Il tempo per elaborare la perdita

Il tempo ha mille accezioni, si pensa sia solo uno scorrere monotono e regolare di attimi, ma in realtà è mille cose altre e ognuno di noi ne conosce la declinazione.
Il tempo è soggettivo, dipende da come viviamo, dipende da come stiamo, dove siamo, le variabili sono infinite: ma tu come lo vivi?

Io ho cercato di fermarmi a riflettere su quello che è successo. Lo so, la pandemia ancora insiste su di noi, conosco bene i limiti, ma non posso mettere dubbio sul fatto che sono successe delle situazioni che ora non ci sono più e con le quali ho dovuto inevitabilmente fare i conti.

Sono stata a casa. Ho vissuto la perdita di tutti i miei progetti che implicavano uno spostamento – ed erano tanti e importanti -. Ho pianto.
Ho deciso che piangere fosse il modo migliore per affrontare la perdita. Mi sono presa il tempo per piangere. Non lo reputo infantile, mi sono sentita adulta e consapevole; arrabbiata, delusa, affranta, desolata. Adulta ma triste e in grado di piangere. Anzi, era corretto che io piangessi, mi meritavo di piangere.
Non ho mai pensato che ci fosse qualcuno che poteva stare peggio di me, come era vero che fosse, mi sono concentrata su di me, mi sono presa il tempo giusto per me.

Dopo ho cominciato a fare. Non necessariamente i lavori che avevo in programma, ho inventato. Ho creato situazioni nuove, inedite, legate al filo stretto della distanza, il corso online di Kintsugi moderno, la nuova collezione di ciondoli “Close2U”, la mostra virtuale di arte Kintsugi. Quel tempo non era un tempo ordinario, ma un tempo nuovo ed è così che l’ho vissuto, dando anima e pensieri per costruire qualcosa di dedicato. Sì, il tempo dedicato al covid, un tempo limitato.

Ho vissuto a casa, con marito e figlia, un tempo solitario e un tempo in comune, cercando per ognuno di noi di creare uno spazio di condivisione e di solitudine, consapevoli che fosse il rispetto a dominare ogni nostra azione. Mio figlio vive lontano, a Dubai, anche lui obbligato al lockdown, non ero pronta a non vederlo per mesi -avevo programmato una vacanza da lui, ora solo rimandata- e ho sofferto parecchio la lontananza non raggiungibile: è stato, ed è ancora, il tempo della distanza. Questo è un tempo che alle volte strozza il fiato e i pensieri, devo solo restare in silenzio, ferma, ad aspettare che passi la fase acuta e passa, passa quando capisco quanto sia importante che i figli crescano perseguendo le proprie passioni e amori.

Tempo. Ho chiamato questo periodo tempo sospeso ma in realtà è stato un contenitore di piccoli segmenti di tempo che ho vissuto seguendo ogni mattina un progetto nuovo, pronta a cambiarlo, così come si segue una corrente variabile, la marea, un’onda improvvisa, veleggiando a vista. E no, non ho avuto strumenti di bordo, solo la vita a farmi da timone.

Ora, in attesa che qualcosa cambi, divisa tra il prima e il dopo, compresa nell’oggi, sto riprendendo un tempo di normalità che equivale ad adattare le nuove regole a quello che facevo prima. Non è complicato, basta sapersi adattare, basta evitare falsi allarmismi e disagi elevati, senza odio, rabbia, o critiche insensate.

E sto sperimentando il tempo vuoto.
Cos’è il tempo vuoto? Non è il tempo dell’ozio, è il tempo del lasciare fluire. Il tempo dell’ascoltare, il tempo del riposo e il tempo della crescita.
Si dice che quando si è piccoli e si resta a letto con la febbre, si cresca.
Il tempo vuoto è questo: restare distesi e sentirsi crescere.
Non mi capita spesso di dedicarmi il tempo vuoto, c’è una sorta di ansia da riempimento, ma ora più che mai sento che me lo merito.
Ce lo meritiamo tutti, dopo aver dedicato tempo ad elaborare le perdite, ora ci meritiamo il tempo vuoto.

Poi, domani o chissà, arriverà di nuovo il tempo del fare.