Marika Patelli

Cocci ricomposti e mescolati.Un anno fa, il 26 di maggio, si svolgeva a Graglia e Sordevolo la Festa della Ceramica organizzata da Simone Stefani e Cinzia Petraroli. Tra mostre e corsi venne inserito anche il mio laboratorio di Kintsugi, ed è in quella occasione che ho conosciuto Marika Pittrice: sono molto contenta di presentare le sue opere, frutto della sua creatività.
Ci tengo a ricordare che nelle sale del Santuario di Graglia fu presentata la mostra fotografica di Alberto Moro photographer sull’arte Kintsugi. Una bella festa, ricca e partecipata, e oggi mi sento di fare l’augurio affinchè presto possa essere riproposta.


-se hai una storia Kintsugi, un’opera d’arte, contattami a info@chiaraarte.it

Sono venuta a conoscenza del Kintsugi tramite un mio amico che mi chiedeva se sapevo di quest’arte
e della sua filosofia; così mi ha inviato il titolo del libro “Kintsugi l’aerte di riparare con l’oro”
di Chiara Lorenzetti.
Per saperne di più mi sono informata se eventualmente ci fosse stato un corso vicino ad Ivrea
ed è stato proprio un anno fa a maggio che ho fatto un corso a Graglia e ho conosciuto Chiara;
è stato molto interessante e mi sono subito appassionata.
Non vedevo l’ora di rompere qualche oggetto per poterlo ricostruire e vedere come cambiava aspetto e si impreziosiva.
In quest’anno però mi sono detta che per fare oggetti particolari li dovevo personalizzare così ho incominciato ad inserire nelle rotture vetrini del mare, pietre e cocci: ora sto lavorando a una serie di ciotole nere giapponesi inserendo nelle crepe pietre dure come turchesi, topazi e cristalli.

Principalmente lavoro con oggetti giapponesi, cinesi, marocchini e ceramiche di Castellamonte.

Oltre all’aspetto artistico il Kintsugi mi ha molto affascinato anche la sua filosofia che tra l’altro
in questo momento mi sembra veramente attuale.
Finita questa pandemia raccoglieremo i nostri cocci per una vita migliore,vcon molte crepe ma
sicuramente diversi e più forti.

Marika Patelli

Raku Kichizaemon on the Avant-Garde Tradition of Raku Ware (traduzione integrale)

