Sono i nostri occhi che fanno l’arte?

È stata donata in questi giorni all’Ospedale “Degli Infermi” di Biella, l’opera “Sul filo” dell’artista biellese Giorgio Cigna.

giorgio cigna

Sul filo – Giorgio Cigna, 1988

L’opera, come descritta nel sito della Regione Piemonte da Ufficio Stampa ASL BI : (qui l’articolo completo)

“Un’opera che sintetizza in modo forte ed espressivo la natura di questo grande artista e che mette in evidenza, nel luogo che per eccellenza è preposto alla cura della sofferenza, la volontà forte di contrastarla.
Il piccolo uomo, pur schiacciato e oppresso dal dolore, dunque, continua la sua battaglia per passare dal buio alla luce correndo per risalire la china. Un concetto, quello della corsa, che Giorgio Cigna rivendica spesso con l’arte e che ritroviamo anche nelle sue parole ( … ) “Se viene buio fischiate e cantate sul ponte. Sui ponti si transita. Transitare fa bene. Fischiando. Corri, corri, figlio, sui ponti. Canta sui ponti, costruisci ponti. Fischia. Balla. Corri. Corri” (Giorgio Cigna – da una fischiata del 1988).
“Sul filo” è un inno alla speranza perché “questo piccolo uomo mentre percorre il suo cammino in salita – pur compresso – può trovare la forza d’animo per riacquistare fiducia e disvelare la gioia del vivere”. “Un gesto – ha detto il direttore generale Gianni Bonelli – di cui siamo grati perché contribuisce ad aggiungere un altro tassello in quella costruzione di percorsi “umanizzati” all’interno dell’ospedale che possono solo far bene. L’arte è uno strumento potente e va di certo in questa direzione”. L’intento è quello di trasmettere un messaggio positivo a tutti coloro che ogni giorno, entrando in ospedale, affrontano la loro personale battaglia contro la malattia.

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Ho visto l’opera, che è di grandi dimensioni, prima di leggere questa descrizione. Sarà che la mia condizione fisica attuale grava sul ginocchio destro, in attesa della protesi che mi verrà fatta non prima di dieci anni, dolorante, che da 30 anni mi obbliga a visite, operazioni, sedute di fisioterapia, infiltrazioni, raggi, risonanze, stampelle, plantari, ma io in quell’enorme quadro non ho visto la salvezza ma l’oppressione.
L’omino che nell’intento dell’autore sale la china sul filo uscendo dal tunnel del buio, tra un femore e una tibia, io l’ho inteso invece come schiacciato, soffocato dal peso della sofferenza.
E la metà del quadro nera, sebbene rappresenti il passaggio dal buio alla luce, inquieta.

So che dovreste vederlo nel contesto, un grande spazio bianco, prima di dire, ma così, d’impatto, a voi che emozioni da?
L’arte parla un linguaggio universale o tante piccole lingue soggettive?

Chiara 

Giorgio Cigna
Nato a Biella nel 1939, Giorgio Cigna si trasferisce a Milano e si diploma all’accademia di Brera nel 1963. Già dal 1959 inizia ad esporre in rassegne nazionali e internazionali. La moglie, Fiorella Cigna Boveri, lo descrive “estroso nella creatività provocatoria e mirabile nel rappresentare con ironia la drammaticità del vivere al di là d’ogni formale banalità”. Giorgio Cigna utilizza per i suoi lavori forme e materiali originali, creando straordinarie pitture, mosaici e sculture. Nel 1968 esegue nel biellese tre opere murali di grande dimensione per la scuola elementare di Pavignano, per l’attuale liceo classico G. e Q. Sella e per l’asilo nido del Vernato; nel 1972 un grande mosaico per la scuola media di Pettinengo. Nella provincia di Biella sono presenti sue opere al Palazzo Gromo Losa, al Museo del Territorio e presso la Fondazione Cassa di Risparmio.

 

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7 pensieri su “Sono i nostri occhi che fanno l’arte?

  1. Dell’arte e sull’arte contemporanea si parla si parla si parla e se ne dice di tutto pur di inquadrarla in una spiegazione. Ora, a mio avviso, senza interferire col mio giudizio soggettivo, a volerla analizzare oggettivamente, quello che vedo non ha minimamente nulla di sollievo, tutt’altro, l’ombra nera a sinistra avanza con la sua gravità verso un “omino!” schiacciato tra due ossa (forse un femore?). Direi che si tratti piuttosto di un quadro clinico, bello o brutto che sia, collocato forse in una sede inidonea (se lo vogliamo considerare un invito alla liberazione dalla sofferenza!).
    Mi ricorda questo episodio che citi, un evento analogo che accadde qualche anno fa qui a Napoli, al di fuori della Sede dell’Istitut Nazionale dei Tumori “Pascale”; fu collocata una dolente e drammatica statua in bronzo di una donna disperata che si teneva la testa tra le mani… evidentemente una debacle da parte dell’artista e del committente!

    • Ho citato il mio esempio personale perché quella testa di femore o tibia che sia, mi ricorda ogni volta che passo il mio caso infinito e quindi altamente suggestionabile.
      Però vedo che anche tu leggi più la sofferenza che la liberazione.
      Sappiamo bene che l’autore quasi mai riesce a rendere il suo pensiero, soprattutto nell’arte moderna, tanto che appunto ci vuole un foglietto esplicato; è poi vero che è l’uomo che si ferma di fronte a poter giudicare ed esternare le sue emozioni.
      Come mi confermi, già un altro caso si è verificato.

  2. Senza leggere il tuo post ho guardato l’immagine e ho vi ho visto un cammino, lento di sofferenza in…salita.
    Ora non so ma oltre la posizione, la forma e l’espressione dell’omino non mi pare molto “Felice”….
    Non è certamente un immagine positiva…
    Ma tant’è….

    Ciao Chiara

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