Dimentico

Dimentico la tua voce, peraltro anche il tuo volto a volte non mi sovviene. Dimentico il timbro, la frequenza, se sussurravi o urlavi; come in un film muto le immagini si ripercuotono sul cuore in un nulla dorato, come le gabbie di un qualche vecchio film di angeli anni ’70 di periferia. O un film di fantasy, di quelli che non trasmettono più o capita solo a Natale, quando si è ubriachi di panettone e vino bianco scaduto e il cane volante mette malinconia quasi più di un peluche vinto alla lotteria della fiera.

Dimentico la tua voce, non la ricordo più, penso possa essere che invecchio, o forse che sei invecchiata tu, il tuo ricordo almeno, venti anni non sono pochi, meno di quanto hai vissuto, è vero, meno di quello che abbiamo vissuto, più dei miei figli, meno di me. Dimentico anche il tuo viso, se accade prendo una foto, una di quelle in cui nemmeno ti conoscevo e c’ero, chissà perché quelle che hanno l’odore del presente le scarto, sarebbero da ritoccare, o da continuare, chissà.

Dimentico tutto, non l’amore, quello cambia, ma sarebbe rimasto, non come la pelle o le unghie che ruotano nel cambio delle stagioni, l’amore no, quello resta, quello che mi farebbe sedere ancora una volta ai tuoi piedi mentre mi racconti una storia o cucini o solo mi guardi, con quegli occhi persi, nel bianco di un letto che non dimentico più.

Chemiocreatico di Rosita Cupertino

Diciassette anni sembrano tanti, non lo sono quando segnano gli anni che sono trascorsi da quando ho perso la mia mamma.
Una perdita lenta, durata cinque anni, anni passati tra ospedali e cure, speranze e sconforto, dolore e serenità.
Anni in cui il cancro ha fatto la sua strada, sebbene si sia provato in ogni modo a spostarne il tiro, ogni volta con una chemio più potente, ogni volta ritornava, ogni volta lo spazzavi, ogni volta si ripresentava fino a che l’ha avuta vinta lui.
Diciassette anni fa ed ero una donna formata ma madre da un mese ed è stata dura, dura anche ora, dopo diciassette anni.

 

Rosita Cupertino

Rosita Cupertino

Rosita Cupertino con le sue opere oggi mi ha riaperto il cuore, quello che ogni tanto, spesso, chiudo, perché la vita va avanti, dicono, sì, va avanti, anche se fa fatica, molte volte.
CHEMIOCREATICO, due opere donate oggi all’Ospedale degli Infermi di Biella, realizzate con i tappi colorati dei farmaci chemioterapici: due termografie di un seno affetto da cancro.
Quando passate in ospedale, soffermatevi davanti a CHEMIOCREATICO, godete della bellezza dei colori e pensate, per un attimo a quelli che non ce l’hanno fatta.
Ma pensate soprattutto a chi, proprio per merito di quei farmaci racchiusi dai tappi ora sono qui, tra noi, a testimoniare che di cancro si guarisce.
Grazie Rosita.

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Una mancanza

Mi sono svegliata con una mancanza, una mano che mi ha tolto il cuore, il fiato strozzato, il corpo compresso, schiacciato, incastrato.
Non ci ho fatto caso, pensavo passasse, un giro breve, il sole che sorge, una nuvola bassa che evapora lenta, la saliva che scende, un boccone mal digerito, il tempo.
Ma lei si è accresciuta, s’è fatta presenza generata dall’assenza e ha stretto il collo, una sciarpa non messa, l’affanno, il senso del divenire annullato.
Ancora non mi sono arresa, lo sguardo rialzato, il fiero combattere dell’esistenza, e ho percorso strade, cammino, le luci, la gente, le regole chiare del divenire, il fallimento.

Infine, anima mia, ho accettato il segno, il suo divenire, lo scroscio, il vento, e quieta mi sono seduta ad aspettarne il dolore.
Ma sei arrivata tu.
E il tuo amore, la tua tenerezza lontana, mai spenta, il tuo cuore fedele.
E mai assenza fu così presenza dentro di me.

