Fu il tuo pensiero che mi sciolse.

Il giorno in cui mi sono innamorata di te, lo ricordo ancora, aveva lo stesso sapore di questo giorno di Dicembre. Il freddo schiantava nelle ossa, ogni brivido era un sussulto, la cassa toracica un motore a scoppio, non c’era vita dentro agli alveoli, solo ghiaccio e freddo.
Fu il tuo pensiero che mi sciolse: rimasi fissa a guardare le foglie cadere dal mio acero rosso ormai stinto, sì, c’era lo stesso identico vento che sferzava le finestre e la pioggia uggiosa, nessun presagio di fortuna, solitudine e rassegnazione. Fu il tuo pensiero che mi sciolse: una goccia cadde lenta, non so come fu, la vita ferma nell’attimo infinito della sua discesa, pareva una moviola, un fermo immagine e in quella goccia vidi il tuo viso e la fermezza della vita che accade, quell’esserci nel percettibile finito.
Non posso dire se fu una luce, un caldo mi apparve negli occhi, una vampata di pacifico fuoco mi pervase, la tua mano poggiata sull’acerba pelle e non ero giovane, ma adulta formata, l’amore lo fa, di cambiare il tempo seguendo solo sé.

Fu il tuo pensiero che mi sciolse e mi innamorai di te, un arancio acerbo da maturare.

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Mark Doka

 

 

 

Rosso. Per fortuna.

Come tutti gli anni il mio acero arrossisce. Lo fa in fretta, in Autunno, nel giro di pochi giorni arriva il freddo e lui rilascia il suo colore, rosso fiamma, passione, rosso acero insomma. Rosso come il mio cuore.
Il mio acero non è un tipo timido, lui arrossisce con grande stupore, il rosso è acceso, forte, ipnotizzante. Le persone che passano vicino si fermano e lo fotografano, o solo lo ammirano, succede che le cose belle facciano battere le pulsazioni forti. No, non ho detto domare, ho detto battere. Forte. In maniera incontrollata. Questo la bellezza fa.

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Eccolo, cosa vi dicevo? Toglie un po’ il fiato, vero? Immaginate come mi sento, io che lo vedo ogni giorno dal mio tavolo di lavoro, appare così, imponente, mica chiede permesso, è sfacciato il mio acero, occupa tutta la finestra e toglie la luce. E anche il fiato, ma già l’ho detto. Non toglie l’amore, quello no, il rosso aggiunge se mai. Questo è quando lo incontri lungo la tua vita, mica scappi all’amore no? O forse sì, dipende da te, di vita una sola ne hai, mica due.

Ma dicevo dell’acero, quello strafottente, se ne infischia dell’autunno, del fatto che sia una stagione dimessa, spesso triste e malinconica, lui esplode, e come se esplode. Sfavilla. Scintilla, Rosseggia, si dirà? In fondo il mare biancheggia. Il mio acero arrossisce ma non è timido. È un re, un Dio, una divinità! Una magnificenza a dirla tutta. Lo è.

Sai però cosa succede? Questa mattina ho alzato lo sguardo, non sarà per molto tempo, così mi affretto a scriverne, di getto, lo capisci anche tu che sto scrivendo di getto, di fretta, lo senti che sto correndo sui tasti? Divago. Questa mattina una foglia ha cominciato a volare. Non intendo come un uccello, come un aquilone.
A ben vedere sembra sospesa, volteggia ma non se ne va, sì, sospesa, come quando ti guardo nel fondo degli occhi e resto così, sospesa appunto, cercando di leggere l’amore dove va. E mica lo capisco, ma va bene così. acero2

Eccola, la foto rende come può, ma la foglia è lì, pare appiccicata al cielo. Vola ma non se ne va, si stacca ma resta. Certo il segreto c’è, non è mica magia, anche se vorrei lo fosse e forse lo è, è un filo sottile, invisibile agli occhi, ed è meglio così.

Questa mattina il mio acero è arrossito, lo ha fatto in tutta la sua magnificenza, a voler dire che tutto può. Ma poi, alla fine, se guardi bene quella foglia che se ne sta attaccata senza volare, non vuole forse dirci che siamo tutti coraggiosi ma un filo legato al cuore del nostro passato lo teniamo sempre? Dorato, trasparente, nero, quello che sia, un filo resta. E ci unisce. E non ci lascia mai.

Per fortuna.

