Il momento del silenzio

È questo il momento del silenzio, dell’introspezione.
Verrà il momento della cura e ricomporremo i nostri cocci, fisici e mentali, con la pazienza del cuore e la preziosità dell’oro.
Questi siamo noi, uniti, splendidi verso il sole, abbracciati dalla natura, feriti ma vivi e unici, ricuciti più forti e coraggiosi.
Io, per quanto mi riguarda, farò la mia parte, ve lo prometto.

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Gabriele Detti, l’incontro e il mio compleanno

“Vorresti fare la comparsa di te stessa?” è stata la richiesta insolita e curiosa che mi è stata rivolta dalla casa di produzione Bedeschi film per le riprese di The Unbreakable.
Interpretare me stessa, la restauratrice di arte Kintsugi, indossando un samue -tipico kimono da lavoro giapponese- e gli geta – tipici sandali in legno e stoffa- non era nei miei piani. Avevo pensato di assistere alle riprese, non certo di farne parte!

Ma come sempre, una volta vinta la paura – di sbagliare, di essere non adatta al ruolo di attrice- la strada poi corre veloce.
E il 19 dicembre, il giorno del mio compleanno, ho avuto l’onore di incontrare Gabriele Detti, il primo degli atleti del Toyota Team.

Gabriele Detti e Chiara Lorenzetti

Confesso che non interessandomi di nuoto, non conoscevo Gabriele; è stata una bella scoperta, un ragazzo dolce, attento, umile. Ha saputo dare tanto, raccontando la sua storia, una disavventura che avrebbe potuto rovinargli la carriera ma che invece, guarito, l’ha spinto a dare sempre di più. A diventare un Unbreakable, vincendo la sua fragilità.

Guido Reni District Roma

Questa è la location dove abbiamo girato a Roma, nel Guido Reni District. Freddo e umidità ci hanno accompagnato durante tutta la giornata, ma il calore non è mancato. All’epoca ci eravamo tutti sentiti solo via mail o call e vederci per la prima volta, lavorare insieme, ascoltare le storie, con un passo leggero, senza violare l’intimità creata, è stato piano piano un legame.

Ho pochi ricordi di questo giorno, anche se ne ho vissuti tanti; era infatti il mio compleanno, mia figlia Francesca mi aveva fatto un regalo a sorpresa a Milano e ho dovuto scappare al treno per arrivare in tempo. Per cosa?
Una succosa lezione di Ramen dalla bravissima Keiko

Il mio primo giorno sul set, il mio primo giorno come attrice, il mio compleanno festeggiato con nuovi amici e con la mia famiglia: Grazie Gabriele, sei stato il tramite perfetto per una giornata indimenticabile

Visita il sito Kintsugi Chiaraarte per saperne di più

Perché l’arte Kintsugi piace così tanto?

Non so se anche a voi capita: quando il nostro interesse è dedicato a qualcosa di specifico, vediamo il nostro interesse ovunque. La tecnologia poi ci aiuta e basta una semplice ricerca in internet per ritrovare l’oggetto della nostra ricerca in tutte le salse e armonie.

È successo e succede ogni giorno a me con l’arte Kintsugi e, oltre alle mie ricerche personali, ci sono i tanti messaggi che i miei ex allievi, amici e simpatizzanti mi inviano quotidianamente quando scoprono quelle famose righe dorate su qualche supporto.

Solo che, a questo punto, non si tratta più solo di profilazione, l’arte Kintsugi È davvero diventata una moda, un interesse di tanti, un modo per esprimere la creatività, per raccontare un sentimento. (per fare marketing? Sì, l’ho detto).

Quando ho iniziato a interessarmi all’arte Kintsugi in Italia non lo faceva nessuno; in Europa molto pochi, in America qualcuno in più. Quei pochi realizzavano opere seguendo come ho poi scelto di fare io, la tecnica tradizionale giapponese, rispettandone i tempi, materiali, concetto estetico, oggetti su cui lavorare. (tempi: due-tre mesi per opera. materiali: lacca urushi, farina, tonoko, essenza di trementina, polvere d’oro. concetto estetico: l’oggetto restaurato deve tornare ad avere la funzione per cui è stato creato. oggetto su cui lavorare: ceramica.)

