Marika Patelli

Cocci ricomposti e mescolati.Un anno fa, il 26 di maggio, si svolgeva a Graglia e Sordevolo la Festa della Ceramica organizzata da Simone Stefani e Cinzia Petraroli. Tra mostre e corsi venne inserito anche il mio laboratorio di Kintsugi, ed è in quella occasione che ho conosciuto Marika Pittrice: sono molto contenta di presentare le sue opere, frutto della sua creatività.
Ci tengo a ricordare che nelle sale del Santuario di Graglia fu presentata la mostra fotografica di Alberto Moro photographer sull’arte Kintsugi. Una bella festa, ricca e partecipata, e oggi mi sento di fare l’augurio affinchè presto possa essere riproposta.


-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

Sono venuta a conoscenza del Kintsugi tramite un mio amico che mi chiedeva se sapevo di quest’arte
e della sua filosofia; così mi ha inviato il titolo del libro “Kintsugi l’aerte di riparare con l’oro”
di Chiara Lorenzetti.
Per saperne di più mi sono informata se eventualmente ci fosse stato un corso vicino ad Ivrea
ed è stato proprio un anno fa a maggio che ho fatto un corso a Graglia e ho conosciuto Chiara;
è stato molto interessante e mi sono subito appassionata.
Non vedevo l’ora di rompere qualche oggetto per poterlo ricostruire e vedere come cambiava aspetto e si impreziosiva.
In quest’anno però mi sono detta che per fare oggetti particolari li dovevo personalizzare così ho incominciato ad inserire nelle rotture vetrini del mare, pietre e cocci: ora sto lavorando a una serie di ciotole nere giapponesi inserendo nelle crepe pietre dure come turchesi, topazi e cristalli.

Principalmente lavoro con oggetti giapponesi, cinesi, marocchini e ceramiche di Castellamonte.

Oltre all’aspetto artistico il Kintsugi mi ha molto affascinato anche la sua filosofia che tra l’altro
in questo momento mi sembra veramente attuale.
Finita questa pandemia raccoglieremo i nostri cocci per una vita migliore,vcon molte crepe ma
sicuramente diversi e più forti.

Marika Patelli

Kintsugi: accogliamo questo tempo imperfetto

Foto Francesca Savino

Diversi anni fa mi sono appassionata all’arte tradizionale giapponese Kintsugi, una tecnica raffinata di restauro che impreziosisce le linee di rottura delle ceramiche con polvere d’oro puro.

Ammirando le mie opere ho spesso provato l’emozione che dona la bellezza e la malinconia profonda della sua fragilità: cocci sparsi riuniti con lacca urushi, una resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, il tempo lungo, spesso mesi, di attesa tra le varie fasi, la cura lenta delle stuccature, la rifinitura dei dettagli.

In questi anni sono sempre stata cauta con la metafora che alle volte ho visto usare a sproposito e con meri fini di marketing; ma oggi, più che mai in questo momento di debolezza e instabilità, mi sento di doverla raccontare portando il mio contributo alla speranza.

Kintsugi, Kin significa oro, tsugi riparare: quante volte nella nostra vita ci siamo rotti, sopraffatti dalla fatica, quando al tempo eravamo indistruttibili. Quante volte non siamo stati in grado di rialzarci, o pensavamo non l’avremmo saputo fare e poi, con pazienza, ci siamo ricomposti, forti nelle nostre cicatrici. E così, come nell’arte Kintsugi, noi siamo i cocci, e il tempo è la cura, l’attenzione, il nostro oro.

In questi giorni ho avuto modo di fare due riflessioni, una universale e una personale.

Dopo la benedizione Urbi et Orbi del Papa in Piazza San Pietro, ho avuto un’intuizione: l’intera umanità era spezzata in piccoli frammenti, divisa da guerre, fazioni, razzismo, lotte di classe; il virus ci sta ricomponendo, non ha occhi speciali per nessuno. Il Kintsugi sta avvenendo, l’oro nelle crepe sono gli aiuti che molti stanno dando, gli scambi che abbiamo ogni giorno, nazionalità non più in lotta ma unite.

