Per fare chiarezza sull’arte Kintsugi

Visto il continuo uso della metafora dell’arte Kintsugi spesso accompagnato a notizie errate sulla tecnica tradizionale, ecco un articolo che ho scritto nel mio sito di restauro.

Perché scrivo questo testo? Perchè se è vero che una metafora ha un grande valore se unita all’arte Kintsugi, conta che si usino parole corrette, termini esatti, provenienze certe, immagini che raccontino il vero e non un falso.

Da anni realizzo restauri di ceramiche e opere d’arte utilizzando la tecnica tradizionale Kintsugi, da prima che diventasse molto conosciuta e apprezzata anche in Italia. Ho studiato molto, sono stata in Giappone per imparare, non smetto mai di fare formazione; per questo vi dico “Prima di scrivere chiedete. Informatevi e scrivete notizie vere, piuttosto meno ma corrette. Così la metafora sarà ancora più forte, come forte e potente è la forza della lacca urushi, la vera preziosità dell’arte Kintsugi”

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Corso di tecnica tradizionale Kintsugi: ciò che resta sono emozioni

Ogni corso ha una sua storia; ogni allievo intesse racconti, passione, arte, curiosità e insieme si crea un tessuto fitto, fatto di relazione e condivisione.

Ho scelto di dedicare parte del mio lavoro di artigiana restauratrice all’insegnamento; non è una scelta a cottimo, non voglio colonizzare il mondo con l’arte Kintsugi. Mi preme però raccontare un’arte sconosciuta o spesso interpretata in maniera poco corretta.
Il tempo che dedico è tempo ben speso, perché come io dono il mio sapere, così mi torna in piacevoli incontri, suggestioni creative e speciali sentimenti.

Insegnare la tecnica tradizionale giapponese Kintsugi è una sfida. Non si tratta solo di insegnare la tecnica, ma di far nascere negli allievi la passione.
È infatti il Kintsugi una tecnica bellissima e preziosa ma è soprattutto una tecnica complessa che presuppone una buona manualità e attitudine.
La lacca urushi, resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, ha, oltre le sue proprietà di resistenza, forza e impermeabilità, anche il fastidioso inconveniente di essere allergizzante per contatto: se non ben usata, si rischiano situazioni complicate e fastidiose alla pelle.
Questo è un primo scoglio che chi studia deve sapere affrontare e l’unico modo è, prima di tutto, la conoscenza; in secondo luogo, l’approccio umile e il rispetto.

La lacca ha tempi di polimerizzazione delicati che si attivano con temperatura e umidità dedicati; inoltre ha tempi molto lunghi. Tutto questo esula parecchio dal nostro vivere quotidiano, dai materiali chimici con tempi rapidi, programmati, che non abbisognano del nostro controllo; la lacca invece deve essere accudita, seguita passo passo, ogni giorno, affinchè indurisca e sia pronta per il passaggio successivo.
Quanto siamo disposti a dedicare il nostro tempo?
Questo chiedo ai miei allievi, questo spiego loro ed è questo il valore aggiunto che permette di innamorarsi del Kintsugi.

Il corso “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro” che si è appena concluso, organizzato in collaborazione con l’associazione Giappone in Italia e tenutosi presso La Teiera Eclettica a Milano, è stata per me un’esperienza molto interessante. Ho organizzato le lezioni in quattro giornate di quattro ore, distanziate tra loro di una settimana. Questo per dare tempo agli allievi di famigliarizzare con la lentezza della lacca. Ogni allievo aveva a disposizione due ceramiche su cui abbiamo lavorato durante le lezioni, da seguire a casa, controllando temperatura e umidità, e ogni settimana era loro compito riportarle per proseguire il lavoro.
I materiali di uso durante il corso erano invece comuni; ogni allievo doveva prendersi cura di pulire e tenerli con attenzione. È questo infatti la mia prima richiesta, sulla quale sono abbastanza rigorosa: avere rispetto e pulizia dei materiali è sinonimo di saper lavorare, un tavolo pulito è il primo passo per un buon lavoro.

Orietta, Lidia, Mara, Isotta e Helga. Cinque donne, cinque storie diverse, diverse soprattutto le finalità e le aspettative.
Abbiamo formato da subito una squadra, chi non riusciva veniva supportato dalle altre, io stessa ho aiutato in momenti di difficoltà. Il tempo è passato veloce, forse troppo, tra informazioni, silenzi di attenzione, racconti personali e una sempre buona tazza di tè offerta dalla deliziosa pardona di casa Barbara.

