In my blood

In un rivolo dorato, stretto nel petto, rigoglioso scorri, piccole lancinanti scosse mi percorrono, passione spinta oltre.
È quando ti sfioro che le ansie si consumano, piatto svuotato, un cassetto disordinato di eventi e tu, la riga che divide, il bianco e il nero, metti in ordine il disordine che dentro mi alberga, senza mai dovermi chiedere le chiavi.
Nel mio sangue riversa l’incomprensione, nel tuo la mia redenzione.

Tra le righe

Se mi sai leggere dove non vedo, dentro a un sussulto di parole e un magone che s’aggrappa forte, avrai trovato la porta di casa mia.
Sarai il vento della mia tempesta, il miele sul seno, la spalla del riposo, il confine impercettibile tra il tuo corpo e il mio.

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E sarai la strada dove cammino anch’io.

 

Il bene che ti voglio

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Lo senti scorrere il bene che ti voglio? Posato sui fiori del calicantus, profuma di inverno ancora acerbo, di un colore acceso, il giallo dei limoni, aspro, come talvolta sono i tuoi baci, forte come le tue mani quando mi fermano, prima di andare, quando impongono agli occhi il tuo volere, come fiori di un bosco, come una luna nel cielo, o solo una fetta, dipende dal tempo che fa.
Lo senti appartenerti le ossa, il bene che ti voglio? Nella sua fortunata sorte di averti incontrato, tra le strade di nebbia e fango alle volte, altre di pietra lastricata, sarebbe bello di sabbia, non trovi? o di prato verde, immagina una specie di incanto, le strade di sabbia ed erba e nel mezzo una distesa di nulla. E lì, nel vuoto, tu. E io. Dipende da dove la guardi la compagnia, anche dal cuore, lo so, si chiama amore, ma non parliamone più, ti va?

Ho adagiato due rami di calicantus appena fioriti dentro a un vaso che era rotto e ho riparato con l’arte Kintsugi, racconta di me e di mille altri me, non lo vedi? Il giallo dell’oro, il giallo dei fiori, la terra bruciata, rotta e ricostruita.
Così è la vita, ci si rompe, ci si aggiusta. Ci si vuole bene, lo sai.
Il bene.
Lo senti vero il bene che ti voglio?

I giorni, quelli belli.

ricetto

Restano i piatti sporchi nel lavello, accatastati dal cibo condiviso, -dopo-. Resta il silenzio delle circostanze, i capelli arruffati da un abbraccio profondo, il senso di gratitudine, l’amore, di questo sanno le mie mani.
E il bordo tondo del mio cuore.

Il silenzio della cura.

Molti anni fa, ricordo i giorni delle feste. A casa ospitavamo amici lontani che restavano a dormire da noi e mia mamma, il giorno prima, lo passava a pulire a fondo la casa. A me spettava passare la lucidatrice nel pavimento in marmo dell’ingresso e pulire le cornici in argento di famiglia.
Ricordo bene il rumore della lucidatrice, l’odore della cera, le pattine subito dopo, per non sporcare e non rovinare il pavimento. Tutto brillava, i piatti del servizio buono, le posate, si ripassava il corredo, avrebbe potuto sembrare un lavoro, per me era una festa: di lì a poco sarebbero arrivati i miei amici più cari, avrei passato ore felici e spensierate. Certo poi sarebbero partiti, ma ero piccola allora, non pensavo al futuro, erano presente le mie giornate.

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Pochi giorni fa ho scoperto, raccontando ad amici di famiglia la cura che mettevamo nel preparare la casa, che  non si erano mai accorti del pavimento incerato, tutto lucido e brillante. Sentivano però il calore, un sentimento di accoglienza mista all’amore, trasudava dai piatti, dalle luci accese, le pattine no, quelle loro non le dovevano certo mettere: erano gli ospiti, gli amici, graditi, attesi.

