In debito del suo amore.

La notte era ancora buia quando partirono. Caricarono i mobili in silenzio, le parole appese ai sogni, gli occhi ancora nel letto, l’odore di caffè tra i denti impastati dal fumo della sigaretta.

Il padre, benigno, osservava lavorare i suoi figli, il frutto del suo divenire, di quel sud amato e odiato, radice che non molla la presa.
A casa, tra i piatti della colazione, la moglie, i fichi appesi a seccare al balcone, i piedi al mare una volta l’anno, il resto del tempo a governare la vita, la luce, il cammino, la forza profusa. La destinazione.

Ogni mattina la terra arida e dura, la sua terra natia, lo istruiva per strada: macinavano ruote e carburante, spizzicando un panino di colazione e lui raccontava storie sempre nuove, di antichi ricordi, uno per ogni paese, uno per ogni desiderio fatto vivo, a quei figli attenti, ancora e sempre in debito del suo amore.

Quel giorno dovettero andare in un paese di montagna, la strada tortuosa e irta, il paese dei santi con le vesta ricamate d’oro, racchiusi nelle teche di legno pronti per le processioni nei giorni di ritorno degli emigranti. Ogni santo un miracolo, ogni santo una devozione, il Santo e la Madonna in prima fila, tra candele accese ed ex voto.

Arrivarono all’ora del pranzo, il panino fu rotto dalla fame e se ne mangiarono un altro, che la fatica sarebbe stata tanta. La strada era stretta per passare e le scale unica via: si presero tutto sulle spalle, gli uomini forti della fatica, l’orgoglio del padre, l’amore della madre. E fecero sera a portare pesi, tra risa e scherzi come portassero fiori e gli venne offerto un dolce, il caffè, un fico e un pezzo di salame con il pane quando tirarono su a braccia la lavatrice.

Il paese tutto s’era fermato e ogni volta era come una festa, in quella terra dura ma lieta per quella gente che aveva il dono dell’allegria, del dovere e della compostezza. 

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