Prendiamoci il tempo della bellezza

“Le persone dicono che le mie intense tazze da tè yakinuki hanno infranto la tradizione Raku, che il mio lavoro non ha alcuna connessione con Chojiro e la sua arte. Personalmente, però, sento un collegamento diretto e continuo con Chojiro e il suo lavoro.
Raku KighizaemonQuindicesimo capofamiglia della famiglia Raku
Gli oggetti Raku costituiscono uno degli stili più important della ceramica giapponese. La cerimonia del tè è diventata popolare negli anni Settante del sedicesimo secolo, quando la Guerra lasciò il posto al period Momoyama e all’inizio dell’età moderna. Fu l’alba di una nuova era – un’epoca di commercio in crescita e maggiore libertà. Fu allora che fiorì la cultura del tè ed entrò in scena Sen no Rikyu. Questi si avvalse del talento di un ceramista di nome Chojiro, l’inventore della ceramica Raku.
Le tazze Raku sono profondamente intrise della visione giapponese di natura e pensiero. Le tazze da tè di Chojiro mostrano un approccio molto ordinario alla forma: egli soppresse energicamente l’urgenza di introdurre difformità. Eppure, c’è in esse una libertà illimitata. É difficile esprimere a parole questo senso di moderazione. É diverso dal senso occidentale di “semplicità”. Nemmeno “simmetria” offer un senso adeguato. É difficile descrivere le forme sfumate di contenitori formati a mano. Le tazze non sono deformate intenzionalmente. Le loro forme non sono contorte o astrusamente creative. Non c’è nulla di speciale nelle loro forme, solo sottili sfumature. Queste leggere distorsioni costituiscono l’essenza delle tazze da tè Raku.Gli oggetti Raku, come generalmente tutte le ceramiche giapponesi, non tendono alla perfezione. Hanno sottili distorsioni, irregolarità che lasciano spazio alla riflessione sulla ricerca dell’armonia e dell’unione con la natura.Gli oggetti privi di difetti sono universali in un modo che permette a chiunque di percepire ciò che hanno di speciale. Ma in essi c’è meno filosofia nascosta da esplorare. Le persone si sentono a loro agio ad aprire il proprio cuore verso qualcosa di imperfetto. Questo ci offre una forte connessione con la natura.
Accanto alle tazze nere e al loro significato simbolico, abbiamo anche le tazze Raku rosse. Queste non sono di un rosso acceso. Si tratta dell’argilla che aveva affascinato Rikyu e a cui Chojiro ha dato espressione. La trama e il colore dell’argilla definiscono le tazze Raku rosse. Non ottengono il loro colore da invetriatura o vernici: deriva dall’argilla. Il calore del forno ossida il ferro contenuto nell’argilla, facendolo diventare rosso in modo naturale. Il colore che ne deriva e la trama sono ciò che apprezziamo in queste opere. Un punto essenziale degli oggetti Raku è l’attenzione su questi due colori: rosso e nero.
Per le ceramiche affidiamo il risultato finale alla forza della natura. Al contrario, i pittori, per esempio, dipingono ciò che preferiscono su una tela bianca. La pittura è una forma di espressione di se stessi. Prendi le tue idee, le emozioni e le percezioni e le fissi sulla tela. La stessa cosa accade per le ceramiche, fino a un certo punto: esprimi te stesso dando forma all’argilla e scegliendo l’invetriatura. Ma, alla fine, prendi l’affermazione di te stesso e la metti nel fuoco. Permetti che il resto lo faccia la natura. Il risultato non è mai lo stesso. Le variabili nel forno producono risultati inaspettati, addirittura sorprendenti.
Non sono sicuro che la creazione di tazze da tè possa essere considerata una forma d’arte. In un certo qual modo, creare oggetti è come pregare. Quel senso di preghiera è ancora presente nelle ceramiche. L’arte della ceramica è una delle poche arti che superano il sé – l’ego dell’artista – è che raggiungono il reame della preghiera.
Chojiro è assolutamente alla base della mia identità. Le impressioni che ho ricevuto da lui e dai suoi lavori hanno formato il nucleo del mio modo di pensare. Chojiro ha prodotto tazze permeate di una grande calma. Ma questa calma contiene qualcosa di profondo. È una profondità che conferisce alle tazze una forza enorme. Non si fanno in quattro per adeguarsi alle preferenze di chi le utilizza. La loro calma incrollabile rende questi oggetti una presenza intensa nella mano. La calma delle tazze di Chojiro affronta l’osservatore con questa intensità. Volendo andare più in profondità, esse affermano le cose come stanno: questo è così, quello invece è così.
La saggezza convenzionale è una sorta di linguaggio comune – qualcosa che ci aiuta a comunicare. Allo stesso tempo, è simile a un arresto dei nostri processi di pensiero. Tutti concordano nel dire che è questo il modo in cui stanno le cose e nessuno lo mette in dubbio. Nessuno sbircia nelle profondità di quelle stesse cose per metterle in dubbio.
Le opere di Chojiro affrontano questa saggezza convenzionale, questi valori di mente ristretta, con un sonoro No! Non è questa la verità! Dice Chojiro: “Bevi il tuo tè da questa tazza nera e non vi troverai nessuno dei bei motivi che ti aspetti. Non troverai i colori vivaci, né la forma elegante.” Tutto ciò che c’è di estraneo è stato eliminato.
La tazza affronta la gente – o i nostri tempi, o i solchi in cui è costretto il nostro pensiero – con intensità estrema. La calma delle opere di Chojiro è significativa a causa dell’intensità che promette.
C’è il desiderio di non essere sviati dalle visioni comuni di ciò che è bello, lussuoso o affascinante da guardare. La tazza nera nasce da questo desiderio.
Non mi piace l’etichetta di artista; ha un che di ammuffito. Non amo neanche “ceramista”. Il nome chawan’ya (produttore di tazze d tè) mi sembra quello più fresco. Non è appesantito dalle convenzioni su termini condivisi. Questo nome sembra collegarsi più direttamente con Chojiro. Ecco perché io sono uno chawan’ya.”

