Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza

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Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’indifferenza, sono tempi bui di tensione e violenze verbali, anni di scorribande nelle piazze, bottiglie rotte, muri imbrattati di ideologia, non di fede che si è persa da tempo dietro a un pifferaio ubriaco.
Ci si inerpica e smarrirsi è un attimo, perdere il cuore intendo, la testa resta ma non ragiona, tenta di non vedere, si scollega da sé in un loop di sveglia, dormiveglia, sonno, vita, morte.

Cosa possiamo ancora scegliere, uomo o Dio che stai al fondo della luce? Ci è data una scelta o si è fatto il tempo nella nullità dell’esistenza?

Ci si inerpica stretti nei vicoli dell’esistenza, l’ho detto, costa fatica restare umani. Costa denaro, costa il cuore. Il mio. Il tuo. Costa la vita. Un prezzo equo per restare umani.

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La pietà perduta

La Vignette sul terremoto in Italia pubblicata da Charlie Hebdo "Terremoto all'italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne". L'ultima, ("lasagne"), presenta diverse persone sepolte da strati di pasta. ANSA+++ EDITORIAL USE ONLY NO SALES NO ARCHIVE+++


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La Vignette sul terremoto in Italia pubblicata da Charlie Hebdo
“Terremoto all’italiana: penne al sugo di pomodoro, penne gratinate, lasagne”.

“…circa 300 morti in un terremoto in Italia. Ancora non si sa che il sisma abbia gridato ‘Allah akbar’ prima di tremare” 

Abbiamo un problema, l’umanità è scomparsa, la pietà perduta, il rispetto calpestato.
Non dico che non si debba ridere, non voglio censurare ironia, satira, libertà di pensiero.
Dico solo che ogni essere umano dovrebbe sapere dove stanno i limiti e quando non superarli.
Perché secondo me dei limiti ci sono.
E a perdonare tutto rischiamo di non saper più distinguere il bene dal male.

Una splendida sfida d’amore

E così mi va di raccontarmi una storia, di quelle da mettere dentro al camino a fare cenere, da dimenticare il tempo e riavvolgere i nastri di assurde e spietate convinzioni.
Mi va di sedermi ai lati della mia vita, nessuna attenzione al vento che sbatte le finestre e ai lembi di nuvole nere che s’addensano feroci.
E nel mentre racconto questa storia a me, la racconto anche a voi, che sa di petali e vino caldo e alle volte, a berlo, il vino caldo intendo, ci si brucia la lingua e le parole e, come ben si sa, è meglio così.

Dicevo dunque di questa storia. Siamo in Francia, 21 anni fa.
Una mattina d’estate vennero date alla luce due meravigliose bambine. Nessuno può comprovare che fossero davvero meravigliose, ma c’è chi giura fossero ancora di più. Erano luce degli occhi dei loro genitori e nel cielo le confondevano con il brillare delle stelle. Non c’era parola alcuna, tanta felicità era dipinta nei loro volti di culla e latte.
Accadde, un giorno, appena d’utero uscite, che s’ammalarono d’una malattia non rara né grave, ma che le tenne lontane da chi le amava, chiuse in una stanzina a far da guarigione.
Rosa e Catherine, così le chiamerò che di fantasia, a sentirla raccontare, questa storia, mi s’è acceso il sentimento, ecco, dicevo,  Rosa e Catherine, se ne stavano strette, fianco a fianco a rimirare la vita e si fecero compagnia bambina, consolati i pianti ed i sorrisi. Erano piccine, ma così piccole che nemmeno un bracciale venne dato loro, che i polsi non l’avrebbero trattenuto.
Ma, ahimè, neppure nome venne loro segnato, un piccolo tatuaggio che le ricordasse, un fiore disegnato, che so, una croce, se l’infermiera ai tempi fosse stata analfabeta. Sarebbe bastata una stellina, non dico un cavallo o un castello. O un vestito di rosso a Rosa e uno di violetto a Catherine. O color di vino come la sua terra e di cielo azzurro come i suoi occhi.
Ma nessuno lo fece e quando venne il giorno della guarigione, si sa come va la vita, una partita a scacchi, a dadi e le bimbe vennero date ai loro genitori.
Che furono felici di festa e di pianto e ballarono d’incanto e gioia e mai nessuno negò loro che quello fosse il loro giorno più bello. E batterono le mani tutti e se ne tornarono a casa, con il loro piccolo fardello che profumava di fiori.
So che alcuni di voi già sanno cos’ebbe ad accadere. Il fato così folle ed infingardo, diede a Rosa i genitori di Catherine e a Catherine, e qui vien chiaro, i genitori di Rosa, che mai seppero del furto, lo scambio, lo scherzo fino al giorno in cui quei tratti del volto delle bimbe non apparve loro poco famigliare.
E venne commissionato l’esame che decretò l’inganno.
Fu buio e notte. Fu freddo e silenzio. Fu disperazione. Al solo immaginare mi si gelano le mani e si seccano i sogni.