Kintsugi Chiaraarte

Oggi invece trovo Kintsugi ovunque, su ogni materiale, con tipologie differenti di tecniche, di lavorazioni, e quando dico ovunque non dico a caso: parlo di corpo, pelle, danza, teatro, libri, profumi, muri, carta da parati, tappeti, coperte, tazze, candele, piatti, vestiti, magliette, poesie, nomi di associazioni, studi medici, agenzie, viaggi, ceramica, vetro, blog, fotografia, pittura, digital art, musica, nail art, torte, gioielli, corsi d’arte, corsi di psicologia, corsi di ipnosi, corsi. E chissà quanto altro mi è sfuggito.

Mi è venuto quindi da domandarmi perché. Perché l’arte Kintsugi è diventata così famosa al punto da essere usata così spesso. Cosa ha fatto di un’arte così antica e di nicchia in Giappone, in definitiva una tecnica di restauro raffinata per ceramiche, la sua fortuna in occidente.

La mia risposta sta nella sua semplicità: stravolgendo in parte il concetto estetico di base giapponese, il mono no aware, abbiamo spostato il centro, dall’oggetto a noi. Il Kintsugi è diventata la cura per noi, per le nostre fragilità.
Kintsugi è il saper mettere in evidenza, impreziosendole, le nostre cicatrici; ci parla delle nostre paure. Parla a un periodo storico nel quale abbiamo perso le nostre sicurezze, dove i confini sembrano minati, dove la malattia spesso mutila, dove i rapporti umani che finiscono vengono vissuti come privazioni; manchiamo di solidità, di stabilità, di coerenza. Ci innamoriamo per brevi periodi, in fretta cambiamo idea, pelle, certezze. Siamo fragili, lo siamo sempre stati, ma amiamo metterci a nudo, salvo essere incapaci di reggere l’odio, l’invidia che la fragilità suscita.
L’oro ci protegge. Ci nobilita. Ci rende davvero forti però? O quella dell’arte Kintsugi è l’ennesima moda che passerà nel momento in cui ci saremo stancati di mostrarci e sarà più comodo mettere una maschera? (alle volte mi viene da pensare che questa moda di mettere in mostra le cicatrici sia una sana forma di egocentrismo, non voleteme a male)

Avvicinatevi all’arte Kintsugi con rispetto, per l’arte e per il popolo da cui proviene: vedo troppo spesso cose brutte, ma brutte davvero.
Perché davvero, non basta –prendere un oggetto rotto, aggiustarlo con un po’ d’oro, non importa se bene o se male, conta ci sia dell’oro e venderlo per il suo concetto- per chiamarlo Kintsugi.
Ci vuole molto, tanto di più.

E voi cosa ne pensate?

I prossimi workshop Kintsugi per l’autunno

 

È l’estate il periodo del riposo, ci si stacca dal quotidiano e la mente può finalmente essere libera di dedicarsi a sè. C’è chi fa sport, chi legge, chi dorme, chi viaggia, chi semplicemente vive il proprio tempo.
Io uso l’estate per riposarmi, viaggio appena posso e incontro le persone, l’arte soprattutto, mi inerpico a cercare piccoli villaggi, artigiani sconosciuti, mi piace ascoltare le persone, fare mie le loro storie.
E progetto. Progetto l’autunno, con tranquillità e tempo mi informo sui corsi, acquisto libri che leggerò, poso le fondamenta per il tempo che verrà.

 

Se anche tra voi c’è qualcuno che ama in estate fare progetti per l’autunno, eccovi le prossime date per i workshop di Kintsugi.

 

 

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Le mie micro collezioni Kintsugi

In questi mesi ho lavorato tanto alla creazione di due micro collezioni di opere Kintsugi che ho esposto alla Milano Design Week.
Vi presento quindi il mio lavoro di restauratrice -artista.

