Contemplazione

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Mi soffermo negli spazi delicati, intensi particolari, linee rette e giochi di luce.
È nei dettagli che amo te.

Chiara 

Slow

san nazzaroSono dettagli, infinitesimi fili di capelli, trame tessute sotto la pelle, intrecci di nervi e cuore, ricordi filati e tinti.
Ciò che vedi, è la tua meta, occorre aspettare talvolta per rivedere la tua serenità.
Ma non mettere fretta ai piedi, usa la lentezza, il silenzio, la quiete e l’armonia: non tace chi corre e si perde.

Chiara 

E’ una luce mai spenta

I muri proteggono, dividono, riparano, annullano.
I muri sorgono alti e difendono
O separano.
I muri sono fitti, solidi, costruiti con paziente annientamento. I muri, talvolta, paiono inespugnabili. Una volta gettate le fondamenta, costruito fossati, si lasciano a vedetta, convinti della loro durevolezza.

Ma certi muri hanno fenditoie, mattoni sbrecciati dal tempo che passa, o solo un passaggio tra il di qua e il di là.
chiaravalle

C’è la luce oltre il muro. C’è una luce che splende, che brilla, che buca.chiaravalle1Si creano spazi consenzienti, nei muri, la luce non si contiene, esplode, implode, genera altra luce.chiaravalle3

La luce si compone, scavalca il muro, i limiti, le facciate; la luce entra.chiaravalle5
E’ una luce mai spenta, una luce viva, nel buio, nel silenzio, accanto; la luce c’è.chiaravalle6
E’ una luce mai spenta, il muro non riesce a nascondere l’universo, la luce entra e resta.
E là, crea nuova vita. chiaravalle4

Chiara

Chiaravalle e i suoi monaci: in fondo è il sesso l’unico scopo dello stare insieme, no?

Senza sesso non si vive. Il sesso fa unire persone, sopportare persone, fa uccidere, violentare, fa morire. Il sesso parla più dell’amore e lo si confonde, molto spesso. Quante cose si sopportano per una bella seduta di sesso.

Chiaravalle è uno dei luoghi a me più cari. Per il suo fascino antico, la sua storia, l’architettura, la festa medioevale, il suo chiostro affascinante, la colonna con il capitello a nodo. Chiaravalle ha un’anima pulsante, racconta vita e silenzio, racconta meditazione e pace.
Qui ne ho scritto con le immagini della festa medioevale e qui ne ho scritto per raccontare il modo di dire “avere voce in capitolo”.

Ovvio quindi che sono rimasta stupita, affaticata, un po’ sconvolta da questa notizia: “Sesso, denunce e forse ricatti tra le celle dell’Abbazia di Chiaravalle”
Chi vorrà leggere l’articolo lo troverà qui.
In breve si dice che siano stati denunciati atti sessuali, palpamenti, rapporti orali, tra i monaci e alcuni pellegrini, più che altro disadattati senza fissa dimora. Non si prospetta un vero reato, tanto che il caso è stato archiviato, perché tutti gli atti sono stati consenzienti e i monaci, ove hanno trovato un rifiuto, si sono tirati indietro.
Il sesso è vita, non si può restare senza sesso, è inutile credere di sì. Senza sesso vi è solo castrazione.
E poi, chi mai è capace più di compiere atti di vera castità? Ma se si è scelta la castità, si deve essere abbastanza forti per accettarla e viverla come regola di vita, non contravvenirla per puro piacere!

Immaginare il sesso tra le colonne del chiostro di Chiaravalle, pare un sacrilegio.

Chiaravalle_Chiostro

Chiaravalle_Chiostro

O forse fa molto  Il Nome della Rosa?
(chi ha modo di leggere fino a qui, spero comprenda il senso ironico del post)

Chiara

Abbazia di Viboldone

“Il senso del limite insegna a stare con naturalezza dentro la propria finitudine” Giorgio Boatti

Non  molto tempo fa ho visitato l’Abbazia di Viboldone, nella periferia Sud di Milano. Un luogo antico inserito suo malgrado  in un contesto suburbano incasellato e grigio; un pezzo di storia intatta, quasi estraniata dal mondo e segregato tra tangenziali, svincoli, casermoni e centri commerciali.
Sarà la fede che lo ispira, sarà la potenza dell’arte medievale, sarà un briciolo di rispetto dei tempi trascorsi, quando si varca il cortile dell’Abbazia, ci si sente trasferiti in un incavo di serenità.
Per commentare le mie immagini, non userò le mie parole, come mi è solito, ma il testo di Giorgio Boatti da “Sulle strade del silenzio. Viaggio per monasteri d’Italia e spaesati dintorni” ed.Laterza.(qui la pagina facebook).

Il senso del limite insegna a stare con naturalezza dentro la propria finitudine.
E’ una pratica che richiede l’esercizio dell’attenzione verso gli altri. Un’attenzione da mantenere sempre in allerta, prendendo consapevolezza di quanti altri gesti e modi di essere da parte nostra possono essere invasivi e intrusivi, colpendo ambiti di sensibilità che ci stanno attorno.

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Questo allenamento al governo di sé, delle proprie parole e dei propri gesti, dell’essere consapevoli dello spazio nel quale ci si colloca e dell’uso che si sta facendo del tempo, proprio e altrui, porta a poco a poco a camminare su una sorta di crinale. Lì, invisibile, corre il filo di ciò che è essenziale. A noi e agli altri.2

 

Le mezze misure, le ambiguità, gli accomodamenti, prima ancora di essere interdetti da norme formali – i confini della clausura, per esempio, o l’inizio del Grande Silenzio a partire da una data ora-, sono respinti perché rappresentano una stonatura. Sono una distonia perché opposti e speculari alla scelta di un modo di vivere che ha senso solo se riesce a essere integro, congruo, in ogni aspetto duraturo.