Perché l’arte Kintsugi piace così tanto?

Non so se anche a voi capita: quando il nostro interesse è dedicato a qualcosa di specifico, vediamo il nostro interesse ovunque. La tecnologia poi ci aiuta e basta una semplice ricerca in internet per ritrovare l’oggetto della nostra ricerca in tutte le salse e armonie.

È successo e succede ogni giorno a me con l’arte Kintsugi e, oltre alle mie ricerche personali, ci sono i tanti messaggi che i miei ex allievi, amici e simpatizzanti mi inviano quotidianamente quando scoprono quelle famose righe dorate su qualche supporto.

Solo che, a questo punto, non si tratta più solo di profilazione, l’arte Kintsugi È davvero diventata una moda, un interesse di tanti, un modo per esprimere la creatività, per raccontare un sentimento. (per fare marketing? Sì, l’ho detto).

Quando ho iniziato a interessarmi all’arte Kintsugi in Italia non lo faceva nessuno; in Europa molto pochi, in America qualcuno in più. Quei pochi realizzavano opere seguendo come ho poi scelto di fare io, la tecnica tradizionale giapponese, rispettandone i tempi, materiali, concetto estetico, oggetti su cui lavorare. (tempi: due-tre mesi per opera. materiali: lacca urushi, farina, tonoko, essenza di trementina, polvere d’oro. concetto estetico: l’oggetto restaurato deve tornare ad avere la funzione per cui è stato creato. oggetto su cui lavorare: ceramica.)

Kintsugi Chiaraarte

Oggi invece trovo Kintsugi ovunque, su ogni materiale, con tipologie differenti di tecniche, di lavorazioni, e quando dico ovunque non dico a caso: parlo di corpo, pelle, danza, teatro, libri, profumi, muri, carta da parati, tappeti, coperte, tazze, candele, piatti, vestiti, magliette, poesie, nomi di associazioni, studi medici, agenzie, viaggi, ceramica, vetro, blog, fotografia, pittura, digital art, musica, nail art, torte, gioielli, corsi d’arte, corsi di psicologia, corsi di ipnosi, corsi. E chissà quanto altro mi è sfuggito.

Mi è venuto quindi da domandarmi perché. Perché l’arte Kintsugi è diventata così famosa al punto da essere usata così spesso. Cosa ha fatto di un’arte così antica e di nicchia in Giappone, in definitiva una tecnica di restauro raffinata per ceramiche, la sua fortuna in occidente.

La mia risposta sta nella sua semplicità: stravolgendo in parte il concetto estetico di base giapponese, il mono no aware, abbiamo spostato il centro, dall’oggetto a noi. Il Kintsugi è diventata la cura per noi, per le nostre fragilità.
Kintsugi è il saper mettere in evidenza, impreziosendole, le nostre cicatrici; ci parla delle nostre paure. Parla a un periodo storico nel quale abbiamo perso le nostre sicurezze, dove i confini sembrano minati, dove la malattia spesso mutila, dove i rapporti umani che finiscono vengono vissuti come privazioni; manchiamo di solidità, di stabilità, di coerenza. Ci innamoriamo per brevi periodi, in fretta cambiamo idea, pelle, certezze. Siamo fragili, lo siamo sempre stati, ma amiamo metterci a nudo, salvo essere incapaci di reggere l’odio, l’invidia che la fragilità suscita.
L’oro ci protegge. Ci nobilita. Ci rende davvero forti però? O quella dell’arte Kintsugi è l’ennesima moda che passerà nel momento in cui ci saremo stancati di mostrarci e sarà più comodo mettere una maschera? (alle volte mi viene da pensare che questa moda di mettere in mostra le cicatrici sia una sana forma di egocentrismo, non voleteme a male)