Ogni autunno inciampa nella primavera

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Ci si riconosce guardandosi negli occhi, tra malinconia e quel senso intatto di felicità che, malgrado tutto, si attacca in ogni dove.

Anche un petalo riecheggia di primavera.

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Oggi cadono le foglie. Lo so, cadono a ogni autunno, quando diventano rosse da far impallidire la tavolozza di un poeta.
Ma oggi cadono di più.
Si erano preparate ordinate, le vedevo ogni giorno affollarsi sui rami, rinsecchite ma impavide, pronte a lanciarsi ma non ancora, aspetta ancora un attimo a lasciare, un momento che da qui il cielo si vede meglio. Resta.
Le vedevo, ogni mattina, al risveglio, dalla finestra addossata al prato, resistere accolte tra le foglie ancora rosse acceso, attaccate al ramo, insieme, unite a fare pianta, memoria di primavera avvenuta, d’estate goduta, ora, l’autunno pronto per la dimissione, malinconico evento. Da avverare.

Oggi cadono le foglie.
Si è alzato un vento sinuoso e le fa cadere, una ad una, una dietro l’altra, incessantemente.
Sembra piova.
Piove vita che passa e poi, dopo, ritorna.

 

Effimero

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Una notte gelata e il prato si copre di cristalli lucenti, gioielli impalpabili.
Si ferma il respiro ad ammirarne i piccoli contorni ricamati di gelo, il bianco che riposa ordinato su ogni stelo. Sono attimi eterni, fissati nella memoria.
Poi basta anche solo un raggio di sole e tutto scompare.

Non è meraviglioso?

e’ banale il sole?

autunno

C’è la nebbia, amore mio, tutt’intorno mi avvolge.
Non vedo nulla, non tocco i muri, non sento le mani, il respiro un po’ s’affanna, il buio è buio, amore mio, non posso dire di no. La luce non c’è.
C’è la nebbia, amico mio, non c’è sopra, non c’è sotto.
È una capriola il vivere, un galleggiare a stenti, un rovesciare le emozioni, resto in apnea tra dibattiti e ostruzioni, tra mare e moto, tempeste e nebbia, nebbia intorno, che tutto avvolge.

Tranne te e me
E questo rosso di passione che s’accende
Tra te e me

Filosofia da bucato

La vita insegna, a saperla guardare. La vita insegna nelle fessure dei muri, negli orizzonti sconfinati, nelle parole della gente, nei suoi silenzi; non ci si deve quindi stupire se anche facendo il bucato si possa imparare, una filosofia spiccia, di quella accartocciata nella carta dei cioccolatini, stesa in spiaggia, nelle colonne della Settimana Enigmistica.
O tra i buchi piccoli dello stendibiancheria.

Da anni ormai, ogni fine di stagione, un insetto simile a un’ape, corpo doppio, nero, pagliuzza dopo pagliuzza, costruisce il suo nido nel tubo di ferro del mio stendino. Il tubo ha diversi buchi; l’insetto entra (a fatica, è grande rispetto al buco) e porta pagliuzze fino a farle uscire fuori. A questo punto so che è pronto il nido.nido1

Ogni anno da anni ormai, si vede che si trova bene. Poi se quello è un vero nido dove far nascere nuovi insettini, non so perché non me ne intendo, o forse è solo un nido per sé, una riserva per l’inverno a venire.
Fatto sta che oggi, il mio insetto, ha pensato bene di portare le provviste a casa: una enorme cavalletta verde.nido

Il lavoro è stato faticoso, insetto e cavalletta insieme erano largamente più grandi del foro nel quale voleva introdurla: l’insetto si è fatto mille voli prima di trovare la giusta posizione. Pazienza, calma, determinazione.
L’ho seguita con interesse, come si fa con i figli o con se stessi, per vedere quanto la costanza fosse premiata, convinta che non ce l’avrebbe fatta mai.

E invece dopo vari tentativi, l’insetto ha portato a casa la sua provvista. Certo un po’ grande rispetto al nido, ma un pezzo alla volta e ora non c’è più.nido2

Ed è così, a leggere la vita si trovano spizzichi di filosofia da bucato e ce la insegnano gli insetti grandi che entrano nei buchi piccoli, e sono bravi poi a farlo mentre troppo spesso noi no, perché noi esseri umani spesso siamo così, non sappiamo sognare in grande perché pensiamo che le nostre vite siano troppo piccole per contenerli.

Ma non ricordiamo che i sogni a stringerli stretti entrano anche nei piccoli forellini del cuore.