La -vera- filosofia del Kintsugi

Qualche giorno fa ho rivolto a due relatori del convegno “Giappone in Italia” tenutosi al Mudec a Milano, esperti di cultura giapponese, la domanda su quanto sia corretto contaminare  un’arte così antica e unica come l’arte Kintsugi con il nostro mondo occidentale.
I due esperti hanno evidenziato alcuni tratti dell’arte Kintsugi, fuori dalle scene delle grandi opere d’arte, dedicata a piccoli oggetti quotidiani, oggetti che raccontano storie senza per forza avere valori commerciali molto alti. Tutto il contrario del restauro occidentale, rivolto a grandi opere, a preziosi e costosi cimeli, mentre tutto il resto, ciò che non ha valore economico, spesso gettato o peggio ancora riciclato in qualche -irreversibile- maniera (lo stile shabby, per fare un esempio)

Kintsugi quindi è riparare con l’oro oggetti piccoli, rotti, maltrattati dagli anni, oggetti preziosi per la loro identità storica, per i racconti che narrano, per le mani che li hanno toccati, usati. Un oggetto umile, materiali preziosi.

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Questa è una piccola tazza in terracotta giapponese, a forma aperta. Viene usata per il tè del mattino. Non ha valore commerciale ma per il cliente ha un valore affettivo elevato.
Ho usato lacca Urushi, una pregiata resina estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, lacca che impiega una settimana ad asciugare prima di passare alla fase successiva del lavoro: un tempo lento, lentissimo, un tempo senza mente, l’attesa senza denaro. Pare quasi impossibile nell’epoca della fretta.
Per la finitura ho utilizzato polvere d’oro 24kt, ne sono bastati pochi soffi per rendere piena la sua lucentezza.
Lacca Urushi, polvere d’oro 24kt. 
Un oggetto che diventa unico e prezioso. L’estetica del wabi sabi, La sua pienezza.

Un passo avanti, il mio, umilmente, verso la conoscenza.

GDA, giornata dell’Arte a Biella, dai una mano anche tu!

GIORNATA DELL’ARTE: UN PROGETTO PER ESPRIMERSI E CRESCERE

QUI il link al crowdfunding

Giornata dell’Arte è un evento culturale ideato dai giovani per dare valore al nostro territorio, che ogni anno fa di Biella un luogo vivo ed un centro di propagazione di energia e creatività.
GDA è una giornata dedicata all’arte declinata in tutte le sue forme. Un festival di esibizioni artistiche, di aggregazione positiva, di espressione giovane che riempie le strade della città, gli spazi di Cittadellarte/Fondazione Pistoletto e – quest’anno per la prima volta – toccherà anche il cuore della città: Piazza Duomo.fd7837babe9d0cfaafa38591db93a6b0_original

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Come ogni anno i ragazzi della GDA lavorano 9 mesi con costanza e dedizione per creare una giornata speciale che coinvolge tutti i ragazzi delle scuole superiori di Biella, l’ultimo giorno di scuola.
Come tutti i progetti, sebbene i ragazzi lavorino su base volontaria, GDA ha un costo, che è il costo vivo degli impianti, della SIAE, dei rimborsi a gruppi invitati, dei colori impiegati per i murales e le attività, per tutta la burocrazia che purtroppo è incollata a tutti gli eventi. Nessuno escluso.

Nasce quindi l’esigenza di attivare un’attività di crowdfunding: vi invito a leggere il progetto, valutare i doni che potrete ricevere con la vostra donazione e DONARE, SENZA ALCUNA ESITAZIONE! Garantisco io che andranno al posto giusto, mia figlia Francesca è da anni parte attiva della manifestazione.

QUI il link al crowdfunding

15000 caratteri. O quasi. (perché non è la perfezione che conta)

“15000 caratteri. O quasi. (perché non è la perfezione che conta)”
Primo classificato premio letterario Apid Imprenditorialità donna dedicato a Angiola Audino.