Questo ho appreso da mia madre, questo mi resta del suo ricordo: ora, come allora, quando ospito gli amici, preparo la casa, pulisco con cura i dettagli, passo anche la cera, come cent’anni fa, lucido le cornici d’argento, tutto scintilla, tutto attende, tutto è in fermento. Anche dentro di me.
La cura silenziosa, questo è il dono che mi ha lasciato mia mamma, la cura silenziosa e continua per chi si ama. Incondizionatamente.

 

 

È l’amore la strada

anno nuovo

Ci si incontra, amico caro, sotto al vischio, per un bacio, con un vecchio anno arrotolato sotto al braccio, ricco di cose fatte insieme. Cadono dalle tasche, come stelle, i nostri sentimenti, e gli sguardi che non sappiamo trattenere negli occhi colano, sul viso lasciano una scia bagnata e dolce, come l’amore, come sei tu.

Ci si lascia per ritrovarsi ogni volta, un anno che sta finendo, uno che inizia alla soglia, un incontro ogni volta che ci toglie il senso, il fiato oserei dire, forse anche il sangue o lo mescola, io credo, quando mangiamo dallo stesso piatto, il vino servito, bianco, o rosso, come l’amore, come sei tu. Com’è tutto intorno a me.

Ci si appartiene, amico bello, dalle mani calde passa l’anima, tanto la conosce la strada per tornare e se così non fosse, voglio dire, dovessi perderla, come la memoria, sì, penso che l’unico posto dove vorrei che restasse è tra le tue mani, riposta tra le pagine di un libro. Come un anno nuovo che inizia, come l’amore. Come sei tu.

Dove tu sei, Buon Natale

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Cosa importa se qualche augurio è di facciata, un panettone ammuffito posato sul tavolo, una cartolina spedita via mail, senza il cuore, pigiare invio solo per dovere.
C’è anche questo nel nostro Natale, l’ovvietà e il nulla colmo di canditi e gusci di noci, il muto rattristarsi delle vetrine illuminate, i piatti di cappone e mostarda, la carta luccicante e il vuoto nel fondo degli occhi.

Già, c’è anche questo nel mio Natale, ma appena posso mi fermo nel silenzio di questo prato, dove respiro il forte battito della terra, terra dove le anime si sono posate, lievi, prima di me, tra un esserci ed un esistere, spezzati i cuori, mai abbandonati. Mi fermo e ammiro ciò che vedo. E sento.

Sento e amo, questo faccio tra marmi, lapidi e fiori deposti, tra le preghiere, le lacrime, le promesse e i desideri. Amo e dipingo il mio Natale di poesia, consapevole che anche dietro all’ovvietà c’è un cuore. Che batte e vive.
Non esiste la vita senza la sua fine: è nel passare che sta la vera gioia. Anche quella del Natale.

Buon Natale Sereno
Chiara

Ad occhi aperti.

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Certe persone sono così, una rosa, solitaria e delicata, potente nel suo colore e nel messaggio d’amore che porta.
È una bellezza nascosta, solo a fondo si avverte il turbine che le anima, è una bellezza che alle volte viene sfumata da storie complicate -e senza storia-. È una bellezza che va scoperta, alimentata, protetta, curata, con dedizione e tempo, tempo e presenza.

Io ho tenuto aperti gli occhi e ho visto.

E di tutte le esistenze il cuore

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Ci si protegge tra le pieghe bambine delle giornate, il mio volto raccolto tra le tue mani, senz’altra luce che l’orizzonte inclinato di ogni tramonto.
Trascorriamo tra bottiglie di vino rovesciate, il fieno caldo dove nascondere l’amore, il nero scorrere del treno, il buio della galleria, i matti arrotolati sul tappeto saltano, ridono, le gote arrossate dell’orgasmo, il profumo intenso delle spezie, la malattia, la felicità piccola, i segreti nascosti senza il pudore, l’intimità, le rose spezzate.

E di tutte le esistenze il cuore.

Ogni autunno inciampa nella primavera

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Ci si riconosce guardandosi negli occhi, tra malinconia e quel senso intatto di felicità che, malgrado tutto, si attacca in ogni dove.

Anche un petalo riecheggia di primavera.