Avvicinatevi all’arte Kintsugi con rispetto, per l’arte e per il popolo da cui proviene: vedo troppo spesso cose brutte, ma brutte davvero.
Perché davvero, non basta –prendere un oggetto rotto, aggiustarlo con un po’ d’oro, non importa se bene o se male, conta ci sia dell’oro e venderlo per il suo concetto- per chiamarlo Kintsugi.
Ci vuole molto, tanto di più.

E voi cosa ne pensate?

Kintsugi a Lucca Comics Games 2019

Cosa ci fa una restauratrice a Lucca Comics & Games? Può sembrare un controsenso portare un’arte antica tra cosplay e manga.
Non lo è. Lucca, nelle giornate del Lucca Comics & Games dedica al Giappone una sezione della manifestazione, Japan Town.

Partiamo da una delle più recenti novità in casa Japan Town: Japan Live trova una nuova location arricchita da eventi che mettono al centro la cultura giapponese. Le proposte per intrattenere i visitatori saranno molto variegate spaziando tra laboratori per neo-cosplayer sotto la guida di cosplayer affermati, interviste, performance di idol, karaoke, proposte culinarie da leccarsi i baffi e sfilate di gruppi e associazioni legati alle passioni di chi ama il Giappone.
Fonte Justnerd

Tra le iniziative in programma ci sarà anche una serie di appuntameti dedicati all’arte Kintsugi è un’antica tecnica giapponese che consiste nel restaurare oggetti in ceramica mettendo in evidenza le crepe con polvere d’oro.

A Lucca Comics & Games 2019 quindi proporrò un laboratorio, dove ci si confronterà non solo col restauro di una tazza con la tecnica Kintsugi moderna ma anche con la ricostruzione di ideogrammi: Forza, Coraggio e Impermanenza.

Due saranno gli appuntamenti del corso, tenuti entrambi nella Sala Workshop Japan Town (Sala Botte):

  • Dalle ore 10:00 alle ore 12:00 di sabato 2 novembre
  • Dalle ore 10:00 alle ore 12:00 di domenica 3 novembre

Inoltre, sabato 2 novembre dalle ore 17:00 alle ore 18:00 nella Sala Incontri Japan Town (Auditorium Cappella Guinigi), sarà possibile scoprire di più su questa tecnica artistica nella conferenza “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro”, sempre con Chiara Lorenzetti.

Ricordo che tutti gli eventi di Japan Town sono fuori dal perimetro della manifestazione e quindi non abbisognano del biglietto di ingresso.

Per partecipare occorre inviare una mail a info@chiaraarte.it per i dettagli e costi.

Fonti

Lucca Comics & Games
Just Nerd

Invisibile

Invisibile.
Non sempre abbiamo voglia di mostrare le ferite, semplicemente non serve, non aggiunge nulla al racconto di noi, è un passato finito, lontano, superato
Lasciano un solco dorato, questo sì, che si confonde con la nostra pelle, e si intravede, c’è ma non parla più.
Kintsugi Chiararté, tecnica tradizionale giapponese, lacca urushi e polvere d’oro puro.

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Le linee dorate sono sottili, quasi invisibili su questo gres color terra, scompaiono ma ci sono; così è per noi la vita, non sempre osiamo o riteniamo di mostrare le nostre ferite, ma sappiamo esserci. Profonde, toccanti, il nostro essere vivi.

Kintsugi è una tecnica giapponese nata alla fine del 1400 in Giappone. Una tecnica non solo artistica ma che ha implicazioni filosofiche e psicologiche molto ampie, che riguardano le nostre ferite, quelle dell’anima, di come siamo capaci a rinascere ogni volta più forti e unici.

