Sì, l’ho pensato anch’io.

Da qualche anno a Biella, la mia città, c’è una moschea. È stata costruita nel tempo e piano piano abbellita, con un grande giardino intorno e muri colorati.
La moschea si trova accanto al cimitero, i muri confinano e il parcheggio è uno solo.
Mia mamma è sepolta in questo cimitero e spesso mi capita di andare a fare visita al suo ricordo. È successo che in tempi di ramadam e di qualche funerale ci sia stata molta folla nel parcheggio tanto da rendere la vita difficile a tutti.

I primi anni sono stata diffidente, una nuova cultura, mi dicevo che era sbagliato, che forse davvero ci avrebbero portato via il lavoro, che non era giusto che si vestissero diversi da noi, che erano a casa nostra e dovevano seguire le nostre regole. Che il parcheggio era del mio cimitero e non della loro moschea. Ho anche fatto balenare il pensiero che tra di loro potesse esserci qualche terrorista.

Sì, l’ho pensato anch’io.

Ora non più. Negli anni si è addolcito il mio pensiero, non vedo più dei diversi ma delle persone. Non delle differenze insormontabili ma dei costumi, non delle imposizioni ma delle idee. Persone, non casa mia e casa loro, solo casa.

A fianco del muro del cimitero c’è un campo da gioco per i bambini musulmani. Oggi, mentre ero al cimitero, li sentivo ridere e correre. Li sentivo giocare.
E mi è venuto spontaneo sorridere. Perché questo luogo di lacrime era rallegrato dalle grida di bambini, la vita. Senza differenza di razza, sorrisi e giochi oltre un muro.

A portare conforto al silenzio eterno, senza differenza di razza, etnia, ceto sociale o sesso: la stessa unica, identica, dignità.

Pensare che è così semplice…

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