Quando incontri Gioia

Gioia è una condizione di vita, un attimo spesso fugace, improvviso, un lampo, beato e splendido. Siamo così attratti dal buco nero delle disillusioni che spesso non vediamo Gioia. Eppure c’è.

Gioia è una donna. Una donna con profondi occhi azzurri nei quali si vede -se solo si ferma lo sguardo- il mare, il suo fondale, l’orizzonte e quello che c’è oltre. Gioia ha dolcezza e sorriso contagiosi, non so se è il nome a definirti la vita, per Gioia lo è.

Gioia dovrebbe stare immobile. Per un valido motivo, ma Gioia è in movimento. Lo è perché “nessuno sa essere forte come una persona fragile”. Gioia ha scelto di amare, cantare, praticare Aikido, conoscere gente, viaggiare. Ha scelto di vivere quando le condizioni fuori e dentro di sé le imponevano di fermarsi.

“Se io penso davvero di essere forte, lo sono”

Video di Cristiana  Capotondi, montaggio Jacopo Ramella Pajrin per Telethon

Gioia ha tanti progetti, “Fragile”, una raccolta fotografica di sua sorella Ilaria, “Le Cardamomò”, gruppo musicale e mille altri fantastici.

Il prossimo progetto lo farà anche con me. E ve ne racconterò, a breve, appena tutto sarà definito.
Parlerà di oro. Parlerà di lei. E parlerà di me. 

Gioia è affetta dalla sindrome di Ehlers Danlos, ma vi assicuro che di Gioia è l’ultima cosa che vi verrà di pensare.

Fragile http://www.ilariadibiagio.com/site/index.php?/projects/fragile/
Gioia di Biagio https://www.facebook.com/gioiadibiagio
Jacopo Ramella Pajrin http://www.lavoricreativi.com/profilo-persona/DIREZIONE%20CREATIVA/122894.html
Le Cardamomò http://www.lecardamomo.com
Sindrome di Elher Danlos https://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Ehlers-Danlos

Sono stata lì

Sì, sono stata lì, nemmeno lo immagini quanto sia stata lì, nel vortice lento delle carezze e del sonno, sono stata lì.
Ho posseduto le ore allentando le viti degli orologi, spegnendo la sveglia -fate silenzio quando l’amore respira- il ticchettio sincopato al cuore, il ritmo impazzito delle stagioni e la pioggia, il vento, il sole che fai accadere.
Sì, sono stata lì, a rovistare tra i cassetti e le parole lasciate senza chiave, che di chiavi non è mai stato tempo, ad arrotolare anelli di cipolla rossa buona per farne frittata, sgusciando il guscio della pelle, la tua, fino a giungere al cuore, il mio. Ho impilato a terra libri, fatto spazio tra i mille proponimenti e le tende chiuse, che al buio il silenzio fugge via e s’accosta la voce come miele alle orecchie; ho distinto il bianco dal nero, il vecchio dal nuovo, da non confondere con l’ieri che non c’è più anche se c’è stato e alle volte occhieggia, stanco, mi pare che sia così, come stanco sei tu. Ma ora non più.

Sì, sono stata lì, dove da sempre resto, mentre il polline vola tra i rami di primavera. Fermo lo sguardo un attimo e ci sei tu.

Il senso di colpa della prematurità

Questo è un post scritto di getto, uno di quelli che nascono dentro ed escono come un fiume in piena, senza un vero controllo sulle parole e l’ortografia. Uno di quei post che spesso rifuggo, che probabilmente domani cancellerò; ma ora lo scrivo perché sento di doverlo fare, sento che mi merito di scriverlo, è una pacca sulla spalla, un parlare sommesso tra me e me che sento di voler raccontare, come se una parte di me si staccasse via, per poi ritornare. Un volo, un viaggio, un planare lento, un ritornare, così è vivere.
È un post lungo, non gli metto la fine, lascio che scorra via, dove deve andare lui lo sa.