Kintsugi è una tecnica lenta, utilizza la lacca auctoctona urushi, rispetta i tempi, porta alla riflessione. È un lavoro difficile e minuzioso. Quando mi metto al tavolo di lavoro, la mia mente cambia, rallenta, spesso lavoro in silenzio, il tavolo è diverso. La mente è diversa.
Su ogni pezzo vi è una rottura, un atto che non comporta distruzione ma creazione; con la rottura creo un unico imperfetto che diventa perfetto, ricamato di fili d’oro nelle linee di frattura.

Kintsugi: quando un’arte preziosa diventa una moda

Ecco una selezione di libri trovati online dove la parola giapponese “Kintsugi” è usata in copertina ma all’interno del libro ci sono storie, racconti, poesie, concetti tipicamente occidentali e nulla sulla tecnica.
Non dico sia un errore, anzi, solo constato come un’arte delicata che ha mille sfaccettature, che poggia le sue basi sulla forza della lacca urushi, dedicata al restauro di un oggetto, possa essere spesso usata solo per la metafora visibile dell’oro.

Alle volte mi sembra che venga violata la sua bellezza, la lentezza dei gesti che dedico nelle mie giornate, la cura sottile per le stuccature, la sapiente attenzione al dosare lacca e farina, l’attesa.
Kintsugi non è un miracolo, non è un’arte segreta, è fatica, passione, dedizione. Kintsugi è cura di una ceramica rotta che necessita di essere riparata. La funzione dell’oro è una funzione pratica, decorativa.

Forse sono un’idealista, perdonatemi per questo.

Siamo oro e siamo vivi

Ci si rompe durante la vita, in pezzi piccoli. O grandi. O solo in piccole linee che subito ripariamo. Siamo fragili questo lo so, ma siamo anche forti. Coraggiosi. Intraprendenti. Siamo oro e siamo vivi.

Kintsugi Chiararte

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Restauro Kintsugi da parte di un padre per la propria figlia, per ricordarle che la vita è delicata e preziosa.

Corso di tecnica tradizionale Kintsugi: ciò che resta sono emozioni

Ogni corso ha una sua storia; ogni allievo intesse racconti, passione, arte, curiosità e insieme si crea un tessuto fitto, fatto di relazione e condivisione.

Ho scelto di dedicare parte del mio lavoro di artigiana restauratrice all’insegnamento; non è una scelta a cottimo, non voglio colonizzare il mondo con l’arte Kintsugi. Mi preme però raccontare un’arte sconosciuta o spesso interpretata in maniera poco corretta.
Il tempo che dedico è tempo ben speso, perché come io dono il mio sapere, così mi torna in piacevoli incontri, suggestioni creative e speciali sentimenti.

Insegnare la tecnica tradizionale giapponese Kintsugi è una sfida. Non si tratta solo di insegnare la tecnica, ma di far nascere negli allievi la passione.
È infatti il Kintsugi una tecnica bellissima e preziosa ma è soprattutto una tecnica complessa che presuppone una buona manualità e attitudine.
La lacca urushi, resina naturale estratta dalla pianta Rhus Verniciflua, ha, oltre le sue proprietà di resistenza, forza e impermeabilità, anche il fastidioso inconveniente di essere allergizzante per contatto: se non ben usata, si rischiano situazioni complicate e fastidiose alla pelle.
Questo è un primo scoglio che chi studia deve sapere affrontare e l’unico modo è, prima di tutto, la conoscenza; in secondo luogo, l’approccio umile e il rispetto.

La lacca ha tempi di polimerizzazione delicati che si attivano con temperatura e umidità dedicati; inoltre ha tempi molto lunghi. Tutto questo esula parecchio dal nostro vivere quotidiano, dai materiali chimici con tempi rapidi, programmati, che non abbisognano del nostro controllo; la lacca invece deve essere accudita, seguita passo passo, ogni giorno, affinchè indurisca e sia pronta per il passaggio successivo.
Quanto siamo disposti a dedicare il nostro tempo?
Questo chiedo ai miei allievi, questo spiego loro ed è questo il valore aggiunto che permette di innamorarsi del Kintsugi.