Il virus ha frantumato il nostro quotidiano: i cocci sono ora. Così, sparsi in pezzi, non ci riconosciamo. Abbiamo paura del futuro, tutto è incerto e insicuro e non si vede la fine. Rischiamo di correre disordinati e calpestare qualche pezzetto o perderlo, per non riuscire a ricomporci più.

Quando un cliente rompe un oggetto, la prima cosa che chiedo, è di riporre con cura i cocci dentro a una scatola in attesa di venire a consegnarmeli.

Credo si debba fare così, riporre i nostri cocci con cura, in questo tempo sospeso, senza fretta del futuro che, prima o poi, arriverà.

Teniamoci pronti alla ricostruzione, scegliamo la colla che riunirà le ferite, un libro, il lavoro, la famiglia, la terra, teniamoci pronti a mettere l’oro, perché quello che ci sta accadendo è sì fragilità, ma la fragilità è anche un dono. Dicono i giapponesi che la fragilità è sinonimo di cambiamento, se restiamo rigidi nelle nostre idee non riusciremo mai a mutare.

Fragilità, tempo, cura e la ricercatezza dell’oro: accogliamo questo tempo imperfetto per tornare nuovi, unici e preziosi.

Chiara

Barbara Matilde Aloisio

Torno alla ceramica, questa volta con l’artista ceramista Barbara Aloisio (la trovate su instagram https://www.instagram.com/ra.ba.ma/)
Ho conosciuto Barbara durante l’ultimo corso di tecnica tradizionale che ho tenuto a Milano, il 5-6 ottobre 2019, un corso bello e sereno, fatto di scambi e condivisione. Ed era proprio nell’incontro nel laboratorio di Barbara che avremmo continuato a studiare tecnica e cultura; ma nessun problema, sarà solo più avanti nel tempo.

Se avete un’opera o un pensiero Kintsugi, scrivetemi a info@chiaraarte.it

L’arte kintsuji l’ho scoperta per caso essendo artista ceramista, mi affascinavano quelle linee d’oro dal sapore orientale. Ma il vero incontro è avvenuto più tardi approfondendo la sua storia.

In un primo momento mi sono avvicinata all’arte kintsuji per ridare vita a pezzi di ceramica che subivano qualche crepa in cottura. Il passo successivo è stato quello di creare rotture, ecco che ora la cerchi e quel pezzo integro si rivela ai tuoi occhi sotto forma di tanti nuovi cocci a cui trovare un posto, una collocazione, riscrivendo un ordine di idee. Ti trovi a ristudiarlo cercare gli incastri per poi trovare qualcosa di inaspettato, una storia tradotta in linee, linee di confine, linee di pace, di una forma riconquistata.

Il kintsuji l’ho avvicinato in un momento della mia vita denso di emozioni e segnato da grandi perdite. Accostare un coccio all’altro rappresenta prendere a poco a poco con tanta pazienza stralci di vita, trovare i giusti accostamenti, accogliere gli eventi e senza farsi trovare disarmati ricostruire una storia. Con compassione e fermezza ammirare quel tracciato nuovo che si delinea in fili d’oro. Rimane poi seguire il fluire di quelle nuove scritture che inevitabilmente segnano nuove rotte e nuovi porti da cui ammirare l’orizzonte.

I pezzi che presento in questa mostra virtuale fanno parte di un ampio progetto in cui ho creato una serie di alberi, abitati da presenza e custodie per sogni. Vorrei raccontarvelo così:

Sono cresciuta camminando nei boschi e frequentando l’orto di mia nonna, poi la campagna … le piante rappresentano per me un compagno, un essere vivente, qualcuno che coglie sensibilità simili alle nostre e per certi versi più evoluti.

I miei alberi sono viventi e per questo sognanti, ospitano creature e li sopra c’e il vivere di un mondo, l’accadere di un universo semplice, fatto di piccoli accadimenti. Il tempo opera e trasforma attraverso i vissuti questi elementi alberi, vibrano ascoltano e convivono con noi.

Mi piace pensare che ci possa essere un giardino sempre pronto in cui andare a ristorarsi, fermarsi sotto le fronde di un albero , ascoltare il cinguettare di un uccellino, magari lasciargli qualcosa da mangiare, scoprire i suoi nidi, camminare ancora, e poco più avanti, incappare in qualcosa di magnifico , di esterrefatto, di fronte al quale stupirsi, raccogliere un appunto che possa far diventare quel giorno un po’ più memorabile di un altro, perché una nuova condivisione è inciampata nei miei piedi, e riprendere e camminare.

