Magal – gioielli.

KINTSUGI, LA METAFORA DELLA VITA
Un pezzo alla volta, una storia alla volta.
Ho conosciuto Margherita Magal a Vicenza, in occasione della Mostra diffusa A&D Artigianato e design | VIOFF January 2020 organizzata da CNA Veneto Ovestt, in collaborazione con Marco TronconNena Agostini.
In quella occasione due artigiane si sono messe a confronto sul prezioso tema dell’arte Kintsugi: io con la tecnica tradizionale e Margherita con la sua rivisitazione moderna sui gioielli in argento.
Abbiamo in progetto alte narrazioni ora ferme, ma siamo pronte a ripartire!

“Ho scoperto l’arte Kintsugi da bambina quando mia mamma, di ritorno da un viaggio in Giappone, portò con sé una tazza crepata che era stata riparata tramite l’arte Kintsugi.
Poi sono cresciuta e il ricordo di quest’arte giapponese è rimasto custodito dentro me fino a quando una necessità pratica me l’ha fatto riaffiorare.

La necessità è stata questa.
Qualche anno fa, durante i giorni che precedono il Natale, stavo lavorando alacremente nel mio laboratorio di oreficeria per le ultime consegne dei clienti.
Uno dei lavori che mi avevano commissionato era una bracciale d’argento da lavorare lungamente a fuoco. Mentre lo lavoravo una disattenzione mi fu fatale e il bracciale si ruppe in due pezzi.
Che fare? Non c’era tempo per ricominciare il lavoro da capo e in quel momento mi riaffiorò alla memoria l’immagine della tazza crepata e riparata con l’oro.
Così rischiai e provai a risaldare il bracciale spezzato con l’oro.
Non solo la cliente fu molto comprensiva, ma la trovata le piacque così tanto che fui incentivata a sviluppare un’intera linea dedicata al Kintsugi.

Mentre creavo questa collezione – plasmavo l’argento, lo fratturavo e poi lo risaldavo- mi si è svelato interiormente il valore di questa pratica.
Arte che mi costringeva, tramite il processo di ricomposizione, a trovare sollievo dentro di me dei miei eventi traumatici personali.
Mi aiutava a rimettere a posto i pezzi del puzzle della vita e a vedere che anche dalla scomposizione si può creare un nuovo significato.
Per me Kintsugi è un’arte lenta che ti insegna che è responsabilità tua prenderti cura di ciò che ti ha ferito per donargli un senso nuovo.

Margherita – Magal Gioielli

Elisa Simonelli

MOSTRA “KINTSUGI, LA METAFORA DELLA VITA”
In questi anni ho conosciuto molti artisti, scrittori, psicologi, che hanno interpretato l’arte Kintsugi seguendo il filo non solo artistico ma soprattutto quello della metafora. In questi momenti di incertezza voglio condividere con voi le loro storie. Ho quindi creato una mostra virtuale dove potrete ammirare opere, ascoltare le loro storie, dialogare in un percorso immaginario fatto di bellezza, di dolore anche e di luce.
Vedi tutti gli artisti QUI

“Ho scoperto l’arte del kintsugi leggendo in rete ed ho trovato Chiara, grande appassionata e maestra. È stato proprio grazie a un suo corso che ho imparato il vero significato dell’antica arte giapponese. Così cerco di portare avanti un mix tra il kintsugi e la mia ceramica raku, attraverso la sperimentazione di materiali per le mie opere.

Il kintsugi e le sue fratture diventano così trame preziose, che permette di recuperare valorizzando la crepa, l’essenza della resilienza. Come nella vita si deve cercare il modo di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici, di crescere attraverso le proprie esperienze dolorose, di valorizzarle, esibirle e convincersi che sono proprio queste che rendono ogni persona unica e preziosa.
Il pezzo che allego è il primo di un progetto che sto portando avanti che prevede l’accostamento di più materiali, in questo caso della ceramica raku, la paperclay e il Kintsugi, uniti da fili di ottone.
Il mio studio sui contrasti armonici continua…

Hai una storia Kintsugi e vuoi partecipare alla mostra virtuale? Inviami una mail a info@chiaraarte.it

Perché l’arte Kintsugi piace così tanto?

Non so se anche a voi capita: quando il nostro interesse è dedicato a qualcosa di specifico, vediamo il nostro interesse ovunque. La tecnologia poi ci aiuta e basta una semplice ricerca in internet per ritrovare l’oggetto della nostra ricerca in tutte le salse e armonie.

È successo e succede ogni giorno a me con l’arte Kintsugi e, oltre alle mie ricerche personali, ci sono i tanti messaggi che i miei ex allievi, amici e simpatizzanti mi inviano quotidianamente quando scoprono quelle famose righe dorate su qualche supporto.