Il corso “Kintsugi, l’arte di riparare con l’oro” che si è appena concluso, organizzato in collaborazione con l’associazione Giappone in Italia e tenutosi presso La Teiera Eclettica a Milano, è stata per me un’esperienza molto interessante. Ho organizzato le lezioni in quattro giornate di quattro ore, distanziate tra loro di una settimana. Questo per dare tempo agli allievi di famigliarizzare con la lentezza della lacca. Ogni allievo aveva a disposizione due ceramiche su cui abbiamo lavorato durante le lezioni, da seguire a casa, controllando temperatura e umidità, e ogni settimana era loro compito riportarle per proseguire il lavoro.
I materiali di uso durante il corso erano invece comuni; ogni allievo doveva prendersi cura di pulire e tenerli con attenzione. È questo infatti la mia prima richiesta, sulla quale sono abbastanza rigorosa: avere rispetto e pulizia dei materiali è sinonimo di saper lavorare, un tavolo pulito è il primo passo per un buon lavoro.

Orietta, Lidia, Mara, Isotta e Helga. Cinque donne, cinque storie diverse, diverse soprattutto le finalità e le aspettative.
Abbiamo formato da subito una squadra, chi non riusciva veniva supportato dalle altre, io stessa ho aiutato in momenti di difficoltà. Il tempo è passato veloce, forse troppo, tra informazioni, silenzi di attenzione, racconti personali e una sempre buona tazza di tè offerta dalla deliziosa pardona di casa Barbara.

Cosa faranno ora le mie allieve? Per ora ammiro i loro lavori, ceramiche curate nelle quali ognuna di loro ha impresso il tocco personale. Ammiro i loro sorrisi felici. E resto in attesa di vederle sbocciare, crescere e creare, con ardimento, professionalità, ma, prima di tutto, con rispetto per un’arte che arriva da un tempo e un paese lontano e di cui noi, con passi leggeri, stiamo apprendendone il senso profondo.

https://kintsugi.chiaraarte.it/corso-di-tecnica-tradizionale-kintsugi-cio-che-resta-sono-emozioni/

Massimo Recalcati e Lessico Amoroso: la metafora del Kintsugi va bene, ma raccontiamolo corretto.

Siete stati in tanti a mandarmi il link o anche solo la suggestione del programma su Rai3 “Lessico Amoroso” condotto da Massimo Recalcati  dedicata al perdono.
Al minuto 24 circa, lo psicoanalista parla di Kintsugi ed è per questo che molti mi hanno pensato: sono felice, ma vi chiedo anche scusa se, a furia di parlarne, ho condizionato anche voi.
Su vostro consiglio ho quindi visto la puntata del programma che non avevo mai visto prima e nemmeno conoscevo Recalcati. Lo psicanalista affronta temi generali con il pubblico in sala, argomentandoli con clip video e immagini: il tema della scorsa puntata era il perdono. Perdono inteso come atto del ricucire una ferita, dell’affrontare un tradimento nella coppia e superarlo. 

E il Kintsugi cosa c’entra? 

Devo dirvi che ultimamente  il Kintsugi è come il prezzemolo, si usa su tutto,  si usa per tutto, occorre solo avere una ferita e poi far volare la metafora piegandola secondo il proprio sentire. Tutto corretto? Sì, ognuno è libero di interpretare l’arte Kintsugi, ma se si vuole parlarne occorre farlo senza errori.
E Massimo Recalcati di errori ne ha fatti parecchi e visto che mi scrivete per avvertirmi di notizie sul Kintsugi, mi sento di mettere ordine.

Ecco alcuni errori della puntata (ai quali sarebbe bastato un piccolo approfondimento per evitarli)

-Kintsugi (kin: oro – tsugi: riparare) si pronuncia Kintsughi e non Kintsugi 

– La tecnica tradizionale giapponese Kintsugi utilizza lacca urushi; nella clip video dietro a Recalcati la tecnica è quella moderna con resina epossidica, corretta ma non dal punto di vista culturale.