15000 caratteri. O quasi. -perché non è la perfezione che conta-

Quella volta che il fiato si era fatto corto me la ricordo bene, sembra ieri, dietro l’angolo dei ricordi. Avevo in mano una cartellina decorata con un albero dorato, spoglio, poche bacche a fare da chioma e radici, radici profonde, incise nella terra, quasi scolpite.
Un negozio aveva deciso di proporre i miei lavori ai propri clienti, io dovevo solo preparare un listino, qualche foto e tutto sarebbe partito.
Quanto mi sono sentita provinciale, la mia cartellina decorata a mano, il listino preparato con cura e tanta difficoltà. A ripensarci ora mi faccio tenerezza, non compassione, tenerezza, come quella che viene su dal fondo del diaframma certe volte, quando il cuore non ce la fa e demanda ad altri il suo destino. A ripensarci ora sale un sorriso, perché sono le paure che fanno forte il coraggio, che ci danno la forza per andare oltre, tirando fuori di noi il vero impeto, quello che cade, si rialza, cade, inciampa, cade.
Cade.
Si rialza.

Mi chiamo Chiara e sono artigiana. Da 26 anni gestisco un laboratorio di restauro ceramiche, bambole, cornici dorate, statue in legno policrome. L’ho aperto da subito, terminata la scuola di restauro Palazzo Spinelli a Firenze, anche se la mia strada avrebbe dovuto essere un’altra, tra gli scavi archeologici, a riconoscere cocci e rimetterli vicini a formare vasi, piatti, scodelle, vite raccontate dalla terra.
Il mio approccio fu nel Golfo di Baratti, nello scavo successivo al ritrovamento dell’Anfora. Rimasi nel campo pochi giorni, a casa c’era bisogno di me. Partii per non tornarvi più. Succede. Lo chiamano destino; io, semplicemente, “cambio di piano”: se ci si incolla addosso quella storia della sfortuna, delle coincidenze, si finisce per crederci davvero.
Un cambiamento, tutto qui, prendere o lasciare, la strada è una sola da percorrere. È sciocco credere di avere più vite. I piedi sono due, questo è vero, ma ciò che è magico e meraviglioso è che non possono percorrere vie differenti. Pare una beffa, forse lo è, o è solo un’opportunità. Mi piace crederla così.

A Baratti il mare scorreva lontano dal campo archeologico ma se ne sentiva il profumo, lo si respirava dalle condotte dell’acqua, nell’irrequietezza della corrente elettrica che andava e veniva, incessante e imprevedibile.
A casa il mare non c’è, ma montagne distese lungo tutto l’orizzonte.

La catena delle Prealpi Biellesi è un contorno sagomato a mano, un cesello di vette e gole, declivi e risalite. Come la vita, viene da dire, come l’amore. Forse lo è. Ci si innamora di quei boschi così selvaggi e duri, come certi volti di noi biellesi, induriti dal lavoro e dalla fatica. Quella che non molli mai, non so se la conosci. Succede che abbassi la testa e lavori, senza tregua, otto ore filate, poco svago, tanto di svago non ce n’è perché la notte viene su presto e piove così spesso che nelle strade ci girano le rane, mica le ruote.
Dicevo delle montagne e della fatica, credo sia quello il fulcro dell’animo dei biellesi, la fatica necessaria per vivere, indispensabile per sopravvivere. Ed è una cosa bella da insegnare ai bambini. Ma alle volte diventa un gioco se glielo permetti, e non distingui più cosa sia bello e cosa non lo sia. Lavori e basta, poi arriva la crisi e ti ritrovi senza qualcosa da fare, esci comunque il mattino ma è buio e nel buio intorno c’è gente che gira a vuoto senza trovarsi una spiegazione. Senza volerla trovare, a dirla tutta.

