Il senso di colpa della prematurità

Questo è un post scritto di getto, uno di quelli che nascono dentro ed escono come un fiume in piena, senza un vero controllo sulle parole e l’ortografia. Uno di quei post che spesso rifuggo, che probabilmente domani cancellerò; ma ora lo scrivo perché sento di doverlo fare, sento che mi merito di scriverlo, è una pacca sulla spalla, un parlare sommesso tra me e me che sento di voler raccontare, come se una parte di me si staccasse via, per poi ritornare. Un volo, un viaggio, un planare lento, un ritornare, così è vivere.
È un post lungo, non gli metto la fine, lascio che scorra via, dove deve andare lui lo sa.

Sono ambasciatrice per la città di Biella dell’associazione Cuore di Maglia che confeziona completini in lana per bambini nati prematuri e ricoverati nelle terapie intensive di quasi tutti gli ospedali italiani, i -neonatini- come sono stati chiamati da una responsabile di reparto. Sono ambasciatrice e coordino con un’assistente spalla-amica-sostegno 40 volontarie che lavorano a maglia. Il bizzarro o forse l’incomprensibile, è che io non so lavorare a maglia.
Sono arrivata all’associazione perché mamma di due bambini nati prematuri, Marco di 1,700Kg e Franci di 1,800kg. Oggi non sarebbero più chiamati prematuri ma 20 anni fa sì. Restarono entrambi un mese in ospedale, di cui due settimane in incubatrice e due settimane nella culla termica.
Il primo parto prematuro fu uno strano viaggio, ricordo quel mese come un viaggio sospeso per aria. Non credo di ricordare che mi capitasse di respirare. Mia mamma all’epoca era già gravemente malata, era su di una carrozzina e io potevo andare dal mio bambino solo una volta al giorno, vestita come un palombaro.
Quando Marco nacque io stavo dormendo sotto anestesia. Non lo vidi nascere, seppi al mio risveglio che era vivo ma piccolo e che era in incubatrice. Non lo vidi per tre giorni, ero a letto con catetere e flebo. Non c’erano i cellulari, potevo solo immaginarlo da come me lo descriveva il suo papà. Io ero sospesa, non credo capissi che ero diventata madre, ero viva, lui era vivo, entrambi per miracolo, ma nessuno dei due sapeva dell’altro, da un capo all’altro dello stesso ospedale.
Io se ci penso adesso mi si strappa il cuore. A pezzi, anzi a morsi stretti, a morsi, sì. Dopo tre giorni potei incontrarlo, da dietro al vetro, non ricordo neppure se mi fosse stato concesso di toccarlo attraverso gli oblò, lui e il suo pannolone enorme e le gambette piccole, due stecchini e il viso tondo, dormiva attaccato a mille tubicini. Sono stati 30 giorni strani, prima hai la pancia, poi non ce l’hai più ma non hai neppure tuo figlio. Se posso provare a raccontare è come camminare senza le gambe. La gente ti guarda e non capisce e non osa chiederti, perché non sa. O forse immagina.
Il senso di colpa per la sua nascita prematura non avvenne subito, ma dopo qualche giorno. Cominciai a capire che se tutte le altre mamme avevano partorito un figlio normale (ahimè, che orrore di parola, ma questo sentivo) e io no, il problema non potevo che essere io. Non mio marito, non la genetica, non mio figlio: io.
Quando tornò a casa mio figlio, il 24 gennaio, ricordo che facemmo una festa. Gli confezionai un cappellino a punta, con i festoni. Eravamo mio figlio, il suo papà e la sua mamma: solo ora mi accorgo che eravamo soli.
Dopo tre anni nacque Francesca, anche lei prematura e questa volta piansi tanto, mi strappai io il cuore, a pezzi, tanti. E non volli tenere i pezzi. E nessuno me li raccolse. Li gettai lontano, non volevo vedere, non volevo sapere, non me la sentivo di vivere un’altra volta l’incubatrice, l’ospedale. Mia mamma nel frattempo stava lasciando la vita. Forse per lasciare il posto a sua nipote, chissà.
La mattina dopo il parto andai in reparto in vestaglia, ero stanca, debole, avevo perso tanto sangue, avevano dovuto farmi una trasfusione. Entrai senza voglia.
Vicino all’incubatrice di mia figlia c’era un’incubatrice vuota. Quella stessa incubatrice che il giorno prima avevo visto con due giovani genitori e una bambina piccola, più piccola della mia, un pacchetto, una briciola di vita.
Nessuno disse nulla, io non chiesi nulla.
Quel vuoto non venne colmato, la vita a fianco della morte, nella stessa linea. Un vuoto e un dolore immenso e un coraggio che era tornato, io che avevo ricevuto il dono della vita a dover lottare contro quella morte che ci aveva sfiorato, un soffio. E aveva deciso di non portarsi via mia figlia. Ma un’altra incubatrice, non la mia.
Non fu facile per nulla nemmeno questa volta, ma mentre per il primo parto vivevo su di una nuvola, questa volta avevo un figlio di tre anni da accudire, che voleva la sua sorellina e piangeva ogni sera, la mia mamma che mi stava lasciando, i piedi dentro a delle catene, strette, questa volta nessuno volo sospeso, ma un pantano, un fango.

