L’amore dorato

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Quando ho iniziato a lavorare con l’arte Kintsugi amavo la tecnica. Ora ho capito che non è solo una tecnica, va oltre, oltre all’arte. Ha un messaggio forte, che tocca le corde profonde di noi.
Non so spiegarlo, lo spiegate bene tutti voi che amate i miei lavori, che li apprezzate e che comprendete l’amore che metto.
Lo stesso che arriva a voi.
L’amore che permette di vedere l’oro dove la maggior parte della gente vede le ferite.

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Le brave ragazze di porcellana di Jessica Harrison

Le donne sono il genere umano che ha maggiori ed infinite declinazioni: buone, cattive, stronze, maghe, fate, brave, infide, invidiose, giudiziose, arroganti, precise, scrupolose, affidabili, puttane, caste, servizievoli e mille altri aggettivi.
Pensatene uno e sarà comunque perfetto per una qualsivoglia donna. Questo succede perché siamo poliedriche, metamorfiche, ingannevoli anche, un tutto in divenire. Siamo malleabili e ci trasformiamo, adattandoci a quasi ogni contesto: questo può la forza di ogni donna, nel bene e nel male.

Sarà questo il pensiero dell’artista Jessica Harrison?
Nelle sue opere, la donna principessa, abbigliata per il gran ballo, lucida di emozioni gentili, si trasforma

jessica harrison

la pelle candida, i capelli accuratamente pettinati, i vestiti ampi, d’altra foggia, il tempo passato e il nuovo

jessica harrison

Chi sceglierà il principe per il ballo? Questa nuova donna rientrerà nelle pagine mielose delle favole?

jessica harrison

E’ una brava ragazza che vuole trasgredire o una eversiva che vuole tornare alla vecchia maniera?

jessica harrison

 

Donne, donne tra sè, donne in compagnia, donne sole, donne che lavorano, donne che tramano, donne che subiscono, che falliscono, che distruggono, donne che amano.

Donne

che si tagliano la testa da sole.jessica harrison

Jessica Harrison artista irlandese, 1982
Il suo sito jessicaharrison (qui il sito)  la sua pagina facebook (qui la pagina)
Ho conosciuto un artista messicano, Dr Lakra, di cui ho restaurato una statua, e ho ritrovato parecchie similitudini. Ne avevo scritto “Dr Lakra, le immagini surreali sulla pelle” (qui il post)

Chiara

 

 

Beppe Garella e il mito delle bambole Lenci.

Ho conosciuto Beppe Garella nel 1987.
All’epoca stavo terminando il corso di studi all’Istituto per l’arte e il restauro Palazzo Spinelli a Firenze, specializzazione “restauro ceramiche e materiali lapidei”.  A corredo dell’esame finale ( che superai con la votazione di 100/100simi, risultato di cui  vado fiera ancora ora, visto che i miei studi sono il mio lavoro) ci venne richiesta una tesi su di un’epoca o su di una manifattura di ceramiche.
Io, da buona piemontese, scelsi le ceramiche Lenci.

Non molto all’epoca era stato scritto, la monografia ” Le Ceramiche Lenci:1928 – 1964; catalogo generale dell’archivio storico della manifattura;  ( 86 tavole a colori, 1862 riproduzioni in nero)” di Alfonso Panzetta, Umberto Allemandi & C., 1992 – 410 pagine  era  ancora lungi da venire; le poche informazioni potevano essere prese da capitoli inseriti in libri che trattavano la ceramica italiana degli anni 1930, o consultando in biblioteca le riviste d’arredamento e design in auge all’epoca, quale ad esempio Domus.

Curiosa dell’epoca storica ed innamorata del fascino fiabesco e poetico delle ceramiche Lenci, decisi di contattare l’allora proprietario e titolare della ditta Lenci, presente nel 1987 sul mercato internazionale con la produzione di bambole in panno lenci.
Venni accolta una domenica mattina in via San Marino 56 bis a Torino, dal signor Beppe Garella. Ricordo di lui la classe e l’eleganza nei modi, la gentilezza e l’affabilità. Confesso che la prima impressione fu però ben diversa, visto che si presentò con una giacca in pelle da cowboy, con le frange e nulla del suo abito poteva farmi immaginare quale tempra d’uomo fosse.
In questo caso si può a ben dire che l’abito non fece il monaco!
Nella fabbrica, deserta la domenica mattina, il signor Beppe mi fece visitare le varie fasi produttive della lavorazione delle bambole in panno: la pressatura in stampi per i visi, la forgiatura, la pittura dei volti e le loro caratterizzazioni, la zona della cucitura, con tavoli, stoffa, fili, forbici, macchine da cucire in ordine perfetto.
Fu come respirare un altro tempo.
Fuori la strada chiamava il futuro, la tecnologia, dentro il ritmo era rallentato, silenzioso, arcaico e sognatore.

Restai in contatto per molto tempo ancora con il signor Beppe Garella, che, dopo che ebbi finito la scuola, diventò mio cliente, portandomi da restaurare splendidi oggetti in ceramica Lenci di sua collezione privata, cosa che fece anche il figlio dopo la sua scomparsa.

E’ un ricordo che talvolta riaffiora alla mente; Beppe Garella seppe darmi, con la sua professionalità e serietà, un valido esempio su come coltivare la propria passione senza cedere; un esempio di dedizione al lavoro che ancora porto dentro.

Chiara

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci  Foto presa dalla pagina facebook "Lenci Doll Collective"

Dott. Beppe Garella al lavoro presso Lenci
Foto presa dalla pagina facebook “Lenci Doll Collective”

Davvero la Laurea serve all’Arte?

(una provocazione)

Mi trovo a riflettere sul mio lavoro, in un periodo di crisi una piccola attività come la mia è superflua e continuare, con il ritmo incalzante delle tasse, pare quasi impossibile.

Allora mi guardo in giro per un nuovo lavoro, ma nel mio ambito, viene molto spesso  richiesto come requisito minino, non la professionalità, non gli anni di lavoro, le competenze, ma la LAUREA.

Il pezzo di carta, che io non ho perché ho preferito fare.

Sì, FARE!

Dedicarmi alla mia passione, il restauro, e fare una scuola che mi preparasse ad usare le mani ed il cervello in un ambito di grande e specializzata manualità. La cultura, quella che serve, me la sono fatta da me, leggendo, studiando, mai ferma.

Ovunque si cerchi, senza la Laurea ( scrivo apposta in maiuscolo, per rivestire di un’aurea di glorificazione quel pezzo di carta che molto spesso è solo una chimera), sei nessuno.

Forse puoi ambire a lavare i bagni dei supermercati, ma si arriverà anche per quello a richiedere il pezzo di carta.

Siamo una società strana, omolgata, tutti sulla stessa linea : se non hai il pezzo di carta, sei fuori.

E chi non ha attitudine allo studio, ma sa fare, viene relegato come ultima ruota del carro.

E gli artigiani dove finiranno?

Meglio vederli con la corona d’alloro o con uno scalpello, pennelli, colori, le mani sporche di gesso, un camice sinopia di fatiche e simbolo d’ARTE?

Chiara