Cosa faranno ora le mie allieve? Per ora ammiro i loro lavori, ceramiche curate nelle quali ognuna di loro ha impresso il tocco personale. Ammiro i loro sorrisi felici. E resto in attesa di vederle sbocciare, crescere e creare, con ardimento, professionalità, ma, prima di tutto, con rispetto per un’arte che arriva da un tempo e un paese lontano e di cui noi, con passi leggeri, stiamo apprendendone il senso profondo.

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Kintsugi è un’arte, non una moda

Succede che mi sento in colpa. Non dovrei, non sono io che muovo le mode, ma questo mio interesse continuo per l’arte Kintsugi, il mio scriverne, il mio praticarla, diffonderla, mi mette di diritto tra quelli che “ne sanno” in Italia. E non solo in Italia.
Tra coloro che ne permettono la conoscenza là dove prima non c’era.
Il mio è un approccio artistico, le mie opere sono opere di artigianato, mani al lavoro; sono lacca e polvere d’oro, nulla più. Sono materia.

Quando scrivo invece, seguo anche la metafora, cercando di entrare piano, quasi sottovoce, in un mondo fatto di debolezza, fragilità, ben consapevole che il messaggio occidentale non ha radici in Oriente, è una narrazione differente, frutto di diverse culture.

Il mio atteggiamento per l’arte Kintsugi è umile. Devo imparare ancora molto e anche quando avrò imparato, ancora dovrò imparare. E anche allora sarò ospite di un paese, della sua cultura e non avrò mai la presunzione di sapere.
Potrò, come già ora faccio, creare una commistione con la mia arte, unendo due conoscenze, ma sempre sarò attenta al rispetto.
Perché Kintsugi  nasce vicino ai fiori di loto, nella semplicità della cerimonia del té, si nutre di essenzialità; risuona dell’eco del wabi sabi, la perfezione dell’oro, la preziosità della fragilità, della rottura.

Ma
Kintsugi oggi è una moda, e spesso viene usato da persone che non ne conoscono il significato vero. Se ne appropriano per mere operazioni di marketing, pensando che basti inserire qua e là, tazza rotta, ferita e oro, per far diventare le parole un Kintsugi.
Kintsugi è bellezza, arte profonda, semplice. È togliere invece di aggiungere, è il tocco del pennello, una linea fine e sottile, non un graffio, non un solco e nemmeno una riga di pennerello nero, grande e arrogante.
Kintsugi è un soffio, non un urlo.

Non tutti i conflitti, non tutte le arti, non tutto può essere vestito del significato di Kintsugi; sebbene io ripeta spesso, anche durante i miei corsi, che l’arte di riparare con l’oro ha molte declinazioni, solo la vera bellezza se ne può vantare il manto.

Riflettete quindi prima di usare Kintsugi: non è infatti una parola, ma uno stile di vita. Non è moda, non marketing, non sporcatevi le labbra con una poesia che non vi appartiene.

Il rispetto di una cultura è il rispetto per l’uomo, per l’umanità.

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Foto Alberto Moro. Chado, Kyoto.

 

Quante nuove vite ha l’arte Kintsugi

L’arte Kintsugi, ovvero l’arte giapponese di riparare con l’oro le ceramiche, non è solo una tecnica, ma anche un’importante metafora di vita.
In questo anno sto assistendo ad un incremento di utilizzi del concetto Kintsugi su vari supporti fisici e psicologici: l’arte non viene quindi più usata solo nel suo primario utilizzo, ovvero il restauro della ceramica.

La mia attività di restauratrice ed esperta in questa arte -dopo anni di studio e approfondimenti fino al viaggio in Giappone dove ho incontrato maestri con cui ho potuto lavorare e dialogare- viaggia non solo nelle mie ceramiche e nei miei corsi, ma anche, e soprattutto, nel web.
Questo viaggio fa arrivare la mia arte e la mia persona in ogni parte del mondo e mi rimanda contatti e suggestioni: ricevo infatti quasi ogni giorno messaggi di persone che vogliono raccontarmi le loro esperienze, chiedono consigli, suggerimenti, o solo ringraziano per quello che faccio. O solo scrivono “belle”, così, senza lasciare altra traccia di sè. E va bene così.