Sono ambasciatrice per la città di Biella dell’associazione Cuore di Maglia che confeziona completini in lana per bambini nati prematuri e ricoverati nelle terapie intensive di quasi tutti gli ospedali italiani, i -neonatini- come sono stati chiamati da una responsabile di reparto. Sono ambasciatrice e coordino con un’assistente spalla-amica-sostegno 40 volontarie che lavorano a maglia. Il bizzarro o forse l’incomprensibile, è che io non so lavorare a maglia.
Sono arrivata all’associazione perché mamma di due bambini nati prematuri, Marco di 1,700Kg e Franci di 1,800kg. Oggi non sarebbero più chiamati prematuri ma 20 anni fa sì. Restarono entrambi un mese in ospedale, di cui due settimane in incubatrice e due settimane nella culla termica.
Il primo parto prematuro fu uno strano viaggio, ricordo quel mese come un viaggio sospeso per aria. Non credo di ricordare che mi capitasse di respirare. Mia mamma all’epoca era già gravemente malata, era su di una carrozzina e io potevo andare dal mio bambino solo una volta al giorno, vestita come un palombaro.
Quando Marco nacque io stavo dormendo sotto anestesia. Non lo vidi nascere, seppi al mio risveglio che era vivo ma piccolo e che era in incubatrice. Non lo vidi per tre giorni, ero a letto con catetere e flebo. Non c’erano i cellulari, potevo solo immaginarlo da come me lo descriveva il suo papà. Io ero sospesa, non credo capissi che ero diventata madre, ero viva, lui era vivo, entrambi per miracolo, ma nessuno dei due sapeva dell’altro, da un capo all’altro dello stesso ospedale.
Io se ci penso adesso mi si strappa il cuore. A pezzi, anzi a morsi stretti, a morsi, sì. Dopo tre giorni potei incontrarlo, da dietro al vetro, non ricordo neppure se mi fosse stato concesso di toccarlo attraverso gli oblò, lui e il suo pannolone enorme e le gambette piccole, due stecchini e il viso tondo, dormiva attaccato a mille tubicini. Sono stati 30 giorni strani, prima hai la pancia, poi non ce l’hai più ma non hai neppure tuo figlio. Se posso provare a raccontare è come camminare senza le gambe. La gente ti guarda e non capisce e non osa chiederti, perché non sa. O forse immagina.
Il senso di colpa per la sua nascita prematura non avvenne subito, ma dopo qualche giorno. Cominciai a capire che se tutte le altre mamme avevano partorito un figlio normale (ahimè, che orrore di parola, ma questo sentivo) e io no, il problema non potevo che essere io. Non mio marito, non la genetica, non mio figlio: io.
Quando tornò a casa mio figlio, il 24 gennaio, ricordo che facemmo una festa. Gli confezionai un cappellino a punta, con i festoni. Eravamo mio figlio, il suo papà e la sua mamma: solo ora mi accorgo che eravamo soli.
Dopo tre anni nacque Francesca, anche lei prematura e questa volta piansi tanto, mi strappai io il cuore, a pezzi, tanti. E non volli tenere i pezzi. E nessuno me li raccolse. Li gettai lontano, non volevo vedere, non volevo sapere, non me la sentivo di vivere un’altra volta l’incubatrice, l’ospedale. Mia mamma nel frattempo stava lasciando la vita. Forse per lasciare il posto a sua nipote, chissà.
La mattina dopo il parto andai in reparto in vestaglia, ero stanca, debole, avevo perso tanto sangue, avevano dovuto farmi una trasfusione. Entrai senza voglia.
Vicino all’incubatrice di mia figlia c’era un’incubatrice vuota. Quella stessa incubatrice che il giorno prima avevo visto con due giovani genitori e una bambina piccola, più piccola della mia, un pacchetto, una briciola di vita.
Nessuno disse nulla, io non chiesi nulla.
Quel vuoto non venne colmato, la vita a fianco della morte, nella stessa linea. Un vuoto e un dolore immenso e un coraggio che era tornato, io che avevo ricevuto il dono della vita a dover lottare contro quella morte che ci aveva sfiorato, un soffio. E aveva deciso di non portarsi via mia figlia. Ma un’altra incubatrice, non la mia.
Non fu facile per nulla nemmeno questa volta, ma mentre per il primo parto vivevo su di una nuvola, questa volta avevo un figlio di tre anni da accudire, che voleva la sua sorellina e piangeva ogni sera, la mia mamma che mi stava lasciando, i piedi dentro a delle catene, strette, questa volta nessuno volo sospeso, ma un pantano, un fango.