Chiara

Tra due pareti di vita.

enchanted doll marina bychkova

Enchanted Doll Marina Bychkova

E’ un tempo, definito e chiuso, tra due pareti di vita.

E’ il tempo di un bacio aspettato, di te che non tornerai più, del tuo viso mite, la malinconia appoggiata agli occhi, il segno delle cicatrici profonde, al lato destro del cuore, giù, fin dentro ai polmoni.
E’ di un abbraccio, il tuo, il senso della mia vita, infanzia donata, maturità dispersa, senza il tuo sigillo di danza su di me. 
Te ne sei andata di Maggio, di fiori vestita, un bianco candore che resta scolpito nel legno, senz’altra parola che pace alla vita, rifugio di morte, ricompensa d’eternità.

E’ il tempo del giorno presente, di te che ti sporgi dal mondo, al culmine del precipizio e di grigio ti vesti d’anima, e fai prece ogni mattina di quel cambiamento che non viene, che aneli distratto dal tuo passato.
E’ di un abbraccio, il tuo, il senso della mia vita, adolescenza donata, maturità condivisa, il tuo affetto forte danza su di me.
Non te ne andare di Maggio, di nero vestito, che di candore non resta ma solo difetto, di chi la vita senz’altra parola getta e il tuo rifugio di morte sarà pena per l’eternità.

Tu, tra tutto ciò che fugge, resta.

Chiara

Beppe Grillo e la mammografia.

Tutto nasce da un dire di Beppe Grillo, al termine della Perugia-Assisi.
Pare che abbia detto che Umberto Veronesi esorti le donne a fare la mammografia, anche se non necessaria, per avere sovvenzioni dalle case farmaceutiche.
Pare invece che abbia detto altro e  che il tutto sia stato usato per nascondere il vittorioso senso della marcia.
Pare che Veronesi abbia ribattuto, pare che il ministro Lorenzini senza laurea si sia indignata, pare che Renzi abbia detto di non ascoltare presunti politici.
Pare che le donne si siano indignate, pare che Grillo abbia spiegato cosa volesse dire.

Io so che a 32 anni ( ora ne ho 48), pochi mesi dopo la morte di mia mamma per un tumore al seno degenerato tra Continua a leggere

di come i pensieri cambiano e di come dovremmo saper sorridere, sempre.

Tornata esausta dalla mia ricerca sulla fatturazione elettronica, disgustata dal sistema italia, dalle vessazioni, dalle cose che non funzionano, accendo il pc per scrivere il mio post precedente Fatturazione elettronica, un altro fardello per le PMI, (qui il link).
Ho una rabbia dentro che esplode, mi irrito per le complicazioni, per il tempo che si deve perdere. E prima di scrivere la mia denuncia su ciò che non funziona, cercando di trovare una soluzione, mi imbatto in questo

