Paola Matera

Kintsugi come metafora della vita, come capacità di accettare il cambiamento e fare di una sconfitta la propria forza.
Ho conosciuto Paola Matera nel luglio 2016. A quell’epoca il carissimo amico Aurelio Pitino mi chiese di presentare una parte del Anno Domini Multifestivall ad Oropa.
Nel pomeriggio artisti e cantanti si alternarono sul palco per raccontare con la loro arte le loro storie.
Paola, medico al pronto soccorso, arrivò dopo una notte di lavoro. Non ebbe alcuna esitazione nel donare la sua musica e la sua storia.
Così come non ha avuto alcuna esitazione a raccontarla a noi, nella profonda intimità di un fatto grave, pesante, e molto doloroso.
E per questo la ringrazio molto 


-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

Paola Matera

“Tutto è iniziato nel 2000 quando in seguito a una delusione d’amore ho iniziato ad avere forti crampi allo stomaco.
Ero già un medico del 118 e in quell’occasione i miei colleghi hanno iniziato a farmi terapia antidolorifica; sono seguite gastroscopia, colonscopia e hanno visto che avevo un ulcera sanguinante allo stomaco.
Sono stata ricoverata per circa 15 giorni; nel frattempo sono peggiorata, nessuno capiva cosa avessi.
Alla fine sono stata operata d’urgenza all’intestino.

Mi hanno confezionato una stomia ovvero il sacchettino e hanno iniziato a farmi terapie molto pesanti.
Peggiorava di giorno in giorno, stavo veramente andando in una sola direzione: la morte.

I miei colleghi hanno deciso di trasferirmi alle Molinette di Torino e sono stata ricoverata per circa 3 mesi; ho subito un altro intervento all’intestino, sedute di plasmaferesi che è una cosa tipo la dialisi; assumevo circa 30 pastiglie al giorno.
Sono rientrata a casa con 25 kg in meno, non riuscivo neanche a muovere un muscolo ma ho deciso di riprendere a vivere: andando a lezione di canto dovevo rieducare la mia cassa toracica a respirare.

Perdendo tutta la massa muscolare, se mi cadeva un pezzo di carta a terra non riuscivo a raccoglierlo perché era molto difficile rialzarmi da terra.
Ho capito in quel periodo di essere una donna cazzuta e che dovevo sfruttare tutte le mie risorse per migliorare me stessa e per iniziare a volermi bene.

La musica mi ha aiutato moltissimo, ho avuto amici carissimi che mi hanno sostenuto e la mia famiglia. Ero un giovane medico libero professionista, sono stata a casa un anno senza stipendio.
Ma a me non importava perché ero certa che prima o poi sarei guarita tornata a lavorare.

Il 7 maggio del 2001 chiudevano la stomia e io ho ricominciato a vivere la mia vita.
Conservo ancora le cicatrici di quell’evento e di tutti gli interventi subiti

Da allora ho smesso di indossare il costume intero, non ho più paura di mostrare il mio addome anche se ricoperto da cicatrici, quelle cicatrici parlano di sofferenza ma parlano di lotta di Vittoria, di vita e di amore.

Il mio corpo è un po’ come i tuoi vasi a cui è stata data una seconda possibilità, una seconda vita sicuramente più preziosa e più bella.

Grazie infinite Chiara prima o poi anch’io voglio imparare la tua arte”

Kintsugi, la metafora della vita, mostra virtuale.

Kintsugi è la metafora della vita.
In questi anni mi sono dedicata allo studio della tecnica tradizionale giapponese Kintsugi: la lacca urushi e la sua lentezza hanno plasmato il mio modo di essere, il lavoro; l’attenzione al dettaglio che già, con il restauro, era affinata, ora si è perfezionata.

Ogni volta che vedo le mie opere finite mi rendo conto della loro bellezza: la polvere d’oro puro le rende luminose e preziose.

Un dono, un valore aggiunto, una unicità irripetibile.

In questi anni ho conosciuto molti artisti, scrittori, psicologi, che hanno interpretato l’arte Kintsugi seguendo il filo non solo artistico ma soprattutto quello della metafora.

In questi momenti di incertezza voglio condividere con voi le loro storie. Ho quindi creato una mostra virtuale dove potrete ammirare opere, ascoltare le loro storie, dialogare in un percorso immaginario fatto di bellezza, di dolore anche e di luce.

Hai una storia Kintsugi e vuoi partecipare alla mostra virtuale? Inviami una mail a info@chiaraarte.it

Kintsugi è un’arte, non una moda

Succede che mi sento in colpa. Non dovrei, non sono io che muovo le mode, ma questo mio interesse continuo per l’arte Kintsugi, il mio scriverne, il mio praticarla, diffonderla, mi mette di diritto tra quelli che “ne sanno” in Italia. E non solo in Italia.
Tra coloro che ne permettono la conoscenza là dove prima non c’era.
Il mio è un approccio artistico, le mie opere sono opere di artigianato, mani al lavoro; sono lacca e polvere d’oro, nulla più. Sono materia.