(… su di un amaca ho visto un fiore/ soffiami di un cartamodello di gioia/ che possa sfilare dal cassetto/ per ogni giorno di amore. )

Barbara Aloisio

P.S. ringrazio Marina Marchesi per le foto

Il momento del silenzio

È questo il momento del silenzio, dell’introspezione.
Verrà il momento della cura e ricomporremo i nostri cocci, fisici e mentali, con la pazienza del cuore e la preziosità dell’oro.
Questi siamo noi, uniti, splendidi verso il sole, abbracciati dalla natura, feriti ma vivi e unici, ricuciti più forti e coraggiosi.
Io, per quanto mi riguarda, farò la mia parte, ve lo prometto.

sdr

“Frattura” di Andrés Neuman

Sono stata invitata a commentare il libro “Frattura” di Andrés Neuman per un caffè letterario come esperta di arte tradizionale Kintsugi.
Nel libro infatti, viene spesso citata la tecnica giapponese.

La seconda di copertina così inizia la trama:“Il Kintsugi è un’antica pratica giapponese che prevede l’utilizzo dell’oro -o di un altro metallo prezioso- per saldare i frammenti di un oggetto rotto. Grazie a queste pregiate riparazioni, l’oggetto rovinato diventa un’opera d’arte. Il kintsugi è la celebrazione delle cicatrici, l’elogio delle linee di frattura”

Il libro racconta la storia di Yoshie Watanabe, un sopravvissuto -Hibakusha- a Enola gay di Hiroshima, il 6 agosto 1945, e rimasto orfano dopo la seconda bomba a Nagasaki. Il racconto si dipana tra il presente di Yoshie durante il disastro di Fukushima e il suo passato, narrato attraverso gli occhi delle sue amanti, una per ogni paese da lui vissuto. È la storia di un uomo e delle sue difficoltà, una tra tutte, la più importante, ritrovare il suo centro perso durante l’esplosione. Il libro scorre leggero quando è Yoshie a parlare, diventa invece a tratti noioso e prolisso quando sono le sue donne a raccontare, anche perché, a dire il vero, tutte raccontano lo stesso uomo, con le stesse caratteristiche e sembra, ad ogni capitolo, di leggere quello precedente.

Ma non sono qui per recensire il libro, quanto per commentare il kintsugi.
Già, l’arte Kintsugi. Cosa c’entra in questo come libro? Come c’entra?
Qui di seguito le parti del libro dove il kintsugi viene citato.

pag.15 “Il signor Watanabe osserva quel catalogo di strumenti precipitati. Si china a esaminarli e li riappende. Nessuno pare aver subito danni irreparabili. Anzi, si corregge, fino a che punto è riparabile un danno? Non varrebbe la pena fare qualcosa di diverso? Perché dissimulare le imperfezioni dei suoi banjo, e non includerle nel restauro? Tutte le cose rotte, pensa, hanno qualcosa in comune. Una crepa che le unisce al loro passato…Da qui, forse, l’ammirazione crescente che nutre per il kintsugi. Quando una ceramica si spacca, gli artigiani del kintsugi inseriscono un po’ di polvere d’oro in ogni fessura, evidenziando il punto in cui si è rotta. Le fratture e le riparazioni sono esposte invece che occultate, e passano a occupare un posto centrale nella storia dell’oggetto. L’atto di rendere manifesta questa memoria lo nobilita. Ciò che ha subito un danno ed è sopravvissuto può essere considerato più prezioso, più bello”

È forse la parte dove maggiormente l’arte viene raccontata, nel giusto contesto, come elemento decorativo e descrittivo di alcuni oggetti, i banjo. Non invece si può parlare della vita, dove il signor Watanabe, sopravvissuto, si sente tutto fuorchè prezioso e bello.