Non fu facile ma tirai il latte ogni cinque ore, feci agopuntura per allattare mia figlia, andai con costanza in reparto, obbligai la pediatra a fare uscire mia figlia dall’incubatrice per poterla allattare, 1 minuto ogni volta, lei si stancava subito, ma io non ho mai mollato, lei doveva farcela e uscire.
L’8 maggio Franci uscì dall’ospedale, pochi giorni dopo mia mamma morì, la vita è così, non sempre riesce a darti il meglio, fa come riesce. O come può.
E con la mia piccola il senso di colpa crebbe forte, altezzoso; se di un figlio ti fai una ragione, di due prematuri no. Credo sia umano. Credo fosse giusto.
Non crollai mai. Non ebbi disperazione, al funerale di mia madre ho sorriso a tutti mentre mia figlia era a casa con un’amica. Ebbi forza, fui coraggiosa, non so. Credo sarebbe stato normale crollassi, nessuno me ne diede la ragione, il tempo, nessuno mi disse: “puoi farlo, devi essere triste, guarda cosa hai vissuto, vedi il dolore che hai provato, ti meriti tutto il pianto del mondo”
Nessuno lo fece.

Oggi ho conosciuto Marcello Florita. È uno psicologo, padre di due gemelli nati prematuri. Ha scritto “Come respira una piuma”, la sua storia di padre prematuro. Nelle sue parole ho sentito il mio dolore, l’ho sentito per la prima volta riconosciuto come tale e oggi per la prima volta mi sono detta ciò che nessuno mai mi ha detto in questi anni: “Brava, sei stata brava. Hai superato il dolore, ce l’hai fatta, i tuoi figli sono sani, tu stai bene, hai tutto il diritto del dolore che hai provato. E non è stata colpa tua.”

Oggi mi sento ancora più con il cuore a pezzi. Ma sono pezzi di specchio, riflettono il cielo e il sole, quello luminoso che i miei figli hanno negli occhi.

Chiara, 8 aprile 2017

Sesso e parole

Sesso e parole giacciono sul letto sparse, inchiostro di penna che scrive piano, escono dalla gola, ordinate e fiere, escono da orgasmi caldi, confuse e strozzate dalla passione, sesso e parole sulle mani.

Non chiamarlo amore, che amore non è, se solo un battito si nasconde sotto il ciglio delle labbra e diventa allegria, sarà altro, sarà vita tua. E mia.

“Scarica il pdf GRATIS” è un sito farlocco? Chi ha qualche informazione?

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Nelle mie ricerche online ho trovato l’indirizzo http://superadjacenter.xyz/1326926691_kintsugi-larte-di-riparare-con-loro# (ometto il link cliccabile per non dargli ulteriore visibilità)

Accedendovi trovo la possibilità di scaricare il PDF GRATIS del mio libro. Viene anche indicato che normalmente questo libro ti costa 11,65€” quando invece su Amazon costa 14,56€ (qui il link) 

Ho provato ad accedere al sito, occorre registrarsi e dare il numero della propria carta di credito. Ovvio che non ho proceduto.

È una cosa legale? Occorre tutelarsi? È una truffa? Occorre denunciare?
Chi sa come fare?
Perché non è tanto per il mio libro, ma per il rispetto delle regole e dell’editoria in genere.
Grazie

Il blog Bonaventura di Bello parla di un sito TRUFFA ILLEGALE simile http://bonaventuradibello.it/blog/pdf4it-libri-piratati-scaricare-libri-pdf-gratis-truffa/

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Può essere che mi sbagli, ma 999 followers sono tanta roba.

Baci a tutti, ci metterò un po’ a passare in ogni casa, aspettatemi. Magari con un caffè 🙂

Chiara

What I’m Thankful For

È nella curva tonda delle tue labbra che faccio nido dei miei baci, tra le tue braccia forti la calma dei miei giorni.
È quando chino il capo di fronte a te, in segno di rispetto, quando sorrido della luna scolpita ai lati dei tuoi occhi.
È quando ci sei che rendo grazie al Signore per la pace che ho. 

