Pablo Atchugarry, il Michelangelo del XXI secolo

Ospito volentieri l’intervista che Paolo Casalengo, caro amico, ha fatto a Pablo Atchugarry, scultore uruguaiano, considerato il Michelangelo del XXI secolo.
Chiara 

Cara Chiara,
lo scorso febbraio ho avuto l’opportunità di intervistare lo scultore uruguaiano Pablo Atchugarry. Per quanto, per motivi contingenti, ci abbia poi messo più di tre mesi a concludere questo articolo, mi fa piacere oggi potere pubblicare sul tuo sito l’intervista, per condividere l’esperienza con Te ed i tuoi lettori.

Ho incontrato Pablo Atchugarry a Roma, ai Mercati di Traiano, uno spazio espositivo incredibilmente suggestivo, per chi non lo conoscesse, sito in Via Nazionale e affacciato sui Fori Imperiali.

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Pablo Atchugarry e Paolo Casalengo

Le opere in marmo dell’artista uruguaiano completano e rinnovano l’esposizione statuaria classica del museo. Collega l’antico figurativo, al moderno astratto, il marmo, il supporto scelto da Pablo per la realizzazione delle sue opere scultoree.

Devo ringraziare, per l’opportunità, Cristina Guarnieri, promotrice della serata “Un ponte culturale tra Italia e Urugay”, cara amica e appassionata scrittrice ed editrice. Cristina ha molto a cuore la poesia che, assieme all’arte, è il tema portante del tuo sito.

Forse mi sono dilungato troppo nel contestualizzare l’evento, ma mi perdonerai pensando che era la prima volta che intervistavo un artista di quel calibro (in realtà la prima volta che intervistavo un artista!) e quell’esperienza mi ha profondamente emozionato.

Atchugarry è un artista di fama mondiale, considerato il “Michelangelo del XXI secolo” perché scolpisce nel marmo e si ispira al grande scultore rinascimentale, lavorando la pietra per liberare le forme dall’eccesso di materia. Un approccio alla scultura “per sottrazione”.

Pablo è un “omone”, grande e grosso. Tutta la sua figura possente sembra fatta apposta per scolpire. Le sue mani sono forti e larghe, ma quando ci siamo presentati le ho sentite morbide e “pastose”, non dure e callose come ci si potrebbe aspettare da chi, nei momenti creativi, scolpisce per dodici ore al giorno.

Lo sguardo è luminoso, il sorriso aperto e sincero. Il volto si accende parlando di arte. Pensando che è un personaggio di fama mondiale, abituato a concedere interviste, la passione e l’accortezza che ha messo nel rispondere alle domande di un perfetto sconosciuto sono state, per me, una garanzia della sua sincerità artistica.

Insomma, non “se la tira” per niente! Una bella persona.

Pablo, dove vivi?

Sono spesso in giro, per l’Italia ed il mondo, ma ci sono due posti in cui scolpisco: Lecco, sul Lago di Como, dove ho uno studio da 34 anni, e l’Uruguay, dove nove anni fa ho costituito una fondazione e aperto uno studio.

La scelta dei due luoghi di lavoro, dove scolpisci, è legata all’ispirazione? Sono luoghi, conoscendo il fascino del Lago di Como e della natura sudamericana, che ti ispirano nella produzione delle tue opere?

No. La scelta dei luoghi in cui ho i miei studi è dovuta al caso della vita. Ho trovato casa a Lecco 35 anni fa. Il Lago di Como e il Marmo di Carrara erano i miei sogni fin da ragazzo. Poter lavorare in Italia e su quel marmo è stato il compimento di un destino che ho coltivato fin da giovane.

E, allora, dov’è che cogli l’ispirazione per le tue opere? Durante i tuoi viaggi?

L’ispirazione si trova scavando in noi, viene da dentro. Il vero viaggio è quello che facciamo nella nostra coscienza.

Ho preparato questa intervista con Chiara e un’altra amica. Lavorando “a 6 mani” ci siamo posti delle domande sulle tue opere e quella che ci è sembrata più pertinente è: perché alcune tue opere hanno un nome e altre no?