-pag.107 “In qualche modo, riflette, l’efficente restauro di Tokyo tradì il principio del kintsugi: fu portato a termine senza conservare traccia dei bombardamenti”

Si parla del bombardamenti della seconda guerra mondiale: la parola tradì è inopportuna se pensiamo al popolo giapponese che ha l’abitudine di abbattere e ricostruire certi templi con cadenza cerimoniale. Un esempio e’ quello del Kasuga Taisha, uno dei più famosi templi di Nara, cittadina non distante da Kyoto. Il kintsugi è solo una delle tecniche di restauro, non per questa necessariamente adatta a tutte le strutture.


-pag. 113 “Si propongono anche scarpe visibilmente usurate. Spesso sono più costose di quelle nuove. Si venera l’esperienza dell’oggetto, come nel kintsugi”

Kintsugi come storia raccontata, non solo linea d’oro ma segno del tempo che passa.

-pag.142: “La grande cicatrice alla base del seno sinistro è diventata il punto più importante del mio corpo. La sua memoria sensibile. Lo cantava il vecchio Coen: There is a crack in everything / That’s how the ligth gets in”

Bello, ma questa frase di Coen ci ha un po’ stufato no?

-pag.205: “Il futuro sigillato. Seppellire la tragedia. Il signor Watanabe ripensa di nuovo al kintsugi. L’arte di unire le crepe senza segreti. Di riparare mostrando il punto della frattura”

Questo è il senso dell’arte tradizionale giapponese, non seppellire, lasciare visibile in superficie il tempo che passa.

-pag.211: “E l’aveva pregata, se ne avesse avuto l’occasione, di inserire in qualche volume una variante immaginaria del kintsugi. Gli pareva che l’assenza di quella parola in altri vocabolari, l’inesistenza del concetto stesso, rivelasse una lacuna significativa. Bisognerebbe tradurla in tutte le lingue, pensa, inventare sinomini.”

Non sarebbe una cattiva idea. Kintsugi è un termine giapponese, potremmo provare anche noi a coniarne uno nuovo. -escludendo la resilienza, grazie, che è abusata, trita e ritrita su tutto.

-pag.378: ” Mi scusi se ho tardato ad aprirle, dice il signor Sato. Ero sul retro, stavo riparando una ceramica. Le piace il kintsugi?
Sempre di più, risponde Watanabe.
E lo pratica?
Diciamo di sì.
Io lo praticavo da giovane. Poi, con la famiglia, l’ho messo da parte. Finchè mi sono detto: perché no? Uso soltanto pezzi da poco, ovviamente. Non posso permettermi altro. L’importante è riparare.”

Uso soltanto pezzi da poco perché non posso permettermi altro è un concetto errato se si pensa al kintsugi. Da quando ho cominciato a lavorare con l’arte tradizionale mi sono trovata di fronte a restauri di oggetti di pochissimo valore commerciale, spesso pochi euri, oggetti che avrebbero potuto essere acquistati nuovi e interi senza problemi e con poca spesa, ma che avevano enorme valore affettivo. È questo uno dei cardini su cui ruota l’arte di riparare con l’oro: rendere di nuovo utilizzabile un oggetto rotto, e se questo oggetto mi ricorda un momento della vita, una persona, quale miglior modo di aggiungerci dell’oro?

pag.395: “I sudoku mi rilassano, dice, perché fermano il tempo. Esattamente il contrario del kintsugi. Non trova?”

E qui mi arrendo, cosa avrà voluto dire? Che il kintsugi lascia correre il tempo? O che non rilassa? Io, dal mio tavolo di lavoro, posso dirvi che quando restauro sono me stessa, rilassata, serena, e quando vedo le mie opere finite non posso che pensare che la storia che raccontavano è finalmente tornata viva.

“Frattura” di Andrés Neuman: dove il kintsugi viene usato come traccia nella narrazione ma non per raccontare la vita. E del perché non si può, a mio umile giudizio, iniziare la traccia del libro in seconda di copertina con la descrizione del kintsugi come tema fondante del libro. Perché così non è, il signor Watanabe anzi, scrive di sè: “Se si sentiva sano, pieno di forze e desideroso di vivere la giovinezza, perché doveva presentarsi al mondo come un invalido perpetuo, come una persona incapace di ricostruirsi la propria vita?”