 

Cuore di Maglia, una Buona Causa.org

Cuore di Maglia: spesso ne ho scritto nel blog. Innamoratami della cura che le mani delle cuoresse hanno nel confezionare minuti lavori a maglia, della Care che protegge, rinforza e riscalda i bambini nati prematuri, della premura che rincuora le mamme e i papà in un momento difficile come un parto prematuro, mi sono proposta al direttivo e da qualche mese sono Ambasciatrice di Cuore di Maglia per la mia città, Biella, affiancata da Annalisa, assistente ed esperta magliaia.12790974_1266803906681823_752187132816050945_n

Cosa faccio? Ho creato un gruppo di donne (ma sono bene accetti anche gli uomini) che ama lavorare a maglia; ho dato loro gli schemi che Cuore di Maglia ha creato appositamente per i piccoli prematuri, con accortezze speciali e misure dedicate. E, insieme, lavoriamo a maglia per i bambini nati prematuri e ricoverati negli ospedali d’Italia.

Dovete sapere che l’aspettativa di vita per un bambino nato prematuro parte dai 600gr, un peso infinitesimo, una forza straordinaria, tanto che mi sento di chiamarli piccoli eroi: prendete un sacchetto di riso di 1 kg, toglietene 400 gr e provate a soppesarlo con le mani, a cullarlo, a immaginare di trovare una vena per un prelievo, a deporlo in una incubatrice. E se 600 gr vi sembra una follia, pensate che i miei figli, entrambi, sono nati che pesavano 1,700 gr e 1,800 gr. Dei colossi, vero? Ma non abbastanza per venire a casa con me e quindi hanno trascorso del tempo nel reparto prematuri.

Torniamo a Cuore di Maglia: cosa fa? Crea indumenti, cappellini, scarpine, sacchi nanna, copertine, in lana merinos che vanno a riscaldare i piccoli nelle terapie intensive di tutti gli ospedali di Italia. Già, perché siamo circa 50 ambasciatrici in tutta Italia e copriamo un numero poco più alto di ospedali.

Cuore di Maglia, cosa fa, dove si trova, come fare per farne parte: le informazioni le trovate tutte qui, nel sito Cuore di Maglia (clicca sul nome)13240574_1328951867133693_422307193011374201_n

Cosa serve? Serve la lana, che deve essere lana merinos, adatta ai piccoli prematuri. E come la troviamo? Con le donazioni. Ecco che Buona Causa.org (clicca per arrivare al progetto) è un buon modo per aiutarci: 5000€ per 2000 gomitoli che diventeranno meravigliosi Kit per i piccoli eroi.

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Link utili
Cuore di Maglia il sito https://cuoredimaglia.wordpress.com/
Cuore di Maglia la pagina Facebook 
https://www.facebook.com/Cuore-di-Maglia-169641523064739/?fref=ts
Dona su Buona Causa.org https://buonacausa.org/cause/gomitoli-per-cuore-di-maglia#.WBL8qgAmgaM.facebook

The box

Un lento risveglio da ancestrali paure, ristrette, rattrappite le membra, braccia incrociate, la mente non è da meno, sotterra il subconscio.
Evado dal presente, inscatolato -non fear- s’allargano i polmoni -breath- l’aria invade e acceca, blocca per un attimo il cuore -immobilized, non death, only breath-
Stropiccio le ossa, i nervi attendono al comando, scatti irregolari di pulsioni sessuali, morbide, sinuose attraversano la corrente, muscoli, rinasce, rivive, cambia, evolve, risveglia-non fear- è l’esistenza che batte, la scatola è stretta, il vetro, trasparente, fuori si vede il mondo, la testa piegata -vivo- smodata vita.
Esco. 

P.s: ho ascoltato questo brano qualche ora fa alla radio, non lo conoscevo. Mi sono vista dentro a una scatola di vetro, come una contorsionista. Ne sono nate delle parole psichedeliche, il senso di una rinascita.
A casa ho cercato il video e ho trovato una donna in una scatola.
Non credo di avere doti di preveggenza; può una musica evocare immagini?

Le persone che amo

Nell’indecisione e imprecisione della vita, di una cosa ho certezza: le persone che amo.

James Taylor, qui nel suo intimo racconto da Oprah Winfrey, straordinario e affascinante, a tratti commovente.

e Yo-Yo Ma, violoncellista, amico di James Taylor, qui nel trailer del film “Yo Yo Ma e i musicisti della Via della Seta” in prima assoluta questa sera a Milano.