La crisi l’ho vissuta anch’io. Quella che ha falciato tutto dopo l’11 Settembre.
Non solo quella a dire il vero, di crisi ne viviamo tutti di più profonde, più intime. Prima un figlio e nel mentre la malattia di mia mamma, la seconda figlia e mia mamma che decide di andarsene via, con un preavviso di cinque anni, scompare e il vuoto si mescola al quotidiano, di madre, figlia, moglie. E artigiana.
Perché una donna artigiana è tutto questo messo insieme e non c’è un biglietto da obliterare o una fata madrina sulla porta pronta a sostituire i pezzi andati a male, quelli stanchi, stracciati dal troppo lavoro. È una crisi subdola quella della fatica, del tempo che manca, non si allungano le giornate e i clienti passano mentre i figli crescono e non ci si concede neppure il tempo di un addio.

Crisi è quando qualcosa che accadeva prima non accade più, quando la mattina alzarsi diventa un peso. Quando resti ore ad aspettare clienti che prima c’erano e ora non ci sono più. Crisi è quando le tasse soffocano, le scadenze incalzano, quando semplicemente non ce la fai più: quello che c’era prima si è rotto e non torna, l’entusiasmo, la passione, i desideri.

È facile finirci dentro, più complesso venirne fuori.

La crisi l’ho vissuta anch’io, l’abbiamo vissuta tutti, la viviamo ancora, anche se è venuta forte la voglia di rialzare la testa, quella che, nonostante tutto, non abbiamo abbassato mai. Che non ho abbassato mai.
Crisi, momenti difficili che si sovrappongono in strati compatti, un grattacielo di piani, uno dopo l’altro a sedimentare sulle spalle, sedimenti di delusioni e fatiche, intervallati da progetti e speranza.

Un calderone, lo capisci anche tu vero? Un enorme calderone che in pochi anni ha stravolto la mia vita lavorativa e personale, enormi precipizi nei quali ho rischiato di cadere, scivolare, inciampando, a terra. Ma senza mai perdermi d’animo. Cosa spinge un artigiano ad essere così folle non lo so; cosa lo inganna del tempo e della fatica e non lo fa dormire innamorato dei propri progetti non è dato da sapere: la passione è ciò che domina la mente e il cuore.

Ma poi, in fondo, cos’è la crisi se non un cambiamento? È un cambio di passo, alternato, una capovolta in avanti, una spinta accelerata o un momento di riposo. Siamo vittime della fatica, della produzione, del successo, snobbiamo il fallimento, ci facciamo vanto dell’oro e mai del fango, siamo indomiti, ci hanno fatto così. Erano tempi generosi quelli dei nostri padri, tempi senza telefono e televisione. Dedizione alla famiglia e al lavoro, fatica, sveglia presto, mai un tempo perduto, un caffè di troppo, non c’erano il vuoto e il nulla. Siamo nati così, in mezzo al benessere, quello guadagnato.

La crisi è un cambiamento. Se la vivi così poi sopravvivi, vai avanti. Altrimenti ti fermi. Per sempre, getti la spugna ancora bagnata e non prosegui più. Non è un male, io l’ho capito dopo, con quello che faccio, non è un morire, è coraggio, questo lo sai, è una forza che hai dentro e che ti dice quando è ora di mollare prima di perdere tutto. Già, è strano vero? Ogni scelta ha una conseguenza, nessuna mai incide per sempre la fronte ma lascia sempre aperta una strada, ed è quella in cui sei tu.

Mi fermo, respiro forte, dai polmoni scendo fino allo stomaco, trattengo, riparte lento, ora il cuore batte composto. Non è facile scrivere di crisi, devo far cadere la maschera, ammettere che non va tutto bene, che non sono più quella che ero, gli anni scappano dal calendario, nulla resta immutato, nemmeno il vento. Scrivere della propria crisi costa tanta fatica, ho impiegato giorni per raccogliere questi pensieri, sassi aguzzi su cui poggiare a malincuore i piedi scalzi. Non si riesce a riassumere quello che senti, è troppo intimo, di un’intimità delicata e fragile. Ma se sono arrivata qui e sono ancora viva è perché si può fare, si sopravvive, si rinasce. Questo davvero sì. Farfalla o pianta non conta, si rinasce.