Fu il tempo dell’esistere.

E la vita, si sa, talvolta, porta una magia con sé che nessuno sa immaginare, troppo stretto nella propria solitudine.
Sì, accadde che si scoprì presto la natura dell’errore. Rosa e Catherine, ormai donne, vollero incontrarsi, e quando si videro, riconobbero d’odore la pelle di quella stanzina che le accolse piccole ed indifese. Riconobbero i pensieri, il pianto ed i sorrisi e fu chiaro loro il destino.

E’ d’oggi la storia che Rosa ha deciso di restare a vivere con i genitori di Catherine e Catherine con i genitori di Rosa che le amarono come figlie sebbene non ebbero a sapere che non fossero loro figlie. E sono felici e riconoscenti con chi decise di amarle.

Rosa e Catherine

Rosa e Catherine

Talvolta, e ve lo dico che è quasi notte, la vita è davvero una splendida sfida d’amore.

Chiara 

QUI la notizia

 

 

La Cattedrale di Chartres: restauratori o imbianchini?

In questi ultimi tempi mi sono ritrovata spesso a farvi notare le brutture e le distorsioni che si stanno compiendo in Italia in campo artistico e di restauro. Oggi vi porterò nella vicina Francia, non immune da scempi. Anzi, con questo restauro, molto vicina alla censura!

Chartres, piccola città francese capoluogo del dipartimento dell’Eure-et-Loir, ospita una delle più belle cattedrali che io abbia mai visto e una delle più belle al mondo.

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Si erge possente, con la facciata gotica e sue le altissime guglie; all’interno, la navata centrale è alta 37 metri ed è un vero capolavoro gotico. Iniziata nel suo progetto dal vescovo Fulberto nel XI sec, venne distrutta nel 1194 per poi essere ricostruito completamente nell’arco di 60 anni.
La cattedrale è nota per avere un’insieme spettacolare di vetrate del XII sec .

La cattedrale di Chartres è stata costruita nel 1100, durante il Medioevo. Nella sua ricchezza stilistica, mantiene, seguendo i canoni dell’arte gotica, una leggerezza generata dagli archi a sesto acuto, dalle volte ogivali che spostano il peso dalle colonne e quindi, appunto, le alleggeriscono. Le cattedrali come quella di Chartres non sono arricchite da affreschi, statue, ma vivono di spazi ampi illuminati solo dalle luci che filtrano dalle vetrate. 
Ciò che si vive stando all’interno della cattedrale di Chartres è il buio, il raccoglimento; si sente, si legge, sui muri, sui marmi e sulla pietra delle colonne, il tempo che passa, il fumo delle candele, la patina del tempo ed è proprio questo passare del tempo che le rende quasi mistiche: un passaggio dalla realtà alla preghiera.
Vi esorto a fare un giro virtuale nel bel sito della cattedrale, dove troverete visite a 360° ( clicca qui per il sito)

Se qualcuno di voi la conosce, sa di cosa sto parlando; chi non l’ha mai vista, può scordarsela. 

E ora vi racconto lo scempio.
Sono venuta a conoscenza dei lavori di restauro leggendo su artribune.com, l’articolo dell’architetto Carlo Berarducci ( leggi qui l’articolo).
Come per magia, per uno strano senso del pulito e del rinnovamento, in una bizzarra gara al voler immaginare la cattedrale alla sua creazione; senza alcun giudizio critico, nessuna visione storica e logica

Cattedrale_Chartres

Cattedrale_Chartres

Cattedrale_Chartres

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in una visuale plastificata dell’arte, patinata, pulita, igienizzata, quasi disinfettata; incuranti del tempo passato, lifting su tutto, maniacalmente attratti dall’eternità, ecco le immagini della cattedrale e del suo restauro.

Cattedrale_Chartres

Cattedrale_Chartres

Cattedrale_Chartres

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Inutile dirvi, ma occorre per chi magari non avesse pertinenza con l’arte, la cattedrale originaria è quella in marmo e pietra scura; il restauro è quel lavoro fatto dagli imbianchini che hanno pitturato tutto di bianco.
Dice bene Carlo Berarducci “come una cattedrale di Disney

Chiara