(dalla bacheca Facebook di Cristiano Viotto)
“Non conoscevo Cristina personalmente, tuttavia i suoi post li leggevo sempre, trovavo quello che scriveva eccezionalmente grande…Ora Cristina è volata in cielo…Buon eterno viaggio Cristina, un grande esempio, una grande DONNA che senza conoscere personalmente mi ha insegnato tanto…grazie per tutto!
Cristina scriveva così:
“In questa lotta per la vita, mentre la gente comune si annoia nella sua povera vita ci siamo noi che vaghiamo in stanze colorate di ospedale ed incontriamo persone che condividono l’amore per quegli sprazzi di vita che gli sono rimasti, sorridono e gli occhi brillano con una luce unica di chi sa cosa vuol dire rischiare di perdere tutto per un destino beffardo e bastardo.l’importante è essere felice oggi, perciò riempi il cuore di gioia e fanne la scorta per quando le giornate saranno più grigie.
A te che ti svegli la mattina col broncio e senza un sorriso, a te che ti lamenti per gli impegni della giornata, per te donna che ti lamenti se non hai trovato il capo che cercavi, a voi lavoratori che la mattina sbuffate per andare a lavoro, per te che come hai due soldi devi assolutamente soddisfare ogni tuo desiderio spendendo ogni centesimo per poi lamentarti che non ci sono soldi… A voi io auguro un buon giorno!siete i ben accetti nel mio mondo dove la follia diviene quotidianità, dove la mattina ci si sveglia col sorriso si fanno i conti di ciò che ti fa male e si sorride al mondo, dove non si può lavorare perché il nostro lavoro ora è affrontare gli ostacoli, dove ogni mattina timbriamo il cartellino in ospedale per fare il mestiere più duro..il paziente. Dove vivere diviene al priorità, dove si fa amicizia con qualcuno che casualmente è inciampato nello stesso percorso e si comprende come la vita è fatta di cose povere e umili, dove si trova sempre un’assoluto equilibrio, un senso di pace e di gratitudine verso una condizione che meno lo meriterebbe”.

Una rapida ricerca nel web.
Cristina è lei
Cristina Dini, 27 anni, malata di tumore, è mancata ieri.

A me, nonostante tutto, è tornato il sorriso

Chiara

cristina_dini

nessuna attenzione

chemiocreatico_outside (Copia)

Talvolta si affondano le mani nel dolore senza nemmeno accorgersene.
Che la vita molto spesso sa mascherarsi d’allegria.

Chiara

Un attimo di riflessione

Il mio post di ieri  (qui) ha aperto mille pensieri, un po’ a tutti di noi, come si può leggere dai commenti.
Come detto ieri, non entro nel merito della decisione di Brittany, non ne sono in grado, ma non perché non ne abbia le capacità critiche, sia chiaro.
Semplicemente perché non ho ancora mai pensato alla morte assistita come un’opportunità, una seconda scelta.

A corollario delle cose scritte ieri, e ringrazio tutti sentitamente per la delicatezza e la profondità dell’approccio ad un argomento così difficile e complesso, vorrei mostrarvi i due lati della stessa medaglia: la fine del nostro percorso di vita.
Non userò quindi vissuti personali, ma due esempi trovati in rete.

Volutamente, e non per codardia o per rifiuto del confronto, chiuderò i commenti.
Volutamente perché vorrei che questo post fosse solo un attimo di riflessione, ognuno dentro di sé.

Un abbraccio a tutti

Chiara 

Brittany Maynard ( qui il video)
Angelo Merendino e My Wife’s Fight With Breast Cancer ( qui la pagina Fb)

 

Cosa vorresti ricevere in dono per San Valentino?

Stanchi di una festa commerciale, scontata, ormai adulti tanto da snobbare fiori e cioccolatini, deridendo con ironia chi ancora crede.
Delusi, provati, affranti, stufati da illusorie e vane pubblicità di diamanti e cravatte.
E’ una festa per adolescenti, lo so, per chi sente fremere i primi passi dell’amore nel cuore e quei battiti accelerati hanno il sapore dei primi baci e di passione.
Ma
se tu potessi chiedere un dono per San Valentino, cosa vorresti?

IO VORREI RICEVERE IN DONO LA SPERANZA.

E così ho pensato di fare, a chi lo leggerà, il dono che vorrei io, la speranza.
Chiara ha vinto, nel 2009,  la terza edizione del concorso letterario “Gim Paladino di un sogno” come “OPERA MERITEVOLE DI MENZIONE”  promosso dalla fondazione ”  Fondo Edo Tempia per la lotta ai tumori” di Biella.
Ciò mi ha reso molto felice perché Chiara è una mia carissima amica, perché è una donna  forte e coraggiosa e perché, prima di tutto, ha sconfitto il cancro ed è guarita.

Qui di seguito pubblico il suo testo, al quale Chiara ha aggiunto un augurio di Buon San Valentino.
L’amore conta, ora lo so!

