, se sussurravi o urlavi; come in un film muto le immagini si ripercuotono sul cuore in un nulla dorato, come le gabbie di un qualche vecchio film di angeli anni ’70 di periferia. O un film di fantasy, di quelli che non trasmettono più o capita solo a Natale, quando si è ubriachi di panettone e vino bianco scaduto e il cane volante mette malinconia quasi più di un peluche vinto alla lotteria della fiera.

Dimentico la tua voce, non la ricordo più, penso possa essere che invecchio, o forse che sei invecchiata tu, il tuo ricordo almeno, venti anni non sono pochi, meno di quanto hai vissuto, è vero, meno di quello che abbiamo vissuto, più dei miei figli, meno di me. Dimentico anche il tuo viso, se accade prendo una foto, una di quelle in cui nemmeno ti conoscevo e c’ero, chissà perché quelle che hanno l’odore del presente le scarto, sarebbero da ritoccare, o da continuare, chissà.

Dimentico tutto, non l’amore, quello cambia, ma sarebbe rimasto, non come la pelle o le unghie che ruotano nel cambio delle stagioni, l’amore no, quello resta, quello che mi farebbe sedere ancora una volta ai tuoi piedi mentre mi racconti una storia o cucini o solo mi guardi, con quegli occhi persi, nel bianco di un letto che non dimentico più.

Un’opera d’arte muore? La vostra opinione.

Un’opera d’arte muore? E se sì, chi decreta la sua morte e quando? E qual è il ruolo del restauratore?

Ho letto un interessante articolo su ICON, The institute of Conservation di Londra (qui l’articolo), un dibattito tra due restauratori nato su twitter.
L’articolo porta alla luce un problema che spesso noi restauratori siamo obbligati, nostro malgrado, a risolvere: un’opera d’arte muore?

“…sappiamo considerare le piccole e grandi rotture, quantificare anche da piccolissimi dettagli la perdita del valore”
I restauratori conoscono i materiali, vanno a fondo nello studio degli stessi, nelle interazioni con i prodotti usati; sanno ricomporli, consolidarli, integrarli quando ci sono grandi e piccole lacune; ma sanno fermarsi quando l’opera ha un disfacimento tale da aver raggiunto il punto di non ritorno?

“Ci sono oggetti che sono al di là della salvezza: di solito quelli che contengono un elemento che andando avanti nel tempo si degraderà. Inoltre, la dolorosa realtà è che lo spazio e le restrizioni di budget ci impongono decisioni su dove spendere le risorse al meglio.”
Soprattutto opere d’arte moderna sono realizzate con materiali facilmente degradabili, alcune progettate proprio per avere una durata brevissima; altre, frutto alle volte di avventati restauri precedenti o utilizzo in luoghi malsani, sono vittime di degradi veloci e incontrollati. Da non sottovalutare, maggiormente in Italia, l’enorme quantità di materiale e la poca disponibilità e di spazi e di denaro da spendere nella conservazione. I sotterranei dei musei (cito il Museo Archeologico di Torino nel quale ho lavorato diversi anni fa così come il Museo del Territorio di Biella) sono colmi all’inverosimile di oggetti che non vedranno forse mai l’esposizione ma che abbisognano in ogni caso di un programmato progetto di revisione e conservazione. Abbiamo tutto questo denaro da investire nei sotterranei quando neppure gli oggetti esposti riescono ad essere seguiti nei restauri?
“Dove un oggetto rappresenta un considerevole dispendio in trattamento o stoccaggio specializzato, e quando la maggior parte delle informazioni sulla loro importanza o la costruzione sono state perse, sì, l’oggetto si può definire morto.” Così la valutazione di Lizz Trasher sulla fine di un’opera d’arte. Ovvio che la decisione deve essere presa in accordo con il proprietario, con il direttore del Museo, con lo storico, tutte figure che, dopo aver raccolto più informazioni possibili, si prendono la responsabilità di decretare il momento in cui “non c’è più nulla da fare”.