Non fu facile ma tirai il latte ogni cinque ore, feci agopuntura per allattare mia figlia, andai con costanza in reparto, obbligai la pediatra a fare uscire mia figlia dall’incubatrice per poterla allattare, 1 minuto ogni volta, lei si stancava subito, ma io non ho mai mollato, lei doveva farcela e uscire.
L’8 maggio Franci uscì dall’ospedale, pochi giorni dopo mia mamma morì, la vita è così, non sempre riesce a darti il meglio, fa come riesce. O come può.
E con la mia piccola il senso di colpa crebbe forte, altezzoso; se di un figlio ti fai una ragione, di due prematuri no. Credo sia umano. Credo fosse giusto.
Non crollai mai. Non ebbi disperazione, al funerale di mia madre ho sorriso a tutti mentre mia figlia era a casa con una babysitter. Ebbi forza, fui coraggiosa, non so. Credo sarebbe stato normale crollassi, nessuno me ne diede la ragione, il tempo, nessuno mi disse: “puoi farlo, devi essere triste, guarda cosa hai vissuto, vedi il dolore che hai provato, ti meriti tutto il pianto del mondo”
Nessuno lo fece.

Oggi ho conosciuto Marcello Florita. È uno psicologo, padre di due gemelli nati prematuri. Ha scritto “Come respira una piuma”, la sua storia di padre prematuro. Nelle sue parole ho sentito il mio dolore, l’ho sentito per la prima volta riconosciuto come tale e oggi per la prima volta mi sono detta ciò che nessuno mai mi ha detto in questi anni: “Brava, sei stata brava. Hai superato il dolore, ce l’hai fatta, i tuoi figli sono sani, tu stai bene, hai tutto il diritto del dolore che hai provato. E non è stata colpa tua.”

Oggi mi sento ancora più con il cuore a pezzi. Ma sono pezzi di specchio, riflettono il cielo e il sole, quello luminoso che i miei figli hanno negli occhi.

Chiara, 8 aprile 2017

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27 pensieri su “Il senso di colpa della prematurità

  1. Ciao tesoro…non commento spesso…ma questo post…ho bisogno di commentarlo! Io sono nata prematura…1.600kg…e sono stata 21 giorni in ospedale…e mia madre sa…cosa si prova…e il dolore! Ma sono qui…in mezzo a voi…e con tutti voi! Il dolore…per un figlio è massacrante…ti distruggere lo so…(anche se vorrei non saperlo)…ho perso una figlia appena nata…e posso comprendere ciò che hai provato in quel momento…purtroppo…anche io non ho sentito nulla…ma non perché in anestesia…ma perché lei…non ha mai pianto…!
    E la vita va così…scorre…a volte ci butta giù…ma ci rialziamo…
    L’unica cosa che ti dico è: non farti una colpa di niente…non sempre le cose che succedono sono causate da noi…ma piuttosto abbracciati e di a te stessa che sei forte! Perché lo sei…
    Un abbraccio enorme!