Chiara

CE LA CAVEREMO, ADESSO LO SO!
Ma è stata piuttosto dura essere riuscita ad arrivare fin qui…
Il punto è che non sappiamo quanto possiamo essere forti sino a che non dobbiamo dimostrarlo. Non lo crediamo veramente. Anche se a detta di tutti sembriamo rocce e lo siamo da sempre, nessuno ha mai pensato che è stato necessario diventare così come ci volevano gli altri.
Purtroppo, talvolta, la fame di parole non dette, il bisogno di aiuto, il desiderio di condividere i pensieri più intimi e fragili, sono in agguato e ti asciugano, ti strizzano, sino a renderti secca. Avresti voglia di gridare, di urlare e cacciare fuori da te le tue debolezze, allontanare i tuoi sbandamenti,vorresti sentirti dire “Non preoccuparti, andrà tutto bene, penso a tutto io”.
Sta per piovere…stasera cercavo qualcosa di te e improvvisamente ho sentito il tuo profumo, forte, penetrante, decisamente maschile. Tu esisti dentro di me, ora sei l’idea dell’amore senza confini, senza contenitori. Così resto immobile, non voglio farti andare, rimanimi addosso ancora un po’, se non mi muovo forse non sparirai…Mi manchi…Non è stato facile neanche per te, ma ho capito troppo tardi. E riaffiorano i pensieri , quelli più belli e quelli più brutti, quelli che ti hanno strappato il cuore per l’emozione vissuta, intensa, primitiva. Mi fermo alla ricerca dei ricordi e la mente torna a quello strano Natale…Aspettavamo con ansia una risposta.

“Dottoressa, allora? Sono arrivati i referti?” Ricordo come se fosse ieri quel viso, abituato da sempre a dare cattive notizie, eppure ogni volta partecipe, greve, col sorriso lieve di chi vorrebbe evitarti questo dolore, ma non può…Leggeva, la dottoressa bionda e non più giovanissima, le sue carte. Senza alzare lo sguardo mi disse: “Avevamo detto di rivederci dopo capodanno…” “Non ce la faccio ad aspettare, la prego, chieda se possono accelerare i tempi, altrimenti telefono io in laboratorio, devono sapere che qui, chi aspetta, sta sulla graticola!” Riuscì a tirare su il suo viso per guardarmi, con fatica, quasi che la sua testa fosse di pietra. “Avevamo detto dopo capodanno…è qui da sola?” “No, c’è mio marito. E’ andato al parcheggio, è scaduto l’orario.” Mentre la mia voce usciva, la mente mi diceva:”Corri, vai, scappa prima che sia troppo tardi”, ma le mie gambe erano di piombo. Dimenticò le sue carte e appoggiandosi allo schienale, mi parlò con calma, quasi scandendo le parole: “Avrei voluto lasciarvi tranquilli almeno per queste feste…è positivo: bisogna operare subito.” Prima sensazione: incredulità. Non è possibile, non sei tu, cosa dice questa! “Controlli meglio, deve aver sbagliato cartella, mi faccia vedere” la mia voce era un sibilo. “Non ho sbagliato, hai un carcinoma, lo hai scoperto e stanato tu, sei stata brava. Ora lasciati guidare.” La guardai : “Lasciati guidare?… Per andare dove?…” Lei mi stringeva la mano quasi a volermi trasmettere quella forza che in quel momento non trovavo da nessuna parte. Positivo…il mio cuore impazzito lo poteva udire anche l’ infermiere nella stanza accanto…TUM…TUM…TUM. PO…SI…TI…VO. PO…SI…TI…VO…Seconda sensazione: irrealtà. Sto volando, la realtà non mi appartiene più, è un sogno e fra un attimo mi sveglio. Infine la disperazione: ditemi che non è vero, ditemelo subito, non respiro, il buio…AIUTATEMI! Così la tua vita da quarantenne, programmata e controllata, ti passa davanti in trenta secondi come in uno spot della pubblicità.Ti rivedi bambina timida e allegra, poi ragazza pensierosa e scontenta, moglie non sempre adeguata e poi madre incantata e impegnata. Cosa sono riuscita a realizzare? E il mio corso di arabo, quando lo finirò? I bambini…i bambini…devo prepararli al peggio…ce la faranno senza la loro mamma? Anche a scuola…i miei alunni…sono sicura, soffriranno…mi hanno sempre dimostrato affetto… devo dirlo anche a loro, devo dirlo io prima che lo sappiano dagli altri…il programma da finire, sono tante le cose che devono ancora fare…volevo portarli in gita al mare…devo lavare le tende, devo lasciare tutto a posto…devo dirlo anche a lui, non la prenderà bene, dovrà starmi vicino…DIO DOVE SEI?