Solo che, a questo punto, non si tratta più solo di profilazione, l’arte Kintsugi È davvero diventata una moda, un interesse di tanti, un modo per esprimere la creatività, per raccontare un sentimento. (per fare marketing? Sì, l’ho detto).

Quando ho iniziato a interessarmi all’arte Kintsugi in Italia non lo faceva nessuno; in Europa molto pochi, in America qualcuno in più. Quei pochi realizzavano opere seguendo come ho poi scelto di fare io, la tecnica tradizionale giapponese, rispettandone i tempi, materiali, concetto estetico, oggetti su cui lavorare. (tempi: due-tre mesi per opera. materiali: lacca urushi, farina, tonoko, essenza di trementina, polvere d’oro. concetto estetico: l’oggetto restaurato deve tornare ad avere la funzione per cui è stato creato. oggetto su cui lavorare: ceramica.)

Kintsugi Chiaraarte

Oggi invece trovo Kintsugi ovunque, su ogni materiale, con tipologie differenti di tecniche, di lavorazioni, e quando dico ovunque non dico a caso: parlo di corpo, pelle, danza, teatro, libri, profumi, muri, carta da parati, tappeti, coperte, tazze, candele, piatti, vestiti, magliette, poesie, nomi di associazioni, studi medici, agenzie, viaggi, ceramica, vetro, blog, fotografia, pittura, digital art, musica, nail art, torte, gioielli, corsi d’arte, corsi di psicologia, corsi di ipnosi, corsi. E chissà quanto altro mi è sfuggito.

Mi è venuto quindi da domandarmi perché. Perché l’arte Kintsugi è diventata così famosa al punto da essere usata così spesso. Cosa ha fatto di un’arte così antica e di nicchia in Giappone, in definitiva una tecnica di restauro raffinata per ceramiche, la sua fortuna in occidente.

La mia risposta sta nella sua semplicità: stravolgendo in parte il concetto estetico di base giapponese, il mono no aware, abbiamo spostato il centro, dall’oggetto a noi. Il Kintsugi è diventata la cura per noi, per le nostre fragilità.
Kintsugi è il saper mettere in evidenza, impreziosendole, le nostre cicatrici; ci parla delle nostre paure. Parla a un periodo storico nel quale abbiamo perso le nostre sicurezze, dove i confini sembrano minati, dove la malattia spesso mutila, dove i rapporti umani che finiscono vengono vissuti come privazioni; manchiamo di solidità, di stabilità, di coerenza. Ci innamoriamo per brevi periodi, in fretta cambiamo idea, pelle, certezze. Siamo fragili, lo siamo sempre stati, ma amiamo metterci a nudo, salvo essere incapaci di reggere l’odio, l’invidia che la fragilità suscita.
L’oro ci protegge. Ci nobilita. Ci rende davvero forti però? O quella dell’arte Kintsugi è l’ennesima moda che passerà nel momento in cui ci saremo stancati di mostrarci e sarà più comodo mettere una maschera? (alle volte mi viene da pensare che questa moda di mettere in mostra le cicatrici sia una sana forma di egocentrismo, non voleteme a male)

Avvicinatevi all’arte Kintsugi con rispetto, per l’arte e per il popolo da cui proviene: vedo troppo spesso cose brutte, ma brutte davvero.
Perché davvero, non basta –prendere un oggetto rotto, aggiustarlo con un po’ d’oro, non importa se bene o se male, conta ci sia dell’oro e venderlo per il suo concetto- per chiamarlo Kintsugi.
Ci vuole molto, tanto di più.

E voi cosa ne pensate?

Sabi

“Sabi. Il termine, il cui carattere associa -tranquillità- e -solitudine-, è tradotto normalmente con -rustica semplicità-. Il suo significato allude tuttavia alla condizione di cose e di oggetti che presentano, più o meno evidenti, segni di vita vissuta, tracce di tempi attraversati e sedimentati.Queste forme materiali non si presentano però come logore o fatiscenti, non denunciano il peso dei tempi -passati- e raccolti: appaiono come impregnate di vita, sia di quella loro propria, di destini minerali o vegetali, sia di quella di chi le ha, in maniere e in occasioni diverse, toccate, usate, consumate e pulite.”

Estetica del vuoto. Arte e meditazione nelle culture d’Oriente. Giangiorgio Pasqualotto

Tre mesi.
Questo è il tempo che ho dedicato alla lavorazione del vaso in porcellana cinese della metà 1700, bianco con decorazioni dipinte blu.
Se volete seguire le varie fasi del restauro, vi invito nel mio sito Kintsugi Chiaraarte (clicca sul sito)

Un restauro kintsugi per la quaresima di Cumiana

“Buongiorno e buon anno! Mi chiamo don Carlo Pizzocaro e sono parroco (da poco) di Cumiana in provincia di Torino. La filosofia del kintsugi ha per me un fascino particolare e diventa quasi una teologia se penso a questo scorrere di oro tra le crepe di qualcosa di più povero per renderlo non solo aggiustato, ma nobilitato. È una vera immagine della redenzione: LUI si è mescolato a noi per restituirci quella immagine e somiglianza che avevamo perduto.
Mi piacerebbe per la Quaresima valutare la possibilità di utilizzare calice e patena realizzati con questa tecnica…ne ha mai realizzati?”