Quando scrivo invece, seguo anche la metafora, cercando di entrare piano, quasi sottovoce, in un mondo fatto di debolezza, fragilità, ben consapevole che il messaggio occidentale non ha radici in Oriente, è una narrazione differente, frutto di diverse culture.

Il mio atteggiamento per l’arte Kintsugi è umile. Devo imparare ancora molto e anche quando avrò imparato, ancora dovrò imparare. E anche allora sarò ospite di un paese, della sua cultura e non avrò mai la presunzione di sapere.
Potrò, come già ora faccio, creare una commistione con la mia arte, unendo due conoscenze, ma sempre sarò attenta al rispetto.
Perché Kintsugi  nasce vicino ai fiori di loto, nella semplicità della cerimonia del té, si nutre di essenzialità; risuona dell’eco del wabi sabi, la perfezione dell’oro, la preziosità della fragilità, della rottura.

Ma
Kintsugi oggi è una moda, e spesso viene usato da persone che non ne conoscono il significato vero. Se ne appropriano per mere operazioni di marketing, pensando che basti inserire qua e là, tazza rotta, ferita e oro, per far diventare le parole un Kintsugi.
Kintsugi è bellezza, arte profonda, semplice. È togliere invece di aggiungere, è il tocco del pennello, una linea fine e sottile, non un graffio, non un solco e nemmeno una riga di pennerello nero, grande e arrogante.
Kintsugi è un soffio, non un urlo.

Non tutti i conflitti, non tutte le arti, non tutto può essere vestito del significato di Kintsugi; sebbene io ripeta spesso, anche durante i miei corsi, che l’arte di riparare con l’oro ha molte declinazioni, solo la vera bellezza se ne può vantare il manto.

Riflettete quindi prima di usare Kintsugi: non è infatti una parola, ma uno stile di vita. Non è moda, non marketing, non sporcatevi le labbra con una poesia che non vi appartiene.

Il rispetto di una cultura è il rispetto per l’uomo, per l’umanità.

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Foto Alberto Moro. Chado, Kyoto.

 

Così come si è oppure no?

In questi giorni ho seguito molto da vicino una vicenda avvenuta su di un social network tra un personaggio cosiddetto famoso, uno scrittore di  successo, che molto spesso appare in televisione. Una persona che sa quello che dice, che appare sicuro, che sfodera parole corrette e chiare.
Lo scrittore del libro più letto del 2012!!

Questo personaggio si è trovato a volere reagire ad una critica mossa da un amico ( nessuna popolarità, ma una persona intelligente e molto abile con la scrittura) scatenando un vero putiferio sul social network. Credo non si aspettasse una cosa del genere, ha continuato sulla sua strada, salvo poi, alla fine, cedere.
E per cedere intendo, mostrarsi per quello che è, un uomo comune, un uomo che ha fatto della sua popolarità un costrutto di altezzosità e ci autocompiacimento. Una persona incapace di replicare, incapace di mettere insieme argomentazioni, confusa. Una persona fragile protetta dallo schermo televisivo e dagli applausi obbligati della claque. Una persona che si lusinga solo dei commenti positivi.

Troppo spesso i personaggi sono appunto solo personaggi, non persone vere. Incapaci di reggere un palco e la verità di una critica.

Di seguito, l’ultimo post scritto dal personaggio, scrittore appunto del libro più venduto del 2012, scritto nel post di cui sopra, a commento di una replica del mio amico. lo riporto integralmente come lui stesso lo ha scritto, gli errori sono proprio veri, e lo ha riscritto tre volte, sempre con errori diversi, senza cancellare.
Sorge il dubbio se il corsivo che pubblica ogni giorno sia davvero suo e venga scritto da altri.

Sono un ignorante in materia di social, ma credevo che valesse la stessa regola che si applica sul giornale. Quando un lettore scrive, gli si risponde citandolo, altrimenti che senso ha? Hpo isolato il suo messaggio dagli altri perchè mi consentiva dichiarire la natura del Buongiorno a chi come lei continua a non capirla. Guardi che ricordo bene le sue parole. Lei no nha contestuale la qualità letteraria della mia satira, ma il fatto che fosse satira anzichè un reportage. Ha scritto che il giornalista nno deve far ridere ma informare. Quindi non ha criticato la qualità della torta, ma il fatto che fosse una torta. No ngiochbi cone le parole con me, caro poeta.”

Chiara