Ai mosc

Da noi li chiamano ai mosc, i matti. Li vengono a prendere ogni mattina per portarli nella casa d’accoglienza.
Matteo aspetta, il cappellino giallo, lo zainetto stretto sulle spalle, dentro le sue cose piccole, una matita dal fondo mangiucchiato, qualche biscotto, un pupazzo di peluche. Il telefono no, quello lo tiene in mano e fa come i grandi, parla e parla come se stesse definendo l’affare del secolo. Nel telefono, nessuna batteria, nessuna scheda. Matteo gioca e non lo sa; a lui il mondo risponde sempre. Ad un tratto smette di parlare, si volta, e manda un bacio.

Annalisa ha quattro ruote oltre ai piedi. Il mondo rotola veloce e la gente la guarda strana: lei sorride sempre e nessuno sa di quel ballo la sera prima, nella pista, tra le luci e la musica forte, di quando le hanno preso le mani e l’han fatta girare e girare ed è stato un capogiro fortissimo, bella e leggiadra come una principessa.

Da noi li chiamano ai mosc, i matti, ma i veri matti forse non sono loro.

Chiara

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