Oggi vorrei raccontarvi di Giovanna Belloni, architetto, ballerina, che nel mese di Marzo ha messo in scena a Milano lo spettacolo di danza “Kintsugi, oro nelle cicatrici” 

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“Ispirato alla medesima filosofia, lo spettacolo di Belloni vuole mostrare come una ferita e un dolore possano significare rinascita e nuova bellezza, e lo fa attraverso la danza, accompagnata dalla musica dal vivo della violista Elizondo. L’opera racconta in tre quadri le diverse tematiche esistenziali: il senso di abbandono, incomprensione ed emarginazione, l’Alzheimer e le fratture fisiche e dell’anima, l’invecchiamento del corpo e il suo continuo riadattarsi alla diverse fasi della vita. Sullo sfondo una scenografia suggestiva e di forte impatto, che interpreta attraverso effetti luminosi la fusione dell’oro liquido e la ricostruzione e cicatrizzazione delle ferite più profonde.” Tratto da Giornale della danza 

E vorrei raccontarvi di Raffaella Castagnoli, fotografa, che con la sua opera “Kintsugi” ha vinto il 3° Portfolio sul Po, tappa conclusiva di “Portfolio Italia 2018 – Gran Premio LUMIX”. L’autrice fotografa il sottobosco toscano mettendo in evidenza i rifiuti lasciati dall’uomo, contornandoli con la polvere d’oro.

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“L’Autrice ha creato un lavoro concettuale che affronta le problematiche relative alla riparazione delle ferite inferte alla natura dalla poca cura dell’uomo. La natura contaminata diventa stampa e, ferita a sua volta, viene recuperata e impreziosita ispirandosi a una antica tecnica tradizionale giapponese, l’arte del “Kintsugi”.Tratto da art-vibes

Tutto nasce da qui, dalle ceramiche, dalle loro rotture. Una fragilità fisica che viene portata sulle fragilità umane. (nella foto una mia ceramica Kintsugi, foto Fabio Bastante)

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Una mia ceramica Kintsugi, foto Fabio Bastante

E voi, cosa ne pensate di queste contaminazioni?
Avete un vostro personale Kintsugi da raccontare?

 

 

I nuovi corsi di Kintsugi 2018/2019

Sapete che gli oggetti rotti riparati con la tecnica kintsugi sono esposti nelle stanze del tè prevalentemente nelle prime due settimane di autunno?
È il periodo dell’anno che preannuncia la fine del germoglio, della fioritura, pronta la natura al letargo e al declino, con i colori accesi e poi spenti. Nagori viene chiamato questo periodo, un periodo in cui le persone dimostrano una speciale sensibilità e malinconia prima del silenzio dell’inverno.

Così è il Kintsugi, una malinconia serena nel saper apprezzare ciò che di noi invecchia, che si rompe, i fallimenti, i dolori, i lutti, gli amori perduti, le invalidità che la vita riserva al nostro cammino; una malinconia serena che ci porta ad amarci per come siamo, rotti ma nuovi, unici, irripetibili e per questo degni dell’oro che ci ricopre.

Per questa fine d’anno e per il prossimo 2019, ho preparato una serie di corsi, diversi tra loro per modalità e impegno ma con lo stesso filo dorato comune, per farvi conoscere i segreti e la bellezza dell’arte Kintsugi

 

18 novembre 2018, 9,30- 13,30 (qui il link con i dettagli) 
La Teiera Eclettica, Milano, in collaborazione con Giappone in Italia
Corso di 4 ore di tecnica semplificata, con resina e polvere d’oro.

-24 Novembre 2018, 9,30-17,30 (qui il link con i dettagli) 
GufieAllodole, Monteveglio (Bologna)
Corso di 8 ore, un viaggio tra tecnica, arte e metafora, in compagnia di Alessandra Cacciari, medico olistico e antropologa.

-26 gennaio, 2-9-16 febbraio, 9,30-13-30 (qui il link con i dettagli) 
La Teiera Eclettica, Milano, in collaborazione con Giappone in Italia
Corso di TECNICA TRADIZIONALE GIAPPONESE.
Una volta all’anno propongo il corso di tecnica tradizionale, con lacca urushi e polvere d’oro, seguendo le antiche orme del Giappone della fine del 1400 e in uso a pochi restauratori. Il corso è aperto a tutti, richiede pazienza e dedizione.

-16 marzo 2019, 14,30-18.30 (qui il link per i dettagli)
Atelier des Pampilles, Torino,
Corso di 4 ore di tecnica semplificata, con resina e polvere d’oro.

Il tempo della lacca Urushi

Poter andare alla radice di una passione, scavare fino al nocciolo profondo, è una grande fortuna. E una preziosa opportunità.
Durante il mio viaggio in Giappone sono stata invitata a visitare Daigo, zona agricola dove si coltiva la pianta Rhus Verniciflua da cui si estrae la lacca Urushi. E ho imparato più di quanto immaginassi. Toccare con mano un’arte, sperimentarne la fatica, ha reso ancora più bello il mio lavorare.
Ora, ogni volta che apro un tubetto di lacca per preparare la colla, lo stucco, la vernice per applicare la polvere d’oro, sento la potenza e la forza di un prodotto naturale che nasce dalla terra e che l’uomo ha saputo scoprire e usare per fini eccelsi. 