“Musae” si ispira alle nove muse della classicità greca. Come esse rappresentano l’idea suprema dell’arte, le nove tazze restaurate con tecnica originale Kintsugi rappresentano l’ideale della rinascita di un oggetto che riprende la sua funzione originaria (dopo essere stato danneggiato), ma in una nuova veste, più preziosa, più “arte”.
E come le muse possedevano il dono di conoscere passato, presente e futuro, anche queste opere conservano in sé il passato (la loro storia), il presente (la loro estetica) e, grazie al restauro Kintsugi, il futuro (la loro nuova vita come oggetti restaurati).

“Roji” è il nome giapponese dei “giardini da tè”. Tali giardini costituiscono l’anticamera alle case del tè, luogo di cerimonia e carico di valori simbolici quanto pochi altri. Lo  scopo del roji, infatti, è quello di costituire un ponte tra il mondo fuori e la pace della casa del tè, diventando, così, luogo di puricazione e meditazione, in previsione della cerimonia del tè.
Le quattro tazze che compongono questa micro-collezione ne richiamano l’aspetto (il roji non cresce selvaggio, è curato e artisticamente decorato, così come lo sono le tazze restaurate con tecnica Kintsugi) e ne assumono lo spirito, fungendo da veicolo che avvicina, attraverso il gesto dell’offrire il tè, due vite, due persone, due sistemi di credenze e valori.

 

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La cartella stampa QUI 

Corso di tecnica tradizionale Kintsugi: ciò che resta sono emozioni

Ogni corso ha una sua storia; ogni allievo intesse racconti, passione, arte, curiosità e insieme si crea un tessuto fitto, fatto di relazione e condivisione.

Ho scelto di dedicare parte del mio lavoro di artigiana restauratrice all’insegnamento; non è una scelta a cottimo, non voglio colonizzare il mondo con l’arte Kintsugi. Mi preme però raccontare un’arte sconosciuta o spesso interpretata in maniera poco corretta.
Il tempo che dedico è tempo ben speso, perché come io dono il mio sapere, così mi torna in piacevoli incontri, suggestioni creative e speciali sentimenti.

Insegnare la tecnica tradizionale giapponese Kintsugi è una sfida. Non si tratta solo di insegnare la tecnica, ma di far nascere negli allievi la passione.
È infatti il Kintsugi una tecnica bellissima e preziosa ma è soprattutto una tecnica complessa che presuppone una buona manualità e attitudine.
La lacca urushi, resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, ha, oltre le sue proprietà di resistenza, forza e impermeabilità, anche il fastidioso inconveniente di essere allergizzante per contatto: se non ben usata, si rischiano situazioni complicate e fastidiose alla pelle.
Questo è un primo scoglio che chi studia deve sapere affrontare e l’unico modo è, prima di tutto, la conoscenza; in secondo luogo, l’approccio umile e il rispetto.

La lacca ha tempi di polimerizzazione delicati che si attivano con temperatura e umidità dedicati; inoltre ha tempi molto lunghi. Tutto questo esula parecchio dal nostro vivere quotidiano, dai materiali chimici con tempi rapidi, programmati, che non abbisognano del nostro controllo; la lacca invece deve essere accudita, seguita passo passo, ogni giorno, affinchè indurisca e sia pronta per il passaggio successivo.
Quanto siamo disposti a dedicare il nostro tempo?
Questo chiedo ai miei allievi, questo spiego loro ed è questo il valore aggiunto che permette di innamorarsi del Kintsugi.

Il corso “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro” che si è appena concluso, organizzato in collaborazione con l’associazione Giappone in Italia e tenutosi presso La Teiera Eclettica a Milano, è stata per me un’esperienza molto interessante. Ho organizzato le lezioni in quattro giornate di quattro ore, distanziate tra loro di una settimana. Questo per dare tempo agli allievi di famigliarizzare con la lentezza della lacca. Ogni allievo aveva a disposizione due ceramiche su cui abbiamo lavorato durante le lezioni, da seguire a casa, controllando temperatura e umidità, e ogni settimana era loro compito riportarle per proseguire il lavoro.
I materiali di uso durante il corso erano invece comuni; ogni allievo doveva prendersi cura di pulire e tenerli con attenzione. È questo infatti la mia prima richiesta, sulla quale sono abbastanza rigorosa: avere rispetto e pulizia dei materiali è sinonimo di saper lavorare, un tavolo pulito è il primo passo per un buon lavoro.

