L’innesto

si dice che una pianta germogli con il seme, la terra che nutre, il vento, sole, la pioggia, la cura, il tempo. Lento, il tempo della semina, della potatura, il fusto che sorregge, un palo vicino, la mano di chi raddrizza, alle volte si lascia libero, altre si addomestica, si dice che una pianta cresca e fiorisca prendendo forza dalla linfa, il suo fondamento.

noi

noi siamo l’innesto, il fiore mescolato, un ramo senza radici che entra nella corteccia, legato stretto, noi siamo la linfa che si mescola, profonda, un circolo vitale che muove le onde, lo sai il rumore del mare vero? noi siamo l’armonia degli scogli, la protezione dai flutti e la loro rovina, siamo. Siamo il cedimento alla passione, il letto rivoltato e le lenzuola bianche, i sogni riavvolti, le parole sommesse la notte, quando si sanguina e lo sai, i dolori rinvengono, palpabili e puri, tra le mani, noi siamo le parole sommesse che ci placano il cuore, l’amore, che sai, qui è una rima ma così non è, sei tu.

noi

 

 

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La presenza dell’esserci

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Si snocciola in tasca il tempo trascorso insieme, dispiegato sul tavolo del bar, tra le tazzine del caffè bevuto in fretta, ingoiato insieme alle parole e agli occhi -fissi- su di te.

Sono stati giorni -lunghi- trascorsi dietro al vetro, senza mai perdersi uno sguardo, sfiorandosi solo la pelle, a volte nemmeno, un filo di respiro tra noi, solo un’intesa sollecita e pura, e cedimenti, paure, corse per sfuggirsi e ritrovarsi, un unico punto fermo, noi.
Sono stati giorni nei quali abbiamo dubitato di quello che avevamo scritto/detto/fatto/visto/sentito, in nome di falsi miti, fenici bruciate e mai risorte, un utero in affitto abortito, una bava di lumaca infettiva, dove passava lasciava arso e brullo. Abbiamo dubitato, corso il rischio di finire, di spegnerci, di non esistere e forse, di non essere mai esistiti.

Sono stati giorni pesanti. Succede che li ripensiamo, più tu che io, che sai bene, la mia memoria dovrebbe essere lunga -sono una donna si dice- ma non lo è, o forse ero morta quando ci siamo fatti a pezzi, non li voglio ricordare più, sono stati giorni bui, ora non più.

Guardo questo muro. Siamo in un bel borgo, ci sono muri ben conservati, case, mattoni, piccole vie pulite e linde. C’è gente che cammina, parla, gente che sorride, potrebbe essere la nostra casa, siamo fatti così, accogliamo, ci apriamo agli altri, siamo il filo da cui tutto si dispiega, siamo un unico sorriso e due vite.
Guardo questo muro. C’è una pianta, forse è glicine, ma è presto, siamo ancora in inverno, non ci sono le gemme ma si vede che la pianta è viva. Resta lì, appoggiata al muro, lui la sorregge, lei lo decora.
Sembriamo noi due, la nostra casa è muro, tu la forza, io la linfa, tu il sostengo, io il decoro.

Guardo questo muro. E poi guardo te, che mi sei accanto e parli e penso che, alle volte, casa è dove sei con me.

E scusa se ci sei tu

E scusa se ci sei tu nelle giornate storte, appese a una stella cadente, sugli orli smangiati di un presente. Di riflesso hai il cuore, sgangherato come le scarpe quando viene inverno e rivedi i buchi che non hai risuolato d’estate, perché ogni presagio non è mai atteso, sebbene tu sappia che c’è. E non parla, ma c’è.
E scusa se ci sei tu ma non saprei fare altro, quando mi specchio nei tuoi occhi per rivedere me bambina e poi donna e tra le tue braccia ho un solo conforto, quello del tempo che sfugge e non sarà mai mio. E non resta, ma c’è.

E scusa se ci sei tu a riparare ogni mio danno, ma non so mettere riparo che non sia tu.