    • Quando ho pensato di scrivere questo post non ho immaginato che avrei ricevuto da voi blogger la vostra vita. Mi spiace per quello che hai vissuto, io grazie al cielo i miei figli, seppur prematuri, li ho tutti e due con me ma non riesco neppure a immaginare cosa hai potuto provare, un dramma immenso.
      Sì, sono forte, lo sei anche tu, tu più di tutti.
      Ti abbraccio anch’io, tanto.

    • Un papà. Un ruolo importante, fondamentale, che spesso si dimentica concentrandosi sulla mamma.
      Grazie, e sì, credo lascerò questo post. Se lo rileggo mi commuovo, significa che deve restare dov’è. è ancora il suo tempo.
      Buona notte

      • In realtà, il mio firmare “un papà” non voleva sottolineare il ruolo, quanto evidenziare l’emozione trasmessa anche a chi, per genere, non “può capire” cosa senta una madre.

  2. Non dovevi aspettare così tanto Chiara…
    Sii cio’che sei sempre e ricorda
    Non siamo cemento che si sgretola…
    Noi siamo come canne al vento ci pieghiamo a volte fino a baciare la terra ma torniamo su’ dritte e forti a sfidare ogni tempesta.
    Un abbraccio grande.L.

    • Le parole trovano la loro strada da sole, è difficile definire il loro tempo. Alle volte accadono dei fatti che le fanno dispiegare, tutte insieme, ed è bene che accada come è successo a me ieri.
      Sì, hai ragione, siamo canne al vento, anche se, talvolta, raramente, siamo cemento e ci sgretoliamo e non ci ricostruiamo più, restiamo monchi.
      Buona notte e un abbraccio reso.

  3. NON C’ E’ ALCUNA COLPA, DARE LA VITA E’ COMUNQUE UN DONO GIOIOSO. MI HAI RICORDATO IL DRAMMA DI MIA MADRE CHE PARTORI’ IL PRIMOGENITO -1937- IN UN PAESINO PUGLIESE E LO VIDE MORTO PER LE MANOVRE DELLA LEVATRICE.
    VOLLE IL TRASFERIMENTO A NAPOLI DELLA FAMIGLIA DOVE SONO NATO NEL 40, SEMPRE CON UNA LEVATRICE, E MI RACCONTAVA DI ESSERE TERRORIZZATA. HA RESISTITO COME TE E MI HA REGALATO DUE SORELLE.
    COMPRENDO IL TORMENTO E SPERO CHE QUESTA CONFIDENZA TI RESTITUISCA LA PACE INTERIORE E LA CONSAPEVOLEZZA CHE ALTRO NON POTEVI FARE, COME DICE BONHOFER, QUANDO DIO CI METTE ALLA PROVA, E’ PIU’ VICINO A NOI. antonio

    • Sì, hai ragione, altro non potevo fare, ma non è semplice.
      Vero è che guardo i miei figli e sono belli e sereni e io sono orgogliosa di loro. E tutte le prove che ho dovuto passare le rifarei per continuare a vedere i loro visi luminosi.
      Grazie Antonio per la tua storia, è un conforto sentire raccontare storia vissute.
      Un abbraccio

  4. Mia madre me lo racconta sempre, ad ogni compleanno: 1,600 grammi alla nascita. 1,400 grammi dopo pochi giorni, con il calo fisiologico. Mi racconta il suo disagio, la paura di non farcela, le dissero “Non sappiano chi salveremo”. Mi racconta delle parole della gente: “Non avrai mai una figlia normale”. E del suo malessere, il sentirsi una madre “Non buona a fare figli”, della suo sentirsi in colpa.
    Ogni anno l’ascolto, rivivo con lei momenti che ho vissuto ma di cui non ho memoria. Sai, ormai ne ho quaranta 😀 , e insomma, il peggio è passato, no? 😉

    • Il peggio passa, ma vedi che tua mamma ancora ti racconta. Un parto non lo dimentichi, un parto prematuro è ancora più difficile collocarlo nei ricordi delle cose passate. Non dico che un figlio nato prematuro debba avere attenzioni particolari rispetto a un figlio nato a termine, ma che una mamma aggiunge un pezzo di cuore in più. E quando vede che tutto procede, come te e i tuoi bellissimi 40 anni, allora è ogni volta più serena.
      Grazie del tuo racconto 🙂 come ho scritto sopra non pensavo che un post intimo potesse regalarmi tante belle storie ❤

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