Io sono rinata pianta.

Si è soliti far partire certe storie da un fatto, uno solo, chiaro e definito. Ci si ricorda l’ora, il profumo, se pioveva o c’era il sole. Siamo soliti dire che quello è il punto di partenza, indelebile, da cui nasce tutto il resto, una cascata ininterrotta.

È certo che quel fatto non è nato da solo, ha avuto un seme germogliato tutto intorno, ma la memoria ha il preciso compito di mettere luce sul quel fatto, la corona del pregio, il punto zero. Ci si innamora, lo so, di questi fatti custoditi nei taschini, e si ricama tutta la vita, un filo dopo l’altro, spirale intatta intorno ad un punto, il cuore.
Così è stato anche per me, non mi posso fare esente di ciò che accade a tutti, credersi diversi spesso ci rende presuntuosi, non sempre, ma lo è. Faccio il punto, ora lo racconto.

Erano giorni di Marzo e stavo aspettando che arrivasse in laboratorio la tirocinante per il progetto Botteghe Scuola della Regione Piemonte. Quando si aspetta il tempo non passa mai, e non è mai conveniente, nell’attesa, soprattutto se breve, dedicarsi ad altro. Ma è spesso proprio il sovvertire le regole che fa accadere l’inaspettato. Erano giorni di Marzo dicevo e con svogliata pacatezza mi ritrovai a sfogliare le pagine della mia bacheca di Facebook; non cercavo nulla di specifico, come in quei giorni in cui cammini a testa alta curiosando nelle finestre alla ricerca di un gatto affacciato. O di una pianta che sta per cadere. È raro che succeda qualcosa in questi momenti, sono un lago nebbioso i pensieri. È raro ma non per me, che sono uguale ma unica, non l’ho detto prima, ma è così, e crederlo è una follia, meravigliosa spinta verso la vita.

Dicevo di Facebook, erano tre anni fa, a un certo punto apparve una notifica e un’immagine sul mio profilo, una ceramica giapponese rotta, riparata con l’oro e un frase sulle nostre fragilità e sulla possibilità che abbiamo di accettarle e farne un tesoro. Lessi Kintsugi, Giappone. E disegnai una pianta, spoglia, dorata, con lunghe radici e poche bacche sui rami, nessun fiore, nemmeno una foglia. Radici, stelo e tronco.

Di certe storie non se ne conosce il senso, appaiono da subito amore puro. Sono getti improvvisi che arrivano diretti al cuore, senza tante spirali e angoli ciechi: ci puoi vedere subito dentro, senza esitazione, capire, anche senza toccarne la carne, la consistenza. Sono idee che nell’istante in cui sono semi già germogliano e appaiono nella loro bellezza presente e futura.

Fu amore a prima vista, mi venne una sorta di impazienza di conoscere, di leggere, una voglia di aprire la porta per entrare in un nuovo mondo. Lo so che a dirlo ora pare di sentire una storia narrata per il solo gusto di leggerla ma fu proprio così.
Due ore dopo aver visto l’immagine di una tazza restaurata con l’arte Kintsugi mi ero già addentrata nelle venature più profonde, un labirinto che ancora ora, a distanza di tre anni, mi tiene avvinta e, ogni giorno che passa, invece che trovare l’arrivo, genera nuove intricate e curiose vie.

La pianta dorata venne subito. Mi immaginai le radici che affondavano nella mia esperienza lavorativa e rami tesi verso il cielo che rappresentavano il futuro, il nuovo, la conoscenza. Senza foglie né fiori perché era troppo presto per vedere i risultati, come ancora ora lo è, ma bacche. Bacche che saranno semi, fiori, foglie, sono il nuovo nascere. Sono il me che si trasforma. Sono il mio cambiamento.