Orietta, Lidia, Mara, Isotta e Helga. Cinque donne, cinque storie diverse, diverse soprattutto le finalità e le aspettative.
Abbiamo formato da subito una squadra, chi non riusciva veniva supportato dalle altre, io stessa ho aiutato in momenti di difficoltà. Il tempo è passato veloce, forse troppo, tra informazioni, silenzi di attenzione, racconti personali e una sempre buona tazza di tè offerta dalla deliziosa pardona di casa Barbara.

Cosa faranno ora le mie allieve? Per ora ammiro i loro lavori, ceramiche curate nelle quali ognuna di loro ha impresso il tocco personale. Ammiro i loro sorrisi felici. E resto in attesa di vederle sbocciare, crescere e creare, con ardimento, professionalità, ma, prima di tutto, con rispetto per un’arte che arriva da un tempo e un paese lontano e di cui noi, con passi leggeri, stiamo apprendendone il senso profondo.

https://kintsugi.chiaraarte.it/corso-di-tecnica-tradizionale-kintsugi-cio-che-resta-sono-emozioni/

I nuovi corsi di Kintsugi 2018/2019

Sapete che gli oggetti rotti riparati con la tecnica kintsugi sono esposti nelle stanze del tè prevalentemente nelle prime due settimane di autunno?
È il periodo dell’anno che preannuncia la fine del germoglio, della fioritura, pronta la natura al letargo e al declino, con i colori accesi e poi spenti. Nagori viene chiamato questo periodo, un periodo in cui le persone dimostrano una speciale sensibilità e malinconia prima del silenzio dell’inverno.

Così è il Kintsugi, una malinconia serena nel saper apprezzare ciò che di noi invecchia, che si rompe, i fallimenti, i dolori, i lutti, gli amori perduti, le invalidità che la vita riserva al nostro cammino; una malinconia serena che ci porta ad amarci per come siamo, rotti ma nuovi, unici, irripetibili e per questo degni dell’oro che ci ricopre.

Per questa fine d’anno e per il prossimo 2019, ho preparato una serie di corsi, diversi tra loro per modalità e impegno ma con lo stesso filo dorato comune, per farvi conoscere i segreti e la bellezza dell’arte Kintsugi

 

18 novembre 2018, 9,30- 13,30 (qui il link con i dettagli) 
La Teiera Eclettica, Milano, in collaborazione con Giappone in Italia
Corso di 4 ore di tecnica semplificata, con resina e polvere d’oro.

-24 Novembre 2018, 9,30-17,30 (qui il link con i dettagli) 
GufieAllodole, Monteveglio (Bologna)
Corso di 8 ore, un viaggio tra tecnica, arte e metafora, in compagnia di Alessandra Cacciari, medico olistico e antropologa.

-26 gennaio, 2-9-16 febbraio, 9,30-13-30 (qui il link con i dettagli) 
La Teiera Eclettica, Milano, in collaborazione con Giappone in Italia
Corso di TECNICA TRADIZIONALE GIAPPONESE.
Una volta all’anno propongo il corso di tecnica tradizionale, con lacca urushi e polvere d’oro, seguendo le antiche orme del Giappone della fine del 1400 e in uso a pochi restauratori. Il corso è aperto a tutti, richiede pazienza e dedizione.

-16 marzo 2019, 14,30-18.30 (qui il link per i dettagli)
Atelier des Pampilles, Torino,
Corso di 4 ore di tecnica semplificata, con resina e polvere d’oro.

Wabi sabi, come lo racconto io

Il termine Wabi Sabi nella cultura giapponese ha mille declinazioni. È un concetto estetico di difficile spiegazione, racchiude in sé molte parole e sensazioni.