“La conservazione è un processo socio-culturale e non solo strettamente legata all’oggetto. E’ la conservazione del suo valore il nostro obiettivo.” prosegue l’articolo, ed è un tratto della professione del restauratore che spesso non viene considerato. Si lavora all’oggetto, alla sua forma, conservazione, senza ricordarsi che l’oggetto non è fine a se stesso, ma frutto di un elaborato percorso storico, un valore determinato non sempre dal reale valore oggettivo ma da intessute relazioni con la gente, storiche e affettive.
Quindi se un oggetto ha raggiunto un punto di non ritorno ed è considerato morto, deve comunque essere tenuto in vita perché è un simbolo per la comunità?
“La consultazione con la comunità culturale in questione è la chiave. Dobbiamo essere pronti a spiegare la situazione, ed essere in grado di lavorare con la comunità”
E come? Raccogliendo il maggior numero di informazioni storiche, della tradizione, dei materiali legati all’opera e conservandoli alla memoria quando per l’opera stessa non sarà più possibile. Più è ampia la documentazione e meno si avranno indecisioni nel momento in cui verrà decretata la morte di un oggetto.

“Ci sono linee guida e procedure formali? No, non esistono per ora linee guida o tabelle che determinino il limite che, una volta oltrepassato, non permette di tornare indietro; e il dibattito è aperto.

“Nel frattempo, non credo che possiamo dire che un oggetto è morto, solo che attualmente non ha valore distinguibile e non avremo più cura.” Meglio smaltire l’oggetto o conservarlo comunque?

Domande di difficile soluzione. Nel caso di clienti privati e di oggetti di poco valore la situazione è più semplice perché le variabili sono poche e facilmente risolvibili con una domanda: quanto costa?
Ma non è lo stesso quando ci si trova di fronte a oggetti di grandissimo valore storico, magari uno degli unici reperti di testimonianza; in questo caso la decisione è davvero sofferta e scoraggiante. Non siamo preparati a staccare la spina, ci si sente impotenti e sconfitti di fronte al danno irreparabile.

La morte di un’opera d’arte è un dibattito aperto in evoluzione: vi invito a parteciparvi dando la vostra opinione.

Quello che resta

Questo è un giorno di dolore per il terremoto che ha colpito il centro Italia.
Ogni giorno purtroppo su questa terra martoriata è un giorno di dolore.
Oltre alla persone, penso anche alle opere d’arte, di cui la nostra Italia è ricca. Penso alle case, alle cose, quelle di cui tutti noi ci circondiamo, alle volte magari in maniera eccessiva.
Alle volte, il più delle volte, il frutto di una vita di sacrifici.
Oltre alle persone penso alle case, quelle distrutte dai terremoti, quelle che dentro avevano la vita, quelle che poi sono state ricostruite.
E penso a quelle che sono rimaste ferme al momento del crollo, sospese a metà tra il cedimento e la forza del restare. Quelle case sono ancora lì, incatenate da ferro e legno, a memoria del passato, quello che resta.

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Ci sono donne

Ci sono donne, donne qualunque, donne diverse, donne comunque uniche.
Ci sono donne che amano, altre che odiano, altre che costruiscono, altre che distruggono, donne che comunque combattono.

Gerardina Trovato, cantautrice siciliana, raggiunge il successo ma tanto in fretta sale quanto in fretta viene buttata fuori. Non entro nel merito, ma quello che so e che è successo, è che Gerardina è entrata in una profonda nevrosi ossessiva depressiva che l’ha costretta a lunghissime cure, in casa, senza mai vedere nessuno. Gerardina non si è mai arresa e da poco è tornata sui palchi. Uno dei primi è quello dell’Anno Domini Multifestival, a Oropa, dove si è esibita in “Vivere”, brano da lei composto, intenso, toccante, emozionante.

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Aurelio Pitino e Gerardina Trovato

Gerardina, donna che rinasce e lo fa con la musica.

Letizia Leviti, giornalista Skytg24, è mancata dopo una lunga malattia. Ha lasciato un testamento spirituale in audio, un ricordo della sua vita, il ringraziamento per il bene e l’amore ricevuto. La forza di Letizia è disarmante per noi che rimaniamo qua, spesso lamentosi e rancorosi.

Letizia Leviti

Letizia Leviti

Qui l’audio del suo messaggio.

E noi, noi donne, noi dove siamo? 

VIVERE di Gerardina Trovato
Vivo ricopiando yesterday
E sono sempre in mezzo ai guai.
Vivo e ti domando cosa sei,
Ma, specchio, tu non parli mai.

Io che non potrò mai creare niente,
Io amo l’amore ma non la gente,
Io che non sarò mai un dio.

Vivere, nessuno mai che l’ha insegnato,
Vivere fotocopiandoci il passato,
Vivere, anche se non l’ho chiesto iodi vivere,
Come una canzone che nessuno canterà

Ma se tu vedessi l’uomo
Davanti al tuo portone
Che dorme avvolto in un cartone,
Se tu ascoltasi il mondo una mattina
Senza il rumore della pioggia,
Tu che puoi creare con la tua voce,
Tu pensi i pensieri della gente,
Poi di dio c’è solo dio.