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O si è, insomma, quel che si dice di voler essere, o non lo si è. E allora è inutile fare del teatro o della rappresentazione per camuffare la situazione.

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Il silenzio, proprio perché mette al vaglio ogni parola, è un efficace sparigliatore di ambiguità, un formidabile bastone di sostegno per restare coerenti ai propri propositi. Con l’andare del tempo, ci si rende conto non solo della fatica che questa modalità di stare con se stessi e con gli altri, almeno all’inizio, impone, ma anche della liberazione che a poco a poco regala.

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La sensazione, quasi fisica, è di disporre dentro di sé di un tempo fattosi più lento e arioso.

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E’ di muoversi in uno spazio interiore che si è fatto più agevole, essenziale, sgombrato da inutili orpelli che normalmente lo inzeppano”

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Ho voluto inserire lo scritto di Giorgio Boatti tra le mie immagini, perchè è stato scritto durante un soggiorno nel monastero di Viboldone, adiacente all’Abbazia e retto dalle suore  della comunità di Madre Margherita Marchi. Vi ho ritrovato molti dei sentimenti da me provati, un senso di rientro nella propria mente, un assetato desiderio di distacco e intimità.
Ciò che ho sentito equivale a quello che sentirete voi

Chiara 

 

Quando non si ha voce in capitolo.

Chiaravalle è un luogo affascinante.
Situata al limitare di Milano, quando la città sconfina nel verde, svetta con la sua austera tipica forma medioevale.
Abbazia cistercense, viene eretta nel 1135 per volontà di san Bernardo e fu la prima ad essere costruita sul suolo milanese. A seguire ci furono Morimondo, Viboldone, Mirasole e Moulè. ( vedi strada delle abbazie.it)

Nel complesso abbaziale, vi trova luogo il Capitolo, una stanza ove si riuniva l’abate con i monaci per definire l’organizzazione dell’abbazia e le sue regole. Il Capitolo di Chiaravalle si affaccia sul chiostro e proprio sul chiostro vi è presente una grande finestra.

Chiaravalle_Chiostro

Chiaravalle_Chiostro

I conversi e i novizi potevano assistere alle assemblee dal di fuori, ascoltare, ma non potevano intervenire con le proprie opinioni.

foto di Goffredo Viti Chiaravalle_Capitolo

foto di Goffredo Viti
Chiaravalle_Capitolo

Da qui nasce la dicitura “non avere voce in capitolo”
Così si dice di chi non ha le peculiarità, non ha il permesso, il grado di appartenenza ad una discussione; così si dice di cose che non ci devono interessare, che appartengono ad altri. Così si dice di cose a cui non abbiamo diretto accesso, a cui non possiamo partecipare.

Questo non significa essere esclusi, ma che le nostre parole, i giudizi eventuali, il dissenso, il diniego, non sono accettati e comunque non hanno nessun valore nel capitolo.

Capito quale è il nostro Capitolo, dove noi siamo abati e non semplici spettatori, molta parte della vita diventa più facile.
Capito dove invece siamo solo conversi e senza alcun diritto di replica o giudizio, viene facile mettersi da parte e occuparsi solo di ciò che ci compete.
Quanto sarebbe più facile la vita con mansioni definite.

Chiara 

In un affresco ritrovo me stessa dipinta

Succedono accadimenti nella vita di ognuno che ci cambiano. Che diventano spartiacque, e il declino pare inevitabile. Molto spesso la confusione generata diventa soffocante e nebbia, oltre la quale non si intuisce neppure uno straccio d’orizzonte.
Il tempo lavora e sebbene certe ferite nessuno abbia imparato a cancellarle, e non ne esiste cura se non la dimenticanza, prima o poi gli effetti negativi scemano e i ricordi sfumano.
La vita torna normale, qualche peso in più sulle spalle, ma si continua. Ogni volta diversi, quello sì.

Accadde non molto tempo fa un fatto che fu taglio netto ed imprevisto, improvviso e fulmineo.
Fu causa di ricordo un’immagine donata, che risvegliò la memoria e ancora fu prepotente la mano che mi spinse. Mi accorsi allora che  la barriera costruita non era stata bene saldata, che fondamenta lasse s’erano fatte.

Talvolta penso a quel giorno che spartì il destino e crebbe d’altro la vita,
un cancro appeso agli occhi inariditi di speranza.
Rivedo nebbia e buio e lati d’angoscia e tutto s’è confuso nella mente
ed alcun passaggio mai s’immaginò allora di rivalsa.
S’appannava il presente, il viver quieto s’era dannato,
solo un velo cieco brancolava nel cuore a dispensare lacrime amare.

Fu quasi presagio allora alzare il viso in penitenza nell’austera abbazia
e vedere tra affreschi ed intonaco vivo, tra archi solenni ed imperiosi,
dipanato lo sguardo, quel netto difetto d’essere,
la differenza, prepotente e vivo contatto con il cuore.
Ci fu indicata la via, in una finestra retta, unica uscita da quel giorno mesto,
presenza d’eternità nel seppur ristretto spazio.

Ed ora sono qui, muratore di me stessa, a metter creta e terra a sbarramento e vetri di colore per fare serenità, nei muri alti e stretti per proteggere il mio cuore, laddove s’è tentato di farlo sanguinare.IMG_4965

Chiara