L’arte Kintsugi nasce in Giappone alla fine del 1400, kin significa -oro-, tsugi -riparare-. È una tecnica antica che utilizza la lacca autoctona Urushi per incollare pezzi di tazze tenmoku da cerimonia del tè, e la polvere d’oro per ricoprire le rotture, mettendole così in evidenza.

Kintsugi porta con sé un messaggio importante della filosofia Zen giapponese, l’estetica del wabi sabi: nulla è perfetto, l’imperfezione diventa ricchezza e talento e per questo occorre valorizzarla con la polvere d’oro.
Al messaggio ci sono arrivata dopo, quello che mi premeva, da restauratrice, era imparare la tecnica. Non è stato facile, la mia impostazione di rispetto delle regole e dei materiali mi ha obbligato da subito a studiare nei minimi dettagli questi ultimi, i tempi, gli strumenti e scegliere il Giappone come paese di riferimento è stato di sicuro un azzardo, non conoscendone né la lingua né i costumi. Per un occidentale arrivare al nocciolo di un’arte giapponese implica tanto studio, umiltà, dedizione. Si tratta di cambiare visione non solo del lavoro ma della vita stessa: quando mi pongo al mio tavolo cambio prospettiva; non mi fingo un’altra, resto me stessa, ma ho occhi diversi, le stesse mani, cultura diversa.

Il primo anno è stato quello della conoscenza, ho usato ogni momento libero per studiare, per leggere, biblioteca e web mi hanno aiutata molto, ho vagato nelle notti dentro a un mondo sconosciuto con la fame di sapere: sì, fame. L’innamoramento è diventato passione, una passione che ha eroso ogni mattone del passato incidendo fortemente il futuro. Passato e futuro si sono fusi insieme, un prezioso pavimento intarsiato di marmi diversi, di colori differenti, culture differenti.

Il secondo anno è stato quello del lavoro. Ho trovato un fornitore in Giappone da cui acquistare i materiali, lacca urushi, tomoko, pennelli, polvere d’oro, cotone di seta, ogni più piccolo dettaglio, ogni giorno trascorso a vedere video giapponesi per imparare la tecnica, ogni volta un tentativo, spesso un fallimento. Non è stato facile imparare, certo mi ha aiutata molto avere 25 anni di esperienza da restauratrice alle spalle, la capacità di restare ferma, tranquilla, di fronte ai pezzi rotti di una ceramica, studiarli profondamente prima di partire. Mi ha aiutata seguire il ritmo del collante, ad ognuno il suo tempo, non esiste orologio capace ma è la pratica, il rinnovato tentativo, rottura, lacca, rottura, incessanti prove, non mi fermo di fronte al fallimento, forse dovrei, questa volta no.

Come dopo una tempesta, il viso bagnato e la testa confusa, nelle orecchie solo il vento, sono giunta alla riva e ho cominciato a padroneggiare l’arte Kintsugi e le prime opere sono nate dalle mie mani.

Dapprima quasi in silenzio, ho portato il mio messaggio di unicità della fragilità: dal mio studio è nato un breve saggio, “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro” e sono nate preziose ceramiche, “Imperfetti”, ceramiche che i ceramisti scartano perché rotte o fallate e che io riparo con la polvere d’oro, ridando loro valore.

Il passo verso il mondo l’ho fatto con il web, aprendo il sito dedicato, la pagina Facebook, scrivendo le mie storie sul blog personale, e piano piano ho catturato la curiosità e l’interesse di molte persone. Persone che mi scrivono, mi portano i loro pezzi da restaurare, persone che mi raccontano le loro storie di fragilità, di rinascita, di fallimento. Quello che pensavo fosse solo una nuova tecnica, sta diventando uno stile di vita che mi trasforma. Il cambiamento.

Il mio cambiamento.