Frattura è quindi la storia della vita di un uomo che sfugge ai suoi ricordi, che prova ogni volta, in una nuova città, a costruirsi delle radici senza mai riuscirsi, incapace di accettare la sua fragilità.
Forse, e mi piace crederlo, il kintsugi è una speranza, un momento di pace dove prendersi cura dei propri oggetti rotti.
Forse, ma non possiamo saperlo perché il libro ha un finale aperto, il voler arrivare al centro del disastro di Fukushima, vicino alla centrale, nell’ultimo cerchio proibito, esposto alle radiazioni, forse, questo, è il kintsugi del signor Watanabe.

Sabi

“Sabi. Il termine, il cui carattere associa -tranquillità- e -solitudine-, è tradotto normalmente con -rustica semplicità-. Il suo significato allude tuttavia alla condizione di cose e di oggetti che presentano, più o meno evidenti, segni di vita vissuta, tracce di tempi attraversati e sedimentati.Queste forme materiali non si presentano però come logore o fatiscenti, non denunciano il peso dei tempi -passati- e raccolti: appaiono come impregnate di vita, sia di quella loro propria, di destini minerali o vegetali, sia di quella di chi le ha, in maniere e in occasioni diverse, toccate, usate, consumate e pulite.”

Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente. Giangiorgio Pasqualotto

Tre mesi.
Questo è il tempo che ho dedicato alla lavorazione del vaso in porcellana cinese della metà 1700, bianco con decorazioni dipinte blu.
Se volete seguire le varie fasi del restauro, vi invito nel mio sito Kintsugi Chiaraarte (clicca sul sito)

Per fare chiarezza sull’arte Kintsugi

Visto il continuo uso della metafora dell’arte Kintsugi spesso accompagnato a notizie errate sulla tecnica tradizionale, ecco un articolo che ho scritto nel mio sito di restauro.

Perché scrivo questo testo? Perchè se è vero che una metafora ha un grande valore se unita all’arte Kintsugi, conta che si usino parole corrette, termini esatti, provenienze certe, immagini che raccontino il vero e non un falso.

Da anni realizzo restauri di ceramiche e opere d’arte utilizzando la tecnica tradizionale Kintsugi, da prima che diventasse molto conosciuta e apprezzata anche in Italia. Ho studiato molto, sono stata in Giappone per imparare, non smetto mai di fare formazione; per questo vi dico “Prima di scrivere chiedete. Informatevi e scrivete notizie vere, piuttosto meno ma corrette. Così la metafora sarà ancora più forte, come forte e potente è la forza della lacca urushi, la vera preziosità dell’arte Kintsugi”

Continua qui  https://kintsugi.chiaraarte.it/kintsugi-arte-tecnica-e-metaforaun-articolo-per-fare-chiarezza/

Corso di tecnica tradizionale Kintsugi: ciò che resta sono emozioni

Ogni corso ha una sua storia; ogni allievo intesse racconti, passione, arte, curiosità e insieme si crea un tessuto fitto, fatto di relazione e condivisione.

Ho scelto di dedicare parte del mio lavoro di artigiana restauratrice all’insegnamento; non è una scelta a cottimo, non voglio colonizzare il mondo con l’arte Kintsugi. Mi preme però raccontare un’arte sconosciuta o spesso interpretata in maniera poco corretta.
Il tempo che dedico è tempo ben speso, perché come io dono il mio sapere, così mi torna in piacevoli incontri, suggestioni creative e speciali sentimenti.

Insegnare la tecnica tradizionale giapponese Kintsugi è una sfida. Non si tratta solo di insegnare la tecnica, ma di far nascere negli allievi la passione.
È infatti il Kintsugi una tecnica bellissima e preziosa ma è soprattutto una tecnica complessa che presuppone una buona manualità e attitudine.
La lacca urushi, resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, ha, oltre le sue proprietà di resistenza, forza e impermeabilità, anche il fastidioso inconveniente di essere allergizzante per contatto: se non ben usata, si rischiano situazioni complicate e fastidiose alla pelle.
Questo è un primo scoglio che chi studia deve sapere affrontare e l’unico modo è, prima di tutto, la conoscenza; in secondo luogo, l’approccio umile e il rispetto.