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Vi ho raccontato che l’estrazione della lacca è faticosa e poco produttiva. 
Vi ho raccontato di come la lacca sia allergizzante 

Quante caratteristiche ha la lacca Urushi?
Oggi vi racconto che è così preziosa che deve essere accudita, rispettando i suoi tempi. 

Una volta estratta e filtrata, la lacca viene usata per proteggere, abbellire e impermeabilizzare oggetti in legno o cartapesta. I risultati sono prodotti lucenti e duraturi.

Per arrivare a questo risultato tanti sono i passaggi e tante le pause e sono di queste che voglio raccontarvi.
I primi ad accorgersi della bellezza della lacca furono i giapponesi, nel periodo Jomon, vale a dire circa 5.500 anni fa. Scoprirono che la lacca induriva lasciandola nei campi dove la estraevano, vicino ai fiumi, in ambienti molto umidi e caldi.
E così, nel tempo, vennero costruiti dei contenitori chiamati “muro” dove riporre gli oggetti laccati riproducendo le stesse condizioni ambientali, con temperature dai 22° ai 25° e umidità tra 60% e 80%; contenitore che ancora oggi si usa, sia in formato artigianale che semi industriale.

La lacca. La lacca con le sue caratteristiche, la lacca lucida, forte, impermeabile. La lacca protettiva. La lacca che ha bisogno di noi. Sembra quasi impossibile ma è così.
La lacca da sola, lasciata su di un tavolo, non indurisce perfettamente. Ha bisogno di tempo.
Tra una mano e l’altra deve passare almeno una settimana dentro al muro. Le fasi si dilatano, passano mesi per realizzare un’opera, mesi per restaurare un lavoro con l’arte Kintsugi che si nutre di lacca Urushi, è il suo ingrediente base.
E durante questo periodo io mi trovo ad accudirla, a controllare ogni giorno temperatura e umidità, come se fosse una pianta che cresce.

Quante cose ho imparato in Giappone, poche ne sapevo. Tante verranno da sè.

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Le mie mani e la lacca rossa urushi: nori urushi

 

La metafora della lacca urushi

La lacca Urushi è una lacca estratta da Rhus Verniciflua, una pianta autoctona giapponese. Ha svariate modalità di utilizzo: riconosciuta per la sua grande capacità impermeabilizzante (fino al 100%) e per la sua durezza una volta completata l’essicazione, viene usata fin dall’antichità per rivestire tazze, ciotole, armature, foderi per katane, scatole in legno, fino ad arrivare alla decorazione di templi e palazzi imperiali.
La raccolta della lacca urushi segue in Giappone tempi molto particolari, (ne ho scritto qualche giorno fa, leggi qui) ed è per questo preziosa e al contempo molto ricercata, ragion per cui è diventata la lacca degli imperatori.
Ma la lacca Urushi ha anche una sua caratterisica particolare, oltre ad essere difficile da raccogliere e ad avere tempi di essicazione lunghi e che abbisognano di particolari condizioni di caldo umido: la lacca Urushi è velenosa. Allergizzante più che velenosa: se viene in contatto con la pelle, si formano delle chiazze nere che restano per parecchi giorni. A qualcuno il problema si ferma alla macchia, per altri la pelle gonfia, così gli occhi, e possono esserci problemi di irritazioni anche più gravi.

La lacca Urushi dopo la raccolta appare mista a pezzetti di corteccia. Con pazienza si filtra più volte (fino a 10) e poi si usa su oggetti in legno, con svariate mani fino ad ottenere lucentezza e durevolezza.

Fino a che la lacca è fresca resta allergizzante. Poi, una volta essicata, perde questa caratteristica e diventa duratura e perfettamente atossica.

Ed ecco la metafora. La lacca che a forza viene estratta dalla pianta usa il suo veleno per contrastare l’uomo. Mantiene questa forza per tutti i passaggi, provando a farlo desistere viste le potenti reazioni allergiche. Ci prova, con forza mantiene il suo coraggio.
Ma alla fine si placa. Alla fine accetta la sua nuova vita e ciò che dona è il meglio di sè: non diventa una lacca molliccia e delicata, diventa la più forte, resistente, lucida e bella lacca che si sia mai vista.

Questo fa la lacca, lotta, combatte e quando è alla fine trasforma la sconfitta in vittoria.

Dopo il mio viaggio in Giappone, (non hai visto il video del programma? Ecco il link) dopo aver imparato ad estrarre la lacca e averne viste le caratteristiche, nutro per la lacca Urushi una devozione e stima che mi fa sentire umile e in quasi preghiera ogni volta che decido di usarla.
Con rispetto, così, come un inchino a una divinità.

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