Arrendersi alla rottura

Ho ricevuto in restauro questa bellissima tazza giapponese: durante un viaggio, pur protetta dentro a una solida scatola di legno, si è rotta in molti pezzi, alcuni piccolissimi frammenti.
Dopo aver fatto il preventivo, il cliente mi ha chiesto consiglio sul da farsi, non tanto per il costo quanto per la fattibilità del lavoro: può un oggetto così rotto tornare al suo splendore? Ne vale la pena?

Com’è difficile consigliare un cliente, posso farlo se conosco il valore commerciale dell’oggetto ma se il valore invece è personale?
Se si tratta di vita, di sentimenti, di intimità, come posso consigliare?

La tazza è molto bella, finemente decorata in oro e policromia, un sottile gres giapponese della metà del 1800. Con perizia, calma, pazienza, dedizione e tanto tempo, la posso restaurare, usando l’arte Kintsugi che maggiormente si accosta allo stile, all’epoca e al paese di provenienza.

Sì, la posso recuperare, pezzo per pezzo, anche i piccoli frammenti e dove non li troverò, ci sarà la lacca urushi e l’oro a colmare gli spazi.

Ma.
Ma c’è invece un tempo in cui bisogna arrendersi alla rottura? Oltre il quale nulla è più possibile? E non necessario?

7 pensieri su “Arrendersi alla rottura

    • Condivido la tua opinione, anche per me c’è un momento in cui arrendersi alla rottura. Il vecchio laboratorio si affacciava su di un torrente, spesso impetuoso. Facevo quindi un rito, quando si decideva di non proseguire con il restauro, gettavamo i cocci dalla finestra, persi nell’impeto dell’acqua.
      Era liberatorio. E mi salvava da certi lavori impossibili 🙂

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