Vivere, nessuno mai ce l’ha insegnato,
Vivere, non si può vivere senza passato,
Vivere è bello anche se non l’hai chiesto mai,
Una canzone ci sarà sempre qualcuno che la canterà
Qualcuno non mi basta.
Vivere cercando ancora il grande amore.
Perchè perchè perchè perchè non vivi questa sera?

Vivere come se mai dovessimo morire.
Perchè perchè perchè perchè non vivi ora?

Vivere per poi capire all’improvviso…
Perchè perchè perchè perchè la vita non è vita…
… che in fondo questa vita tu non l’hai vissuta.
… perchè non l’hai vissuta.

Vivere cercando ancora il grande amore.
Vivere.
Vivere come se mai dovessimo morire.
Vivere.
Vivere per poi capire all’improvviso…
Perchè perchè perchè perchè la vita non è vita…
… che in fondo questa vita tu non l’hai vissuta mai.
… perchè non l’hai vissuta mai.

Ti dico no,
Ti dico sì
Ti dico che
Ho voglia di vivere

Il brano VIVERE, cantato da una Gerardina Trovato nuova.

Che se ne frega di tutti sì.

Siamo un popolo disperso, un insieme di gente sola, ognuna chiusa nel suo guscio, urlante del proprio ego -occhi aperti che non vedono se non la propria immagine riflessa-
Siamo persone che non sanno più capirsi, che non si ascoltano e parlano tra sé, tra i denti aguzzi delle indecisioni e delle proprie presunte verità: tutti peggiori a noi, noi i migliori e gli assoluti -la presunzione, i titoli incollati, l’ignoranza diffusa, il sotuttoio, le lauree pagate, i proclami-
Siamo di fretta, incuranti dei piedi degli altri, calpestiamo i fiori e i cuori, indistintamente, senza averne cura mai -i clandestini da buttare a mare, le donne inutili maltrattate, i maschi che non servono, in cambio un vibratore, o un gatto, i fiori di plastica sul balcone che tanto non si devono bagnare e fanno colore lo stesso, no? No!-
Abbiamo mille parole addosso ma mai nessuna per gli altri, solo per noi; non sappiamo più condividere, solo dire, dire, mai sentire -quante volte hai chiesto aiuto e nessuno ti ha risposto, mai una mano tesa, mai nessuno che ti abbia detto “non preoccuparti, tesoro, ci penso io”-
Inviamo mille mail ma non ne rispondiamo neppure ad una, credendo che l’altro possa capire, mentre invece mettiamo in atto inciviltà e mancanza di rispetto; non rispondiamo ai cenni di saluto perché assorti dentro di noi, incollati ai video in attesa di risposte a messaggi che mandiamo e che non rispondiamo – fa all’altro ciò che vorresti fosse fatto a te-
Siamo stanchi, delusi, incapaci di accettare il fallimento -ci buttiamo dal ponte, tre suicidi in un mese, l’ultimo questa notte, 23 anni, non è possibile volare giù da un ponte senza chiedere aiuto, cazzo!- 
Siamo incapaci di amare, nemmeno sappiamo cosa sia la parola amore, inchiodati nel fanatismo, nel possesso, nella gelosia, incateniamo i presunti amori a noi solo per sentirci più forti -hai mai provato la leggerezza della libertà dell’amare? Se non violo la tua libertà e resti, ecco questo è amare-

Guardo triste l’immensa coltre di indifferenza che ci sta ricoprendo, come una nuvola grigia, fatta di menefreghismo.
Tutto ciò porta all’individualismo, individualismo che se ben vissuto è una risorsa perché porta ad una profonda conoscenza di sé ed autostima; di conseguenza il passaggio è verso la cura per gli altri.
Ma purtroppo, la maggior parte invece vive l’individualismo come solitudine, una solitudine incapace di essere accettata, che miete vittime tra le persone intorno, considerate come traditori e su di sé, con il suicidio.

Io non non so se c’è una strada per la salvezza; vedo solo tanta rabbia a tristezza intorno, camuffate da finta autostima e divertimento; involucri vuoti, marionette al soldo della vana felicità.
Dovranno cambiare i tempi, dovranno davvero se non vogliamo vederci tutti con un cappio al collo, a strangolarci a vicenda, in attesa della morte.