“La storia racconta che un ricco mandarino…” così inizia il conduttore, inventando di sana pianta una storia. Inoltre i mandarini sono cinesi, la tecnica Kintsugi è giapponese. 

“L’oggetto prezioso è stato riparato da un vecchio artigiano”, prosegue Recalcati. Questo non è un errore storico/tecnico ma di visione: chi lo ha detto che l’artigiano debba essere per forza vecchio? È questa una pregiudiziale dura a morire, a cui anch’io, all’inizio, ho dovuto sottostare: se sei giovane, non conti.

Le dipinge con oro”!
No Recalcati, no Rai3, NO! Il Kintsugi si realizza posando polvere d’oro su stuccatura realizzata con lacca urushi e finitura a pennello di lacca rossa. Polvere d’oro, non pittura d’oro.

Lo so, è la metafora quella su cui è stato messo l’accento, ma se la base da cui si parte è errata, siamo sicuri che la metafora avrà lo stesso valore?

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La fragilità è un dono, il modo in cui possiamo romperci per ricomporci.

 

Link utili
Lessico Amoroso, la puntata “Il perdono”
Massimo Recalcati, psicoanalista 

Kintsugi è un’arte, non una moda

Succede che mi sento in colpa. Non dovrei, non sono io che muovo le mode, ma questo mio interesse continuo per l’arte Kintsugi, il mio scriverne, il mio praticarla, diffonderla, mi mette di diritto tra quelli che “ne sanno” in Italia. E non solo in Italia.
Tra coloro che ne permettono la conoscenza là dove prima non c’era.
Il mio è un approccio artistico, le mie opere sono opere di artigianato, mani al lavoro; sono lacca e polvere d’oro, nulla più. Sono materia.

Quando scrivo invece, seguo anche la metafora, cercando di entrare piano, quasi sottovoce, in un mondo fatto di debolezza, fragilità, ben consapevole che il messaggio occidentale non ha radici in Oriente, è una narrazione differente, frutto di diverse culture.

Il mio atteggiamento per l’arte Kintsugi è umile. Devo imparare ancora molto e anche quando avrò imparato, ancora dovrò imparare. E anche allora sarò ospite di un paese, della sua cultura e non avrò mai la presunzione di sapere.
Potrò, come già ora faccio, creare una commistione con la mia arte, unendo due conoscenze, ma sempre sarò attenta al rispetto.
Perché Kintsugi  nasce vicino ai fiori di loto, nella semplicità della cerimonia del té, si nutre di essenzialità; risuona dell’eco del wabi sabi, la perfezione dell’oro, la preziosità della fragilità, della rottura.

Ma
Kintsugi oggi è una moda, e spesso viene usato da persone che non ne conoscono il significato vero. Se ne appropriano per mere operazioni di marketing, pensando che basti inserire qua e là, tazza rotta, ferita e oro, per far diventare le parole un Kintsugi.
Kintsugi è bellezza, arte profonda, semplice. È togliere invece di aggiungere, è il tocco del pennello, una linea fine e sottile, non un graffio, non un solco e nemmeno una riga di pennerello nero, grande e arrogante.
Kintsugi è un soffio, non un urlo.

Non tutti i conflitti, non tutte le arti, non tutto può essere vestito del significato di Kintsugi; sebbene io ripeta spesso, anche durante i miei corsi, che l’arte di riparare con l’oro ha molte declinazioni, solo la vera bellezza se ne può vantare il manto.

Riflettete quindi prima di usare Kintsugi: non è infatti una parola, ma uno stile di vita. Non è moda, non marketing, non sporcatevi le labbra con una poesia che non vi appartiene.

Il rispetto di una cultura è il rispetto per l’uomo, per l’umanità.

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Foto Alberto Moro. Chado, Kyoto.