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Restaurare un oggetto con l’arte Kintsugi tradizionale mi permette di incontrare storie nuove, metafore differenti, interessanti modi di vedere oltre.
Don Carlo Pizzocaro, parroco di Cumiana, ha visto nell’oro che copre le crepe il messaggio di Dio, salvezza e redenzione per gli umili, per la fragilità.
Il suo progetto mi ha subito entusiasmato; il nostro primo incontro è stato a Magnano, al laboratorio di ceramica dei monaci di Bose.
(Ne ho scritto qualche anno fa, se vuoi approfondire puoi trovare a questo link notizie sulle ceramiche di Bose)

Abbiamo scelto, grazie anche all’aiuto del monaco ceramista Nymal, una calice e una patena che ben si accordassero; da lì ne è nata una rottura studiata, nella continua ricerca dell’armonia artistica.
Il restauro è durato un mese e mezzo, per dare il tempo alla lacca urushi di polimerizzare, prendendosi il suo tempo lento, quello della fragilità che diventa forza: lacca urushi e farina di riso per incollare; lacca urushi e tonoko per le stuccature; kuro urushi per la prima rifinitura; bengara urushi per preparare la base per la polvere d’oro; polvere d’oro 24kt; finitura con leggera lacca urushi per protezione.

parrocchia_cumiana_kintsugi

Calice e patena restaurati per la parrocchia di Cumiana (Torino) 

Per approfondire
Il blog di Don Carlo Pizzocaro “Scrivimi sul cuore”
Il profilo Instagram di Don Carlo Pizzocaro “Doncapz”
Il laboratorio di ceramiche del Monastero di Bose
Il sito Kintsugi Chiarartè 

Un viaggio in Giappone, ciò che resta e che sarà. (il video)

Sono stata ospite, dal 7 al 15 luglio 2018, di Tv Tokyo in Giappone, a Kyoto e Daigo, per apprendere l‘arte Kintsugi. 
Un viaggio emozionante, pazzesco, irripetibile, un sogno avverato prima ancora di averlo desiderato, questo alle volte la vita può.
Per chi volesse vedere tutta la mia esperienza condensata in un’ora di trasmissione, ecco il video intero su youtube.
Lo so, per chi non conosce il giapponese potrà sembrare da subito ostico, ma io parlo in italiano: se vi lasciate scorrere vedrete che almeno il senso generale lo capirete.
Altrimenti sono qua per spiegarvi i dubbi 🙂

Dietro a quest’ora di programma ci sono 10 giorni di lavorazione e studio.
Ecco che man mano, per chi è interessato, racconterò dettagli e impressioni.
A volte saranno dettagli tecnichi sul Kintsugi, altri sulla lacca, altri ancora sul cibo, il modo di vivere in Giappone, sui trasporti, sulle relazioni.

Se ci siete, venitemi a trovare ogni tanto, confronteremo le nostre impressioni sul Giappone per chi lo conosce e c’è già stato e racconterò tutto quello che so a chi invece il Giappone nemmeno se lo immagina.

 

Kintsugi su My Zen Manager e VO+

“Ora posso divulgare”. Così avevo pensato qualche mese fa, quando ho deciso di partire con workshop di Kintsugi. Ci sono tante, troppe imperfezioni e veri errori su questa tecnica che, dopo averla studiata approfonditamente, ho pensato fosse giusto raccontarla.
Non pensavo però suscitasse così tanto interesse e ora sono onorata, sorpresa, felice, di leggere quanto la mia arte stia entrando a far parte della nostra cultura.

A riprova di ciò, vi lascio due interessanti articoli usciti questa settimana.
VO+ è una rivista che si occupa di gioielli e lifestyle; My Zen Manager è il blog di Carolina Masieri che propone servizi di consulenza lavorativa.

Kintsugi: The Gold That Repairs And Embellishes (VO+)

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Foto Fabio Bastante

A meeting with Chiara Lorenzetti, professional restorer, who has chosen to study, practice and divulge the art of Kintsugi in Italy

 

Lo Zen e l’arte di affrontare l’imprevisto (My Zen Manager) 

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Yobitsugi Foto Fabio Bastante

Nessun metodo di organizzazione e gestione del tempo ti renderà immune agli imprevisti. Ci sono eventi che accadono fuori dal tuo controllo, è inevitabile, è una certezza della vita e ci sono ben poche cose che puoi fare. (continua qui…) 

Beppe Garella e il mito delle bambole Lenci.