La lacca ha tempi di polimerizzazione delicati che si attivano con temperatura e umidità dedicati; inoltre ha tempi molto lunghi. Tutto questo esula parecchio dal nostro vivere quotidiano, dai materiali chimici con tempi rapidi, programmati, che non abbisognano del nostro controllo; la lacca invece deve essere accudita, seguita passo passo, ogni giorno, affinchè indurisca e sia pronta per il passaggio successivo.
Quanto siamo disposti a dedicare il nostro tempo?
Questo chiedo ai miei allievi, questo spiego loro ed è questo il valore aggiunto che permette di innamorarsi del Kintsugi.

Il corso “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro” che si è appena concluso, organizzato in collaborazione con l’associazione Giappone in Italia e tenutosi presso La Teiera Eclettica a Milano, è stata per me un’esperienza molto interessante. Ho organizzato le lezioni in quattro giornate di quattro ore, distanziate tra loro di una settimana. Questo per dare tempo agli allievi di famigliarizzare con la lentezza della lacca. Ogni allievo aveva a disposizione due ceramiche su cui abbiamo lavorato durante le lezioni, da seguire a casa, controllando temperatura e umidità, e ogni settimana era loro compito riportarle per proseguire il lavoro.
I materiali di uso durante il corso erano invece comuni; ogni allievo doveva prendersi cura di pulire e tenerli con attenzione. È questo infatti la mia prima richiesta, sulla quale sono abbastanza rigorosa: avere rispetto e pulizia dei materiali è sinonimo di saper lavorare, un tavolo pulito è il primo passo per un buon lavoro.

Orietta, Lidia, Mara, Isotta e Helga. Cinque donne, cinque storie diverse, diverse soprattutto le finalità e le aspettative.
Abbiamo formato da subito una squadra, chi non riusciva veniva supportato dalle altre, io stessa ho aiutato in momenti di difficoltà. Il tempo è passato veloce, forse troppo, tra informazioni, silenzi di attenzione, racconti personali e una sempre buona tazza di tè offerta dalla deliziosa pardona di casa Barbara.

Cosa faranno ora le mie allieve? Per ora ammiro i loro lavori, ceramiche curate nelle quali ognuna di loro ha impresso il tocco personale. Ammiro i loro sorrisi felici. E resto in attesa di vederle sbocciare, crescere e creare, con ardimento, professionalità, ma, prima di tutto, con rispetto per un’arte che arriva da un tempo e un paese lontano e di cui noi, con passi leggeri, stiamo apprendendone il senso profondo.

https://kintsugi.chiaraarte.it/corso-di-tecnica-tradizionale-kintsugi-cio-che-resta-sono-emozioni/

Kintsugi è un’arte, non una moda

Succede che mi sento in colpa. Non dovrei, non sono io che muovo le mode, ma questo mio interesse continuo per l’arte Kintsugi, il mio scriverne, il mio praticarla, diffonderla, mi mette di diritto tra quelli che “ne sanno” in Italia. E non solo in Italia.
Tra coloro che ne permettono la conoscenza là dove prima non c’era.
Il mio è un approccio artistico, le mie opere sono opere di artigianato, mani al lavoro; sono lacca e polvere d’oro, nulla più. Sono materia.

Quando scrivo invece, seguo anche la metafora, cercando di entrare piano, quasi sottovoce, in un mondo fatto di debolezza, fragilità, ben consapevole che il messaggio occidentale non ha radici in Oriente, è una narrazione differente, frutto di diverse culture.

Il mio atteggiamento per l’arte Kintsugi è umile. Devo imparare ancora molto e anche quando avrò imparato, ancora dovrò imparare. E anche allora sarò ospite di un paese, della sua cultura e non avrò mai la presunzione di sapere.
Potrò, come già ora faccio, creare una commistione con la mia arte, unendo due conoscenze, ma sempre sarò attenta al rispetto.
Perché Kintsugi  nasce vicino ai fiori di loto, nella semplicità della cerimonia del té, si nutre di essenzialità; risuona dell’eco del wabi sabi, la perfezione dell’oro, la preziosità della fragilità, della rottura.