Dunque

Dunque il tempo passa, amico mio, succede che ci si incontrino gli occhi, o le mani, succede che mi interessi a te, alla tua pelle chiara, al soffio di un dente bucato, quelle parole che un giorno erano chiuse ora scorrono lisce, dunque dimmi cos’è cambiato che non so?

Dunque il tempo passa, amico mio, non sai quanto mi strugga nel soccorrerti sempre, nemmeno lo vedi, talvolta sì, quando mangiamo la cioccolata senza pensare che poi è solo zucchero e passerà, le lacrime no, la fitta al cuore, una allo stomaco, viviamo di coltelli conficcati, tu li togli a me, io a te, ritornano i bastardi, li cacciamo via e siamo così, due binari paralleli che si incontrano in un letto, per tornare a correre in direzioni diversi, facciamo giri enormi e tante parole, non hai mai taciuto, nemmeno io, forse chissà, doveva andare così.

Dunque sai, il tempo passa, amore mio, e lo vedo sai quando accarezzi me, i miei pensieri scardinati, i capelli che poggio stanca, la sera, nel grembo delle tue parole.

 

Giorni spettinati

Sai quei giorni spettinati?

Ti ci nascondi nei tuoi capelli, raggomitolata la tristezza tra i nodi, non si riesce a mandarla via.
È la malinconia del tempo finito, dell’assenza, dell’essersi perduti.
Basta allora partire, un viaggio in macchina, il riconoscersi sotto al vischio, tra gli sguardi costanti e rinnovati.

Non è dell’amore che hai bisogno ma della profondità di un sentimento eterno.

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Porto nel cuore

Cosa porto nel cuore?
Una manciata di ricordi, la forza delle mie passioni.
La tenerezza del tuo abbraccio.
Voglio solo pensieri belli, da condividere come un panettone mangiato a pezzi grandi, con le mani, mentre i tuoi occhi raccontano le spirali spesso cieche del tuo cuore.

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Kintsugi Chiarartè

Torno da un viaggio

Torno da un viaggio di lavoro, tre giorni fuori casa, il mio insegnare mi porta in luoghi nuovi, luoghi belli, scelgo dove andare, ascolto le persone e mi fido di quello che sento, perché è il mio cuore che sa.
È nel viaggio il senso, dicono, è nel viaggio il vivere, è nel passare di città in paese, tra colline verdi e la pioggia sottile, tra nastri di asfalto dritti e strade impervie e strette, dove all’improvviso può comparire un cerbiatto, una volpe. O un animale totem, questo l’ho imparato ieri, con gli occhi chiusi, a casa di Alessandra, con sette donne intorno a un tavolo, i cocci sparsi, l’oro che li ricopre piano. Questo l’ho imparato ieri, o forse lo sapevo già, che i volti nuovi spesso raccontano la poesia, a saperla ascoltare, amando amare, osando amare, e non ti dico di più che lo sai.

I miei viaggi non sono mai soli. 
Sono partita da casa, da Biella, e per arrivare a Monteveglio dove mi aspettava Alessandra, sono passata da Modena, Bologna e poi, di ritorno, Milano: la mia cartina geografica ha delle bandierine e ogni bandierina è un cuore, un’amicizia nuova, una antica, un per sempre che si snoda tra i vigneti e le case e sono gli amici i fiori, alle finestre, sui terrazzi, sugli usci delle porte, il benvenuto disegnato che mi accoglie con un sorriso, un dono, una carezza, un piatto pronto e uno da cucinare, un abbraccio stretto, un ritornare alle origini, il letto dove dormire, la testa che riposa sul cuscino mentre il respiro vicino profuma di sonno e pace, tenerezza e baci.

La mia vita è fatta di pezzi, stralci e lenzuola, dipende dal tempo, da cosa accade, la poesia, il giro marcio dei cachi caduti, la delicatezza del gelsomino, la vita mia è fatta di pezzi ed è l’amico il filo che mi unisce, un filo dorato, un ricamo prezioso, ed ogni amico ha un filo e un ago e infila piano, cuce stretto, mi aggrappa alla vita, non la trattiene, la ama, questo fanno gli amici miei, amano. Me.

amici al tavolo