Chiara 

Perché?

Certe volte sono le risposte a chiedere qual è la domanda.
Perché sono così complesse ed inspiegabili che non se ne comprende la ragione.
Se ragione c’è.

Chiara

Lo stai facendo nel modo sbagliato

Si dice spesso che il modo migliore per capire gli altri sia di mettersi nei loro panni. Indossa le mie scarpe si usa anche dire. Significa diventare empatici con l’individuo, leggere le emozioni con i suoi occhi, con le sue esperienze.
Non è un risultato certo, ma sicuramente più efficace che restare seduti sulla nostra riva.

Così deve avere pensato la geniale Sylvi Listhaug, ministro norvegese per l’immigrazione. Volendo provare l’emozione e la sofferenza dei migranti naufragi, ha pensato di farsi gettare in acqua ed aspettare di essere salvata.
E come lo ha fatto? Tuta impermeabile che oltre a proteggere dal freddo permette di restare a galla; canotto di salvataggio a due metri di distanza, cineoperatore che filma ogni attimo…sorriso di circostanza.Cattura

http://youmedia.fanpage.it/video/aa/VxngYuSwVH056nrs

No, cara ministro, lo stai facendo nel modo sbagliato!

E non dico altro.

Chiara 

Tornando a casa

“In tanti anni non gli era mai capitato di sbagliare l’uscita, ha saltato il casello, forse quel camion che aveva davanti, forse perché stava pensando a quella storia di anni fa a come era finita secondo lui per sbaglio, per un fraintendimento, per incuria, a quella ragazza di ventitré anni, e adesso chissà dov’è, con chi è.
Esce alla successiva, quella che prendeva sempre quando tornava dall’università tanto tempo prima, tornava a casa in una città piccola, lontana dall’autostrada.
La strada non è cambiata, a destra le montagne si ritagliano il loro spazio nell’azzurro, le case di campagna sono le stesse, i capannoni sono gli stessi, solo più vuoti. Si ricorda le traverse secondarie, le macchie delle acacie, i pioppi, le curve, le salite e le discese, i semafori diventati rotatorie, si ricorda la chiesa di mattoni rossi che ha sempre voluto vedere dentro, ma ha rimandato ogni volta a un’altra volta.
Rimanda anche adesso che è in ritardo, accelera appena e sulla sinistra vede il pilastro grigio, lì dove la strada si piega blandamente a destra, in piano.
Non ha mai capito cosa fosse, quel pezzo di muro, o perché fosse lì, forse faceva parte di un sovrappasso o di un vecchio acquedotto, comunque di qualcosa che era stato troncato per far passare la strada.
Nel grigio, sopra le erbacce e i rovi, vede la macchia scura.
Si ricorda i due corpi distesi affiancati, lui e lei, sul tavolo dell’obitorio. A lui, anche da morto, era cresciuta una barba leggera.
Tornavano, erano stati a vedere i mobili, sceglierli, forse ne stavano parlando, forse troppo veloci, o euforici, o l’asfalto lucido, o un pazzo in direzione opposta.
L’uomo se li ricorda solo adesso, cerca di ricordarsi i loro nomi, non se li ricorda, invece si ricorda di ogni volta che era passato di lì e aveva guardato la macchia che era diventata sempre più scura, e oggi è ancora lì, sfumata da un sottile strato verdastro, e chi vuoi che ci faccia caso ormai, ormai non dice più niente a nessuno.”
Paolo Bianchi giornalista e scrittore

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Ogni volta che torno a casa, ogni volta, come oggi, che ripercorro quella strada, rivedo l’incidente che portò via un ragazzo e una ragazza, via dalla vita, via dai sogni, via dal loro presente.
Quando Roberta se ne andò, 30 anni fa, più o meno, non ricordo, eravamo tutti molto giovani. Lei era tra tutte noi amiche una delle prime con una relazione stabile, parlava di matrimonio. Noi eravamo adolescenti quasi adulti e quel lutto fu il primo, per tutti. Fu lo stacco tra la vita e la morte, tra l’illusione e la realtà.
Da quel giorno nulla fu più come prima, quel giorno fu il passaggio dai giochi alla vita vera.
E non fu una cosa bella. Ed è ancora vivo se, ogni volta che passo davanti a quel pezzo di muro, lasciato lì, senza un motivo, mi ricordo che quello fu il giorno in cui tutti cademmo, per la prima volta, dal precipizio.

Chiara