Il terzo anno è questo, il 2017, l’anno dell’apertura. Ho raccolto tante storie e ho deciso di narrarle; porto l’arte Kintsugi tra la gente, tra storia e tecnica, consapevole che questo è il momento adatto, perfetto nella sua forma, un movimento continuo nella mia mente, la creazione in divenire, la passione che ora è un amore adulto, saldo.

Resto io, Chiara, restauratrice di ceramiche e bambole; ho aggiunto alla mia vita l’arte Kintsugi e sono nuova.

E vorrei far sapere che essere nuovi a 50 anni si può. Senza rimpianti per quello che è stato, con la meravigliosa curiosità del presente. Il mio. Nel mondo.

Chiara

 

“Opera del mediocre scultore Varallo di Moncalvo”

A Serralunga di Crea si trova il Santuario della Madonna di Crea. Vi consiglio una gita, da terminare con un buon bicchiere di Barbera di Moncalvo, la più piccola città d’Italia, un piccolo e bellissimo borgo poco distante da Serralunga di Crea.

Il Santuario è inserito all’interno del Parco Naturale del Sacro Monte, una bella passeggiata nel bosco dove visitare 23 cappelle, la cui costruzione ebbe inizio nel 1590.  I fedeli possono ammirare la ricostruzione di avvenimenti legati alla vita della Madonna, realizzata con statue in terracotta, rilievi e pitture di voluto stile realistico. 

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Ogni cappella è corredata di una targa che racconta la storia delle statue, degli scultori, le alterne vicende di ricostruzione e restauro.

La cappella delle Nozze di Cana presenta una curiosa didascalia:
“Ulteriori rifacimenti ad opera del mediocre scultore Varallo di Moncalvo“.

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Sebbene abbia cercato, nulla è rimasto dello scultore Varallo di Moncalvo, se non, ad imperitura memoria, la sua mediocrità.

Altro che leoni da tastiera!

Info utili
Santuario di Crea 
Santuari in Italia 
Il Parco Naturale del Santuario di Crea 

Uno spicchio di cielo

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È uno spicchio di cielo, il luminoso ardire di declivi assolati, la pietra d’angolo della nostra relazione. È un graffito al muro, la pittura d’oro dell’amanuense, lo scrivere fitto della notte solcato da un sogno improvviso, le tue mani sulle mie, lo scendere ripido della montagna, il nero della pece, il segno che lasci tu.

È un lavoro che arricchisce l’arte Kintsugi, mi porta a conoscere ceramisti e le loro vite narrate attraverso la terra e le loro mani. Amo la mia passione, incontro il cielo e ne invento storie meravigliose.
Chiara 

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Rottura, opera Kintsugi di Chiara Lorenzetti, Chiarartè

 

Riflessioni sul senso dell’arte

Res Humanae è l’opera d’arte di Lorenzo Gnata, Cossato, 22 anni, che da qualche giorno è esposta lungo il ponte della tangenziale di Biella.

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Il bozzetto

Il ponte della tangenziale di Biella ha il triste primato di ponte dei suicidi. Non solo biellesi, è meta frequentata anche da fuori per compiere l’ultimo solitario volo verso la serenità. Credo sia questo il senso della prematura e forzata dipartita di tante, troppe, persone: un volo piuttosto che un vero addio. Il ponte è molto alto, termina sul greto del torrente Cervo. Non c’è quasi mai scampo, mai. Pochi attimi, la gente attenta ormai intuisce il fatto, avverte la polizia, esce a fermare chi si sta spingendo oltre il parapetto, basso, accessibile, mestamente invitante. Qualcuno si salva, viene tenuto in osservazione in pronto soccorso, non so poi cosa ne è stato dei loro cuori.
Uno dei tanti suicidi mi aveva colpito profondamente, era una ragazzina, Alice, e ne avevo scritto qui 

Ma torniamo all’opera d’arte, perché è di questo che voglio parlare.

50 sedie spenzolano dal ponte, a raccontare le sedie vuote lasciate da chi decide di gettarsi dal ponte.