Ma
Kintsugi oggi è una moda, e spesso viene usato da persone che non ne conoscono il significato vero. Se ne appropriano per mere operazioni di marketing, pensando che basti inserire qua e là, tazza rotta, ferita e oro, per far diventare le parole un Kintsugi.
Kintsugi è bellezza, arte profonda, semplice. È togliere invece di aggiungere, è il tocco del pennello, una linea fine e sottile, non un graffio, non un solco e nemmeno una riga di pennerello nero, grande e arrogante.
Kintsugi è un soffio, non un urlo.

Non tutti i conflitti, non tutte le arti, non tutto può essere vestito del significato di Kintsugi; sebbene io ripeta spesso, anche durante i miei corsi, che l’arte di riparare con l’oro ha molte declinazioni, solo la vera bellezza se ne può vantare il manto.

Riflettete quindi prima di usare Kintsugi: non è infatti una parola, ma uno stile di vita. Non è moda, non marketing, non sporcatevi le labbra con una poesia che non vi appartiene.

Il rispetto di una cultura è il rispetto per l’uomo, per l’umanità.

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Foto Alberto Moro. Chado, Kyoto.

 

Quante nuove vite ha l’arte Kintsugi

L’arte Kintsugi, ovvero l’arte giapponese di riparare con l’oro le ceramiche, non è solo una tecnica, ma anche un’importante metafora di vita.
In questo anno sto assistendo ad un incremento di utilizzi del concetto Kintsugi su vari supporti fisici e psicologici: l’arte non viene quindi più usata solo nel suo primario utilizzo, ovvero il restauro della ceramica.

La mia attività di restauratrice ed esperta in questa arte -dopo anni di studio e approfondimenti fino al viaggio in Giappone dove ho incontrato maestri con cui ho potuto lavorare e dialogare- viaggia non solo nelle mie ceramiche e nei miei corsi, ma anche, e soprattutto, nel web.
Questo viaggio fa arrivare la mia arte e la mia persona in ogni parte del mondo e mi rimanda contatti e suggestioni: ricevo infatti quasi ogni giorno messaggi di persone che vogliono raccontarmi le loro esperienze, chiedono consigli, suggerimenti, o solo ringraziano per quello che faccio. O solo scrivono “belle”, così, senza lasciare altra traccia di sè. E va bene così.

Oggi vorrei raccontarvi di Giovanna Belloni, architetto, ballerina, che nel mese di Marzo ha messo in scena a Milano lo spettacolo di danza “Kintsugi, oro nelle cicatrici” 

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“Ispirato alla medesima filosofia, lo spettacolo di Belloni vuole mostrare come una ferita e un dolore possano significare rinascita e nuova bellezza, e lo fa attraverso la danza, accompagnata dalla musica dal vivo della violista Elizondo. L’opera racconta in tre quadri le diverse tematiche esistenziali: il senso di abbandono, incomprensione ed emarginazione, l’Alzheimer e le fratture fisiche e dell’anima, l’invecchiamento del corpo e il suo continuo riadattarsi alla diverse fasi della vita. Sullo sfondo una scenografia suggestiva e di forte impatto, che interpreta attraverso effetti luminosi la fusione dell’oro liquido e la ricostruzione e cicatrizzazione delle ferite più profonde.” Tratto da Giornale della danza 

E vorrei raccontarvi di Raffaella Castagnoli, fotografa, che con la sua opera “Kintsugi” ha vinto il 3° Portfolio sul Po, tappa conclusiva di “Portfolio Italia 2018 – Gran Premio LUMIX”. L’autrice fotografa il sottobosco toscano mettendo in evidenza i rifiuti lasciati dall’uomo, contornandoli con la polvere d’oro.

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“L’Autrice ha creato un lavoro concettuale che affronta le problematiche relative alla riparazione delle ferite inferte alla natura dalla poca cura dell’uomo. La natura contaminata diventa stampa e, ferita a sua volta, viene recuperata e impreziosita ispirandosi a una antica tecnica tradizionale giapponese, l’arte del “Kintsugi”.Tratto da art-vibes

Tutto nasce da qui, dalle ceramiche, dalle loro rotture. Una fragilità fisica che viene portata sulle fragilità umane. (nella foto una mia ceramica Kintsugi, foto Fabio Bastante)

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Una mia ceramica Kintsugi, foto Fabio Bastante

E voi, cosa ne pensate di queste contaminazioni?
Avete un vostro personale Kintsugi da raccontare?