Certe perfezioni

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Winter Wineyard. Le Langhe. Piemonte -Roberto Pellegrino

Certe perfezioni meritano il silenzio per perdersi dentro.

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Tra le righe

Se mi sai leggere dove non vedo, dentro a un sussulto di parole e un magone che s’aggrappa forte, avrai trovato la porta di casa mia.
Sarai il vento della mia tempesta, il miele sul seno, la spalla del riposo, il confine impercettibile tra il tuo corpo e il mio.

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E sarai la strada dove cammino anch’io.

 

Sta finendo anche l’acqua benedetta

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Ridotta dentro a una ciotola azzurra, piccola, mesta, rilegata tra stretti confini di vetro, l’acqua santa agogna lo spazio perfetto della fonte. Ma è poca, due dita al massimo per sporcarsi di benedizione e si perderebbe.

È un segno dei tempi se anche l’acqua benedetta viene risparmiata?
Verrebbe prosciugata dalle crepe del marmo, bevuta dai fedeli, rubata dai piccioni, sconsacrata dai turisti? Quanto costa l’acqua santa? Quanta dedizione deve sprecare il prete che la benedice? Forse un litro è troppo? È uno sforzo che non può sopportare? Forse teme che la bevano, la colorino, ci mettano la schiuma, il sapone, le dita dentro?
Le dita servono, sono il segno del fedele, anche una mano potrebbe immergerci per fare ancora più sua la pace della fede.

Allora perché è così poca, Signore? Per rammentare che la fede sta finendo, che il tempo del fiume del battesimo di Gesù è terminato e restano solo poche gocce alla fine?

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Il bene che ti voglio

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Lo senti scorrere il bene che ti voglio? Posato sui fiori del calicantus, profuma di inverno ancora acerbo, di un colore acceso, il giallo dei limoni, aspro, come talvolta sono i tuoi baci, forte come le tue mani quando mi fermano, prima di andare, quando impongono agli occhi il tuo volere, come fiori di un bosco, come una luna nel cielo, o solo una fetta, dipende dal tempo che fa.
Lo senti appartenerti le ossa, il bene che ti voglio? Nella sua fortunata sorte di averti incontrato, tra le strade di nebbia e fango alle volte, altre di pietra lastricata, sarebbe bello di sabbia, non trovi? o di prato verde, immagina una specie di incanto, le strade di sabbia ed erba e nel mezzo una distesa di nulla. E lì, nel vuoto, tu. E io. Dipende da dove la guardi la compagnia, anche dal cuore, lo so, si chiama amore, ma non parliamone più, ti va?

Ho adagiato due rami di calicantus appena fioriti dentro a un vaso che era rotto e ho riparato con l’arte Kintsugi, racconta di me e di mille altri me, non lo vedi? Il giallo dell’oro, il giallo dei fiori, la terra bruciata, rotta e ricostruita.
Così è la vita, ci si rompe, ci si aggiusta. Ci si vuole bene, lo sai.
Il bene.
Lo senti vero il bene che ti voglio?

I giorni, quelli belli.

ricetto

Restano i piatti sporchi nel lavello, accatastati dal cibo condiviso, -dopo-. Resta il silenzio delle circostanze, i capelli arruffati da un abbraccio profondo, il senso di gratitudine, l’amore, di questo sanno le mie mani.
E il bordo tondo del mio cuore.

È l’amore la strada

anno nuovo

Ci si incontra, amico caro, sotto al vischio, per un bacio, con un vecchio anno arrotolato sotto al braccio, ricco di cose fatte insieme. Cadono dalle tasche, come stelle, i nostri sentimenti, e gli sguardi che non sappiamo trattenere negli occhi colano, sul viso lasciano una scia bagnata e dolce, come l’amore, come sei tu.

Ci si lascia per ritrovarsi ogni volta, un anno che sta finendo, uno che inizia alla soglia, un incontro ogni volta che ci toglie il senso, il fiato oserei dire, forse anche il sangue o lo mescola, io credo, quando mangiamo dallo stesso piatto, il vino servito, bianco, o rosso, come l’amore, come sei tu. Com’è tutto intorno a me.

Ci si appartiene, amico bello, dalle mani calde passa l’anima, tanto la conosce la strada per tornare e se così non fosse, voglio dire, dovessi perderla, come la memoria, sì, penso che l’unico posto dove vorrei che restasse è tra le tue mani, riposta tra le pagine di un libro. Come un anno nuovo che inizia, come l’amore. Come sei tu.

Dove tu sei, Buon Natale

mancanza

Cosa importa se qualche augurio è di facciata, un panettone ammuffito posato sul tavolo, una cartolina spedita via mail, senza il cuore, pigiare invio solo per dovere.
C’è anche questo nel nostro Natale, l’ovvietà e il nulla colmo di canditi e gusci di noci, il muto rattristarsi delle vetrine illuminate, i piatti di cappone e mostarda, la carta luccicante e il vuoto nel fondo degli occhi.

Già, c’è anche questo nel mio Natale, ma appena posso mi fermo nel silenzio di questo prato, dove respiro il forte battito della terra, terra dove le anime si sono posate, lievi, prima di me, tra un esserci ed un esistere, spezzati i cuori, mai abbandonati. Mi fermo e ammiro ciò che vedo. E sento.

Sento e amo, questo faccio tra marmi, lapidi e fiori deposti, tra le preghiere, le lacrime, le promesse e i desideri. Amo e dipingo il mio Natale di poesia, consapevole che anche dietro all’ovvietà c’è un cuore. Che batte e vive.
Non esiste la vita senza la sua fine: è nel passare che sta la vera gioia. Anche quella del Natale.

Buon Natale Sereno
Chiara