Wabi  significa ‘dipendenza’ e  sabi significa ‘solitudine’ o ‘distacco’

Wabi Sabi è un concetto che un Giapponese racconta con il silenzio, perché è un sentimento intimo e profondo, una rappresentazione reale di un mondo che vive del distacco delle cose, il senso dell’essenziale, scarno; wabi sabi è il colore della terra, dell’autunno; ha in sé decadenza e malinconia, frugalità e calma.

Quando conduco i miei laboratori di Kintsugi, tra le varie informazioni, mi trovo anche a cercare di spiegare il concetto wabi sabi. Mi viene sempre complicato e ogni volta uso parole diverse, termini nuovi, unisco concetti: mai una volta mi ripeto. E più cerco di spiegarlo e meno ci riesco. E più conduco corsi e meno riesco a farlo.

Ho quindi pensato che il modo migliore per raccontare wabi sabi siano le immagini. Immagini che a me hanno fatto percepire il concetto wabi sabi e che riescano a spiegarlo a chi non lo conosce.

A Lugano ho trovato un albero solitario, piantato nel giardino di un chiostro a metà tra una chiesa e un palazzo moderno. Questo è per me wabi sabi. 

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La -vera- filosofia del Kintsugi

Qualche giorno fa ho rivolto a due relatori del convegno “Giappone in Italia” tenutosi al Mudec a Milano, esperti di cultura giapponese, la domanda su quanto sia corretto contaminare  un’arte così antica e unica come l’arte Kintsugi con il nostro mondo occidentale.
I due esperti hanno evidenziato alcuni tratti dell’arte Kintsugi, fuori dalle scene delle grandi opere d’arte, dedicata a piccoli oggetti quotidiani, oggetti che raccontano storie senza per forza avere valori commerciali molto alti. Tutto il contrario del restauro occidentale, rivolto a grandi opere, a preziosi e costosi cimeli, mentre tutto il resto, ciò che non ha valore economico, spesso gettato o peggio ancora riciclato in qualche -irreversibile- maniera (lo stile shabby, per fare un esempio)

Kintsugi quindi è riparare con l’oro oggetti piccoli, rotti, maltrattati dagli anni, oggetti preziosi per la loro identità storica, per i racconti che narrano, per le mani che li hanno toccati, usati. Un oggetto umile, materiali preziosi.

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Questa è una piccola tazza in terracotta giapponese, a forma aperta. Viene usata per il tè del mattino. Non ha valore commerciale ma per il cliente ha un valore affettivo elevato.
Ho usato lacca Urushi, una pregiata resina estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, lacca che impiega una settimana ad asciugare prima di passare alla fase successiva del lavoro: un tempo lento, lentissimo, un tempo senza mente, l’attesa senza denaro. Pare quasi impossibile nell’epoca della fretta.
Per la finitura ho utilizzato polvere d’oro 24kt, ne sono bastati pochi soffi per rendere piena la sua lucentezza.
Lacca Urushi, polvere d’oro 24kt. 
Un oggetto che diventa unico e prezioso. L’estetica del wabi sabi, La sua pienezza.

Un passo avanti, il mio, umilmente, verso la conoscenza.

Uno spicchio di cielo

Vaso Kint doratura finito

È uno spicchio di cielo, il luminoso ardire di declivi assolati, la pietra d’angolo della nostra relazione. È un graffito al muro, la pittura d’oro dell’amanuense, lo scrivere fitto della notte solcato da un sogno improvviso, le tue mani sulle mie, lo scendere ripido della montagna, il nero della pece, il segno che lasci tu.

È un lavoro che arricchisce l’arte Kintsugi, mi porta a conoscere ceramisti e le loro vite narrate attraverso la terra e le loro mani. Amo la mia passione, incontro il cielo e ne invento storie meravigliose.
Chiara 

Vaso in ceramica di Ptičkart – Ars Vascellari
Rottura, opera Kintsugi di Chiara Lorenzetti, Chiarartè