Non ricordo se furono i miei piedi a portarmi fuori da quella stanza d’ospedale, uscii come un automa, non vedevo nessuno,mi sentivo una foglia tremante alla mercè del vento. Non vidi neppure lui che mi veniva incontro, con la sua faccia seria e ancora abbronzata “Sono qui! Abbiamo preso la multa. Era scaduto da poco, non hanno pietà.” Già, loro non sanno che, mentre scrivono, mentre il mondo va avanti e si occupa di cose stupide e inutili, tu sei dentro che ti senti morire, ma tanto poco importa, gli altri là fuori stanno bene e tu li odi, li odi tutti, e vorresti correre, scuoterli e gridar loro in faccia che non è giusto.
Invece non dici nulla e le lacrime vengono ricacciate indietro con violenza. “Stringimi, stringimi forte”, intorno a noi un viavai di persone indifferenti. No, non ti puoi permettere di cedere, non devi farlo. Tu sei forte,sei forte. Perciò, appena scopri una verità così grande e destabilizzante, cerchi di convincerti che forte lo sei davvero: lo devi a chi ti vuol bene, a chi crede nel tuo carattere, a tutti quelli a cui ho letto il terrore negli occhi:” Un carcinoma?…Hai il cancro!?!…Oddio, ti prego, no”. Fu lì, in quel momento, che mi investì prepotente una strana onnipotenza, dettata dal mio innato istinto di sopravvivenza e di adattamento: “Ti farò vedere, non riuscirai ad avere il sopravvento su di me, vedrete che non è niente.” Così la parola d’ordine diventò sdrammatizzare e mi sono ritrovata a far coraggio agli altri che sembravano precipitare nel vuoto con i loro silenzi, con gli sguardi cupi dei condannati a morte, gli occhi indagatori ad ogni tuo piccolo cambiamento d’umore. Ho sdrammatizzato parlandone con tutti, come mi è più naturale, col sorriso e l’incoscienza di un bambino che se ne infischia del suo futuro, vivendo giorno per giorno una vita quasi normale. Durante il giorno…ma ogni giorno arriva inesorabile, inevitabile, la notte. E quando, spegnendo la luce, rimanevo sola con me stessa, con i miei sogni e le mie speranze perdute, le lacrime in quel momento sgorgavano copiose, salate, silenziose perché nessuno potesse udirle. Cosa incombe, cosa ci aspetta…perché proprio a me…HO PAURA…sento il vuoto sotto i miei passi, è una voragine…questo è il mio destino? Cosa è scritto nelle linee della mia mano?…DIO, DOVE SEI…

Uno dei ricordi più forti, terribili, travolgenti è il momento della partenza, quando devi salutare gli altri col sorriso come se si trattasse di una vacanza. Ma tu non sai se tornerai davvero e non ci vuoi neppure pensare, ma prepari e abbracci come se dovessi non tornare più. E così arrivò anche il tre febbraio: chiusi la porta, misi l’allarme e con valigia, borse e libri mi allontanai verso
l’ ignoto e verso un mondo sino ad allora sconosciuto.