Ho conosciuto Beppe Garella nel 1987.
All’epoca stavo terminando il corso di studi all’Istituto per l’arte e il restauro Palazzo Spinelli a Firenze, specializzazione “restauro ceramiche e materiali lapidei”.  A corredo dell’esame finale ( che superai con la votazione di 100/100simi, risultato di cui  vado fiera ancora ora, visto che i miei studi sono il mio lavoro) ci venne richiesta una tesi su di un’epoca o su di una manifattura di ceramiche.
Io, da buona piemontese, scelsi le ceramiche Lenci.

Non molto all’epoca era stato scritto, la monografia ” Le Ceramiche Lenci:1928 – 1964; catalogo generale dell’archivio storico della manifattura;  ( 86 tavole a colori, 1862 riproduzioni in nero)” di Alfonso Panzetta, Umberto Allemandi & C., 1992 – 410 pagine  era  ancora lungi da venire; le poche informazioni potevano essere prese da capitoli inseriti in libri che trattavano la ceramica italiana degli anni 1930, o consultando in biblioteca le riviste d’arredamento e design in auge all’epoca, quale ad esempio Domus.

Curiosa dell’epoca storica ed innamorata del fascino fiabesco e poetico delle ceramiche Lenci, decisi di contattare l’allora proprietario e titolare della ditta Lenci, presente nel 1987 sul mercato internazionale con la produzione di bambole in panno lenci.
Venni accolta una domenica mattina in via San Marino 56 bis a Torino, dal signor Beppe Garella. Ricordo di lui la classe e l’eleganza nei modi, la gentilezza e l’affabilità. Confesso che la prima impressione fu però ben diversa, visto che si presentò con una giacca in pelle da cowboy, con le frange e nulla del suo abito poteva farmi immaginare quale tempra d’uomo fosse.
In questo caso si può a ben dire che l’abito non fece il monaco!
Nella fabbrica, deserta la domenica mattina, il signor Beppe mi fece visitare le varie fasi produttive della lavorazione delle bambole in panno: la pressatura in stampi per i visi, la forgiatura, la pittura dei volti e le loro caratterizzazioni, la zona della cucitura, con tavoli, stoffa, fili, forbici, macchine da cucire in ordine perfetto.
Fu come respirare un altro tempo.
Fuori la strada chiamava il futuro, la tecnologia, dentro il ritmo era rallentato, silenzioso, arcaico e sognatore.

Restai in contatto per molto tempo ancora con il signor Beppe Garella, che, dopo che ebbi finito la scuola, diventò mio cliente, portandomi da restaurare splendidi oggetti in ceramica Lenci di sua collezione privata, cosa che fece anche il figlio dopo la sua scomparsa.

E’ un ricordo che talvolta riaffiora alla mente; Beppe Garella seppe darmi, con la sua professionalità e serietà, un valido esempio su come coltivare la propria passione senza cedere; un esempio di dedizione al lavoro che ancora porto dentro.

Chiara

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci  Foto presa dalla pagina facebook "Lenci Doll Collective"

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci
Foto presa dalla pagina facebook “Lenci Doll Collective”

Davvero la Laurea serve all’Arte?

(una provocazione)

Mi trovo a riflettere sul mio lavoro, in un periodo di crisi una piccola attività come la mia è superflua e continuare, con il ritmo incalzante delle tasse, pare quasi impossibile.

Allora mi guardo in giro per un nuovo lavoro, ma nel mio ambito, viene molto spesso  richiesto come requisito minino, non la professionalità, non gli anni di lavoro, le competenze, ma la LAUREA.

Il pezzo di carta, che io non ho perché ho preferito fare.

Sì, FARE!

Dedicarmi alla mia passione, il restauro, e fare una scuola che mi preparasse ad usare le mani ed il cervello in un ambito di grande e specializzata manualità. La cultura, quella che serve, me la sono fatta da me, leggendo, studiando, mai ferma.

Ovunque si cerchi, senza la Laurea ( scrivo apposta in maiuscolo, per rivestire di un’aurea di glorificazione quel pezzo di carta che molto spesso è solo una chimera), sei nessuno.

Forse puoi ambire a lavare i bagni dei supermercati, ma si arriverà anche per quello a richiedere il pezzo di carta.

Siamo una società strana, omolgata, tutti sulla stessa linea : se non hai il pezzo di carta, sei fuori.

E chi non ha attitudine allo studio, ma sa fare, viene relegato come ultima ruota del carro.

E gli artigiani dove finiranno?

Meglio vederli con la corona d’alloro o con uno scalpello, pennelli, colori, le mani sporche di gesso, un camice sinopia di fatiche e simbolo d’ARTE?

Chiara