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Foto Sergio Fighera

Lasciano un senso di vuoto profondo, angosciante. Sono difficilmente visibili, il ponte non è facilmente raggiungibile da sotto. E comunque, per quanto mi riguarda, mettono impressione.
Lascio a voi esprimere un giudizio, perché sì, qui un giudizio sull’opera occorre darlo, non è un gioco, è un passo importante. Che scuote dentro.

Sempre a Biella, ho visto esposti due autori nella galleria d’arte Silvy Bassanese: Dusan Marelj e Lorsi Bellan.

Dusan Marelj espone opere senza senso. Nella volontà dell’autore c’è solo una ricerca cromatica, un’armonia personale, non un messaggio, non una provocazione. Ognuno di noi, messo di fronte ai suoi quadri, può immaginare un pensiero, un’emozione.

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Dusan Marelj, Senza Titolo, 2016

Loris Bellan al contrario, usa l’opera d’arte come opera concettuale. Non una mera ricerca stilistica ma pura espressione di un messaggio.

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Loris Bellan, Povertà Contemporanea – Nudo 24K

Questa è l’arte contemporanea, opera concettuale e mera esposizione artistica. Una trasformazione importante, un passaggio che ha aperto a tutti le porte dell’arte: non servono infatti talenti importanti, basta avere un pensiero da esprimere. Non necessariamente geniale.

Allora basta un pensiero per renderci tutti artisti?
O forse sarebbe ora di tornare anche alla tecnica e alla perfezione? Ai posteri lasceremo 50 sedie penzolanti o La Primavera del Botticelli?

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Primavera, Botticelli.  Firenze. Uffizi.

Il Mio Giappone, un esperimento per vedermi da fuori.

Ieri sera alla galleria MADE4Art a Milano, via Voghera 14, c’è stata l’inaugurazione della mostra “Il Mio Giappone” di Guido Alimento a cui ho affiancato alcune delle mie opere Kintsugi (la mostra resterà aperta fino al 26 marzo, qui trovate i dettagli)

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È stata per me una nuova avventura, una prima di spero tante mostre, la prima dedicata all’arte Kintsugi in Italia. C’era emozione, entusiasmo, passione, tensione, stanchezza, curiosità. E c’ero principalmente io.
Vista da dentro so come sono, mi conosco bene dopo 51 anni di convivenza, ma da fuori come sono?
Come spesso accade, il vernissage è stato fotografato e così oggi mi guardo, da fuori. 

Gesticolo, tanto, non sto mai ferma con le mani. Non indico degli oggetti reali, disegno i miei pensieri. A caso, ma li disegno. Qui sono con Fiorenza, allieva del primo corso di Kintsugi tradizionale giapponese che ho tenuto a Milano il mese scorso (qui la storia ) 
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Non sto ferma nemmeno con le gambe. Lo so, mi giustifico con il fatto che ho male al ginocchio destro, che spero presto potrà avere la protesi che si merita per anzianità e scadenza di utilizzo, ma questa posa da guerriero ninja non si confà a una signora. Sto raccontando le mie ceramiche, sembra che sia pronta per partire!

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Tengo le mani in tasca. Non si fa, so anche questo, ma devo ammettere che nel mentre ero in piedi mi è preso un dolore fortissimo, come un tiranervi al braccio e l’unica posizione possibile prima di cedere al grido era di mettere la mano in tasca così da riposare la spalla.
Tutte scuse? Forse, un po’ no, ma le mani in tasca non mi sono proprio piaciute.E chissà cosa ha pensato la gente.

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Come ci proponiamo agli altri è molto importante, perché è vero che siamo noi, ma è anche vero che chi non ci conosce e non ha modo di farlo, può apprendere solo dagli attimi in cui vede. E rendere il nostro meglio è forse il modo per arrivare non solo ai pensieri ma anche al cuore delle persone.

Così, anche con un sorriso semplice e naturale. Guido Alimento e io.

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E voi vi guardate mai da fuori? 

