Un’opera d’arte muore? La vostra opinione.

Un’opera d’arte muore? E se sì, chi decreta la sua morte e quando? E qual è il ruolo del restauratore?

Ho letto un interessante articolo su ICON, The institute of Conservation di Londra (qui l’articolo), un dibattito tra due restauratori nato su twitter.
L’articolo porta alla luce un problema che spesso noi restauratori siamo obbligati, nostro malgrado, a risolvere: un’opera d’arte muore?

“…sappiamo considerare le piccole e grandi rotture, quantificare anche da piccolissimi dettagli la perdita del valore”
I restauratori conoscono i materiali, vanno a fondo nello studio degli stessi, nelle interazioni con i prodotti usati; sanno ricomporli, consolidarli, integrarli quando ci sono grandi e piccole lacune; ma sanno fermarsi quando l’opera ha un disfacimento tale da aver raggiunto il punto di non ritorno?

“Ci sono oggetti che sono al di là della salvezza: di solito quelli che contengono un elemento che andando avanti nel tempo si degraderà. Inoltre, la dolorosa realtà è che lo spazio e le restrizioni di budget ci impongono decisioni su dove spendere le risorse al meglio.”
Soprattutto opere d’arte moderna sono realizzate con materiali facilmente degradabili, alcune progettate proprio per avere una durata brevissima; altre, frutto alle volte di avventati restauri precedenti o utilizzo in luoghi malsani, sono vittime di degradi veloci e incontrollati. Da non sottovalutare, maggiormente in Italia, l’enorme quantità di materiale e la poca disponibilità e di spazi e di denaro da spendere nella conservazione. I sotterranei dei musei (cito il Museo Archeologico di Torino nel quale ho lavorato diversi anni fa così come il Museo del Territorio di Biella) sono colmi all’inverosimile di oggetti che non vedranno forse mai l’esposizione ma che abbisognano in ogni caso di un programmato progetto di revisione e conservazione. Abbiamo tutto questo denaro da investire nei sotterranei quando neppure gli oggetti esposti riescono ad essere seguiti nei restauri?
“Dove un oggetto rappresenta un considerevole dispendio in trattamento o stoccaggio specializzato, e quando la maggior parte delle informazioni sulla loro importanza o la costruzione sono state perse, sì, l’oggetto si può definire morto.” Così la valutazione di Lizz Trasher sulla fine di un’opera d’arte. Ovvio che la decisione deve essere presa in accordo con il proprietario, con il direttore del Museo, con lo storico, tutte figure che, dopo aver raccolto più informazioni possibili, si prendono la responsabilità di decretare il momento in cui “non c’è più nulla da fare”.

“La conservazione è un processo socio-culturale e non solo strettamente legata all’oggetto. E’ la conservazione del suo valore il nostro obiettivo.” prosegue l’articolo, ed è un tratto della professione del restauratore che spesso non viene considerato. Si lavora all’oggetto, alla sua forma, conservazione, senza ricordarsi che l’oggetto non è fine a se stesso, ma frutto di un elaborato percorso storico, un valore determinato non sempre dal reale valore oggettivo ma da intessute relazioni con la gente, storiche e affettive.
Quindi se un oggetto ha raggiunto un punto di non ritorno ed è considerato morto, deve comunque essere tenuto in vita perché è un simbolo per la comunità?
“La consultazione con la comunità culturale in questione è la chiave. Dobbiamo essere pronti a spiegare la situazione, ed essere in grado di lavorare con la comunità”
E come? Raccogliendo il maggior numero di informazioni storiche, della tradizione, dei materiali legati all’opera e conservandoli alla memoria quando per l’opera stessa non sarà più possibile. Più è ampia la documentazione e meno si avranno indecisioni nel momento in cui verrà decretata la morte di un oggetto.

“Ci sono linee guida e procedure formali? No, non esistono per ora linee guida o tabelle che determinino il limite che, una volta oltrepassato, non permette di tornare indietro; e il dibattito è aperto.

“Nel frattempo, non credo che possiamo dire che un oggetto è morto, solo che attualmente non ha valore distinguibile e non avremo più cura.” Meglio smaltire l’oggetto o conservarlo comunque?

Domande di difficile soluzione. Nel caso di clienti privati e di oggetti di poco valore la situazione è più semplice perché le variabili sono poche e facilmente risolvibili con una domanda: quanto costa?
Ma non è lo stesso quando ci si trova di fronte a oggetti di grandissimo valore storico, magari uno degli unici reperti di testimonianza; in questo caso la decisione è davvero sofferta e scoraggiante. Non siamo preparati a staccare la spina, ci si sente impotenti e sconfitti di fronte al danno irreparabile.

La morte di un’opera d’arte è un dibattito aperto in evoluzione: vi invito a parteciparvi dando la vostra opinione.

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23 pensieri su “Un’opera d’arte muore? La vostra opinione.

  1. Mi vengono in mente i recenti “ripristini” artistici – grazie alle stampanti 3D – delle opere distrutte dall’ISIS.
    Ma c’è stato anche il caso delle antiche mura di un castello (mi pare in Irlanda o da quelle parti lì), sostenute da una più moderna parete di cemento armato.
    E che dire di quello che è successo di recente alla Grande muraglia cinese?
    Quindi, alla fine, cosa conta realmente?
    Fare in modo che l’originale sopravviva – pur con interventi moderni – o che ne rimanga una memoria storica, anche se dalla natura artificiosa?
    Sinceramente credo si debba intervenire laddove ne valga veramente la pena, in pratica dove non venga snaturata l’origine del reperto da salvare; altrimenti lo lascerei com’è e, per dare un’idea della visione d’insieme, mi affiderei alle elaborazioni digitali.

    • Quindi tu sei dell’idea di salvare il salvabile. Anche se ne resta solo un pezzetto.
      È però una soluzione complessa, come appunto spiegato prima, per logistica e costi. Non basterebbe uno scritto o una elaborazione virtuale secondo te?
      Sì, è un tema interessante che mi tocca da vicino e che troppo spesso mi trovo ad affrontare senza saper dare una soluzione oggettiva.
      Ciao

  2. Articolo davvero interessante e ricco di punti di riflessione. È chiaro che un’opera d’arte ricca di passato, e giunta a noi attraverso i secoli, una volta restaurata non sarà più la stessa, ma almeno ci viene data la possibilità di goderne ancora oggi, comprendere il periodo storico, oltre che il metodo e la motivazione dell’artista in quel contesto. A volte non è facile digerire quei restauri profondi e moderni su un pezzo antiquato, soprattutto per la differenza di tecniche e la perdita dell’anima stessa dell’artista, mentre, in altri casi, la necessità di lasciar perdere può essere condivisibile e consigliabile, ma è difficile dover scegliere ciò che vada salvato e cosa invece distrutto, soprattutto se entrano in campo i sentimenti. Spero che venga almeno salvato tutto ciò che ci ricorda cosa siamo stati capaci di fare senza tecnologia, e che ci possa dare spunti per affrontare il futuro.

    • Alle volte, nel paradosso, non si riescono a salvare opere d’arte moderna perché fatte con materiali deperibili, piuttosto che opere antichissime e che hanno resistito agli anni. Ti cito ad esempio la doratura a guazzo con oro in foglia vero: se conservata bene una doratura del 1300 arriva perfetta a noi perché la tecnica a guazzo è una tecnica molto resistente e l’oro non si ossida.
      Ciò che però è davvero difficile è decidere quando non conviene più investire tempo e denaro nel tentativo di salvare l’insalvabile. E quando è meglio ricostruire virtualmente una memoria storica.

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