Nella mente si imprimono spesso anche gli odori: quello degli ospedali è intenso, acre, sa di disinfettante e di sudore. Il reparto di oncologia è un posto strano, si va per guarire, ma il tempo e quello che sei li lasci fuori. Ti senti in un’altra dimensione, accomunata agli altri ricoverati dalla sorte. L’unica certezza è che la tua vita d’ora in poi non sarà più la stessa. Tutti sono gentili e protettivi, i toni della voce sono bassi e appena sussurrati. La vita è dettata dai numeri: la tua stanza, il tuo letto, l’orario delle visite, l’ ora di pranzo e di cena.
Arrivammo molto presto, in una mattina fredda e nebbiosa. Una volta assegnata la stanza e sistemate le mie cose, mi annotai il numero della camera e del letto, così, tanto per far qualcosa. La stanza era vuota: per il momento nessuno nel letto accanto, nessun compagno di sventure con cui chiacchierare un po’. Mi diedero la camicia da mettere, pulita ma ruvida. Ci guardavamo persi, senza scambiarci una parola. Alla fine mi disse:” Vieni in bagno, ti aiuto a vestirti.” Chiuse la porta a chiave e io sapevo già cosa voleva. Era il suo modo di salutarmi. Facemmo tutto in fretta, i miei vestiti sparsi sul pavimento, con l’orecchio teso per sentire se arrivava qualcuno, aggrappati uno all’altra, tenendoci al bordo del lavello. Mi stringeva forte sino a farmi male. Non dicevamo nulla, solo il suo respiro affannoso parlava supplicandomi:” Non te ne andare, non lasciarmi solo, non posso vivere senza te in questa giungla.” Io stavo zitta, le parole non sapevo trovarle, ma il mio corpo emanava calore per scaldare il suo, freddo e profumato.

Ricordo bene anche adesso il suo odore, mentre i tratti del volto non sono più nitidi. E quando mi fermo per rincorrere i miei pensieri, mi chiedo spesso se saprà mai quanto dolore mi ha dato andando via così, per sempre e irrevocabilmente, verso un’ altra dimensione che il mio sguardo non può raggiungere. Il cancro, il mio, ha colpito ma non me. Lui non ce l’ha fatta, non è riuscito ad aspettare, ha voluto evitarsi il dolore per sempre e io in principio ti ho odiato per questo: “ Mi hai lasciata sola a combattere la mia battaglia, non ti perdonerò mai”. Adesso ho capito e so che è stato amore grande e totale. Voglio solo pensare a questo, mi hai amato tanto, a modo tuo e hai sofferto. Così ho smesso di vederti dappertutto con ossessione. Ho imparato a farmi compagnia e a stare sola. Ho imparato a sentirmi bella, anche se non lo sono, e a rendermi bella una brutta giornata comprandomi qualcosa di carino. Ho imparato a sapermi rilassare, a prendere tempo per me stessa. A piangere con gli altri se ne ho voglia ma a non piangermi addosso. Ho saputo circondarmi di amiche sincere, allegre ma anche sfortunate, da cui trarre e a cui dare energia positiva. E godere dell’affetto della famiglia e dei figli, la nostra gioia più grande. Soprattutto ho imparato a non farmi più domande. Perché nessun disegno può spiegare attraverso la mente umana quanto complessa può essere la vita. Perché proprio a me…non c’è una risposta. La mia serenità è sapere che tutto ciò che può accaderci, nel bene e nel male, fa parte della nostra esistenza, della vita stessa. Non sempre siamo predisposti ad affrontare queste “prove”. Non sempre nel migliore dei modi, ma ci proviamo, con forza e paura, con rassegnazione e speranza, con presunzione e timidezza. L’importante è guardare avanti, perché il coraggio, quello tipico delle donne, è tutto qui e non ti lascia mai completamente al buio: uno spiraglio lo vedi, lo sai che puoi andare avanti, con gli altri ma soprattutto con te stessa…se tu lo vuoi, la vita stessa è amore!
Me la caverò, adesso lo so…

 

Buona vita, buon San Valentino!

Chiara