All’inizio, quando la mia arte era più figurativa, sceglievo dei nomi, ovvi, per le opere. Nel tempo le mie rappresentazioni sono diventate astratte, sono “opere di sintesi”. Attribuire il nome all’opera lega lo spettatore ad una precisa rappresentazione. Senza il nome lo spettatore è più libero di cogliere la propria personale interpretazione. Ho voluto evitare di fare come Fontana, per esempio, le cui opere si chiamano tutte “Concetto spaziale”. Meglio non metterne nessuno, di nome!

Questa osservazione mi fa venire in mente una questione di cui trattiamo spesso parlando di poesia: le tue opere, come le poesie, “di chi sono”? Sono tue che le crei o sono dello spettatore che le guarda?

Le opere sono autonome. Sono come dei figli. I genitori c’entrano, perché portano il loro patrimonio genetico, ma i figli sono dell’Umanità. Le opere, poi, vivono nel tempo. Il tempo è importante e conta molto sull’accettazione delle opere da parte del pubblico. Il tempo è un fattore trasversale che attraversa le opere e riesce a spostarle negli anni.

Cristina, presente all’intervista, gli ha detto che scrivo poesie e ha sottolineato che scrivo in metrica, “oggi, dove è già molto difficile che si legga poesia, scrivere addirittura sonetti è controcorrente”, ha aggiunto.

È come scolpire nel marmo. Esistono oggi tanti diversi supporti per la scultura, e ne ho anche sperimentati alcuni. Ma alla fine sono tornato al marmo, che richiede un particolare rigore tecnico nella produzione dell’opera.

Come la metrica, per le poesie, ho concluso.

Anche Michelangelo componeva sonetti, e poi scolpiva, dipingeva… Un artista grandissimo, veramente eclettico, un genio del suo tempo. Ma in tutte le epoche ci sono stati dei Michelangelo, basta scoprirli. E anche al giorno d’oggi ci sono molti giovani promettenti che bisogna scoprire, per poi aiutarli a coltivare le proprie passioni.

Ci siamo quindi salutati molto cordialmente e Cristina ci ha fatto la foto che pubblichiamo nel seguito, assieme ad alcune che ho scattato durante la serata e ad altre che ho preferito scaricare dalla rete, perché di migliore qualità.

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Mentre ricopiavo gli appunti ho sentito l’intervista di Pablo fatta nel corso della serata ed in particolare questa risposta mi è sembrata interessante per comprendere la sua arte.

“Le mie opere hanno una loro verticalità. Come le piante, nascono dalle radici e cercano la luce, sviluppandosi verso l’alto. Io sto imparando a capire, a interpretare le mie opere. Nello sviluppo verso l’alto compaiono forme tondeggianti, che riecheggiano le forme femminili, e ci danno felicità.”

Alla fine dell’incontro sono salito sulla terrazza dei Mercati di Traiano e da lì ho visto il sottostante foro nel quale, sullo sfondo delle antiche vestigia, sono state collocate le statue di Pablo Atchugarry. Beh, devo dire che l’effetto era suggestivo! Per quanto astratte, le forme scolpite nel marmo “sanno di Natura”.

Paolo Casalengo, maggio 2016

 

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11 pensieri su “Pablo Atchugarry, il Michelangelo del XXI secolo

  1. Il Michelangelo del XXI secolo, deve avere le spalle ben grosse per tenere testa a simile biglietto da visita!
    Conoscevo un uomo che era fisicamente il contrario di lui, piccolino, tutto ossa, camminava piegato in avanti dall’artrosi e dalla timidezza. Ma come lui, sapeva scolpire cose che non avresti immaginato. Un giorno sono entrato nella sua cantina, era piena di meraviglie, statue di legno, piccole, grandi, scolpite a metà, per terra era pieno di segatura.
    Ho sempre pensato, chissà se avesse avuto un altro carattere. Se fosse nato altrove. O semplicemente se qualcuno si fosse accorto di lui.

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