Adesso è il mio momento.

Paolo indossava ogni mattina una canottiera bianco panna a costine, pantaloni beige sopra al ginocchio, calze blu e scarpe nere. Per chi aveva conosciuto Aldo, suo padre, pareva che il tempo non fosse passato mai: erano due gocce d’acqua, sembrava gli avesse quasi rubato i vestiti, conservati in naftalina da mamma Gilda dopo la sua morte, venti anni prima.
Usciva di casa, il passo veloce, la testa bassa e si avvicinava alla buca delle lettere, con quel suo dinoccolarsi antico, pochi metri tra la porta e il cancello, esposto alla vista; se incontrava qualcuno dei vicini, alzava il capo e accennava un saluto mentre, con gli anni, la schiena e lo sguardo si abbassavano sempre di più.

C’erano stati tempi in cui era stato bambino, figlio unico, i genitori operai, obbligato a stare tra sé, con i suoi giochi, attendendo il loro ritorno; non c’erano pericoli nel quartiere, conosceva tutti i vicini, si erano aggiunti man mano con le loro case a riempire il grande prato e si erano sentiti comunità. Amava stare solo, leggeva, rimuginava i pensieri, ordinava casa, teneva ordine e pulizia: era fatto così, rigoroso, preciso, silenzioso. Il sabato con mamma Gilda saliva  a piedi in città a fare compere: la prima fermata era sempre all’obitorio. Gilda aveva la convinzione che a far vedere i morti nelle loro bare composte, Paolo avrebbe imparato meglio a vivere, a crescere: o li avrebbe amati o odiati. Lo teneva per mano e indicava i volti lividi, i capelli stopposi, le mani giunte, il rosario, il velo e gli diceva “Va, va e tocca il morto, senti com’è freddo e rigido”. Paolo avrebbe voluto fuggire, ogni volta diceva a sé “Adesso è il mio momento, dirò a mamma che io all’obitorio non ci voglio più andare” ma si ritrovava a testa bassa, per mano alla mamma, a sfiorare quei volti tumefatti.

Aldo e Gilda dedicarono tutta la loro vita a Paolo e lo fecero studiare, rinunciando alle scarpe pur di vederlo laureato. La sua dedizione allo studio fu esemplare e così anche quella nel lavoro. Imparò le lingue, si concentrò solo sul successo e fece carriera: cominciò a viaggiare, a conoscere aeroporti e alberghi e clienti. La mattina arrivava l’autista, suonava la porta, Aldo usciva portando le valigie del figlio e restava sulla porta, salutando con la mano quel suo desiderio pronto per la partenza. Paolo infilò completamente la sua vita nel lavoro, strozzando le sue passioni, stretto nel sogno di un altro, senza via d’uscita, il telefono sempre acceso, le notti insonni a fare ordine tra le ore scompaginate dal jet lag, diviso a fettine sottili dalle pagine di riviste d’economia. Non ebbe tempo per nulla, per gli amici, per una compagna, per un bagno in mare; guadagnava, accumulava denaro e ore di volo, concentrato sul  profitto d’altri, mai sul suo. Diede ai suoi genitori il rendiconto dei loro sacrifici, ma ogni mattina, Paolo, realizzava che non ne poteva più, che avrebbe voluto fuggire, e ogni volta diceva tra sé:”Adesso è il mio momento, dirò al capo che mi licenzio e me ne andrò” ma si ritrovava a testa bassa, a salire sull’auto che lo avrebbe portato all’ennesimo aeroporto.

Prima morì Aldo, poi morì Gilda, 6 anni dopo. Erano anziani e Paolo dedicò loro tutta la sua attenzione. Nei pochi momenti liberi, aveva costruito la sua vita su sua madre, assecondando ogni suo desiderio e capriccio: i soldi non erano un problema, ma lui fece di più, donò se stesso. Sebbene fosse in pensione, ancora lavorava, consulenze, convegni, incontri con clienti importanti, ma prima di tutto veniva sua mamma: non faceva nulla se lei aveva bisogno. la accudiva come un neonato, le stava accanto come un soprammobile prezioso e fragile e lei, pur forse ringraziandolo tacitamente, nella vecchiaia pesante e faticosa, lo incatenava sempre più. Forse sentiva un senso di colpa per il tempo passato a viaggiare, forse era solo un bisogno d’essere, Paolo non lasciava mai sola Gilda, non voleva neppure portarla in casa di riposo, non le diede una badante. Diceva in giro che era lei che non voleva, che non le andava bene nulla, ma si capiva che era lui che non riusciva a tagliare il cordone ombelicale. Non aveva più amici, non andava più in vacanza, non frequentava nessuno, restava in casa, al buio, ad attendere. Ogni tanto aveva un barlume, capiva che non ne poteva più, che avrebbe voluto fuggire e ogni volta diceva tra sé: “Adesso è il mio momento, dirò a mamma che è ora di ritirarsi in casa di riposo e me ne andrò” ma non aveva nemmeno la forza di alzarsi e restava seduto, sulla poltrona che era di suo padre, quella della tv, a fissare il vuoto.

E venne il tempo in cui anche Gilda morì. Paolo restò solo, nella grande casa con il giardino. Il lavoro ormai era quasi finito, aveva molto più tempo per sé. All’inizio fece gran lavori, pareva rinnovato, pronto a celebrare il suo momento, quello in attesa da anni. I vicini lo guardavano muoversi, da dietro le tende, e furono anche felici di quel passo meno lento. Poi, venne il giorno in cui arrivò Diego. Fu facile per tutti, dopo averlo visto arrivare, nascondere la sua auto veloce nel garage e poi scomparire in casa, capire che non fosse un cugino o un conoscente. E fu così per mesi a anni, Paolo apriva il portone, Diego entrava con l’auto e tutti e due scomparivano per l’intero fine settimana. Nessuno ebbe mai modo di vederli davvero, era tutto così fugace che pareva quasi sbagliato. Era quasi un sogno a metà, un mantello per nascondersi, un temere i giudizi, le parole che Paolo sapeva essere dette dietro, una vicina all’altra, sussurrate e poi diffuse, casa per casa “Ecco, ora capisco perché stava sempre con la mamma”, “L’avevo detto io che era un tipo strano”, “Mai fidarsi delle persone troppo educate e silenziosi, lo sapevo che covava qualche tragedia”, “Poveri Aldo e Gilda, hanno dato tanto per quel loro figlio unico e guarda come li ripaga”.

Paolo indossava ogni mattina una canottiera bianco panna a costine, pantaloni sopra al ginocchio beige, calze blu e scarpe nere. Il tragitto tra la porta di casa e la buca delle lettere, era breve, quel tanto che gli bastava per ripetersi, come un mantra: “Adesso è il mio momento, adesso è il mio momento”, pochi passi, tanti desideri, nessuna certezza.

Poi rientrava in casa e scompariva nel nulla.

Chiara 

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11 pensieri su “Adesso è il mio momento.

    • La vita pone sempre porte nuove da aprire, soprattutto come dici bene, quando non hai alcuna certezza, perché è proprio così che lasci aperte le possibilità.
      Io me lo auguro, ma alle volte accade che quando per troppo tempo hai rinunciato al tuo momento, non sei neppure più capace a vederlo e ci rinunci per sempre.
      ciao

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