Ps: ieri sera ho scritto due righe di pensieri che avrebbero potuto diventare un post e, invece di finire in bozze, li ho pubblicati. Chiedo scusa per chi ha creduto che fosse un post vero e grazie per i like -8- credo solo sulla fiducia 🙂

“Vita sommersa” -Mostra Personale d’arte di Claudia Strà

L’arte è incontro d’anime e creatività.

Un mese fa ho incontrato Claudia Strà, artista, pittrice, ceramista, che ieri ha inaugurato una personale, “Vita sommersa” presso  la Galleria d’Arte Contemporanea STATUTO13, in Via Statuto, 13 (corte interna) a Milano, Brera District.

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Le opere di Claudia raccontano leggerezza e profondità, ampi spazi ricchi di sentimento. I colori sono eterei, pennellate soffici, i pensieri paiono volare di fronte agli azzurri accesi, ai verdi nascosti, al bianco che traspare, come una poesia impressa sulla tela.
Quando ho conosciuto Claudia, la sua dolcezza, il modo sereno di fare, mi ero immaginata così le sue opere, perché molto spesso siamo quello che raccontiamo.

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Questa è l’opera di Claudia Strà, “Potessi parlarti stasera”.
In ceramica un asciugamano ricamato dalla mamma di Claudia, un gomitolo a rappresentare l’intreccio della vita e una farfalla, che è simbolo di rinascita, di eternità.

La farfalla sul gomitolo prima della mostra si è rotta, un’ala spezzata. Claudia mi ha contattata per un restauro Kintsugi ed ecco che ora rappresenta non solo la rinascita ma anche la bellezza della fragilità.

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La mostra sarà aperta sino al 20 Marzo.

Il blog di Claudia Strà 

Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro, Milano

Venerdì 2 Marzo, dalle ore 18 alle ore 19,30, vi invito a un nuovo workshop dedicato all’arte Kintsugi.

Ospiti di Melania e Nadia, nel loro accogliente, colorato atelier d’arte, Atelier Arte Insieme, avrò il piacere di guidarvi nella conoscenza di una rottura di una ceramica e della sua importante fase di restauro.
Lo farò usando la polvere d’oro, così come insegna l’antica arte giapponese Kintsugi, dove Kin significa oro e tsugi riparare.
La tecnica che andremo ad usare è quella semplificata, con resina e polvere simil oro, tecnica semplice ed immediata; non occorrono quindi doti specifiche, solo curiosità e creatività.

Il corso comprende una parte dedicata alla storia e alla cultura del Giappone di fine 1400, una ceramica rotta da riparare che, una volta terminata, potrete portare a casa, il materiale d’uso.
Si consiglia un grembiule per non sporcarsi gli abiti.

Costo e iscrizioni
Costo 40 euro
arte.insieme@libero.it
tel 3395476894

Atelier Arte Insieme di Melania Cavalli e Nadia Crusco
Via Gabetti 15, Milano 

 

“Io per la Sacra sono disposto a morire”

“Io per la Sacra sono disposto a morire” così dice don Giuseppe Bagattini, 82 anni, rettore della Sacra.

Ieri un incendio scoppiato sul tetto del monastero adiacente alla Sacra di San Michele, ha fatto temere il peggio per uno tra i luoghi più suggestivi e affascinanti d’Italia.
La cronaca è storia, così come lo è il Monumento. Le parole del rettore invece sono presente e lasciano un segno.
Voi sareste disposti a morire per qualcosa? Intendo un bene materiale, certo un simbolo, ma comunque un bene materiale. Io ci sto pensando da questa mattina ma non ho un luogo a cui mi sento così fortemente legata, non parlo di un luogo aulico, basterebbe anche la propria casa, un angolo di bosco, un capanno degli attrezzi, un museo, un’opera d’arte.

“Io per la Sacra sono disposto a morire”
E noi siamo capaci di provare un amore così immenso?  O è una follia?

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foto La Stampa