Ma tu ami uno scrittore?

Mi sono trovata molto spesso tra queste pagine a parlare di scrittura, del suo ruolo nelle nostre vite: ovvio parlo a chi, come me, ama leggere e ne fa parte integrante di vita.
Il mio punto di vista è quindi quello del lettore che sceglie, confronta, decide e persegue.

Sarò strana, ma spesso mi sono innamorata degli autori leggendo le loro storie e le loro poesie, sono entrata nel loro mondo e l’ho fatto mio e ho bevuto con ardente passione il frutto della loro immaginazione. Nel paradosso, con autori che conosco personalmente, arrivo a distinguere le due persone, l’amico e lo scrittore, tanto lo scrittore stesso diventa anch’esso figura a sé e riesco a vederli davvero come due figure distinte.
E come mi innamoro degli scrittori, così mi innamoro dei loro scritti. Delle parole, una ad una, dei contenuti, delle loro storie e non conta sia poesia o narrativa. Arrivo ad innamorarmi anche dei personaggi, delle loro fantastiche e normali vite.
Lo scritto diventa mio.
Anche di questo ne parlo spesso; di come un’opera frutto della creatività, divenga di proprietà ed usufrutto di chi la legge, del lettore.
Ah, quante volte accade di leggere e di dire ” mi ha tolto le parole di bocca”, “ha scritto proprio quello che sento”, “ha letto nel mio pensiero”, “è proprio così”. Quante volte accade di credere che lo scrittore sia riuscito a descriverci perfettamente, abbia narrato la nostra vita, i nostri sentimenti!
E così, copiamo frasi celebri e le tatuiamo sui nostri corpi.

Ma lo scrittore, il poeta, che ne penserà di questa storia? Sarà felice? I suoi pensieri, le sue emozioni, rubate e fatte proprie dai lettori! E’ questo quello che desidera? Un “che bello” o “meraviglioso” o preferirebbe l’oblio dopo aver dato luce alla sua opera?
La sente dissacrata, dissezionata, violentata quando il lettore se la fa propria, o sente di doverla donare?
Pensiamo al mondo virtuale e a come sia facile commentare poesie e racconti: è questo che vuole uno scrittore? Confrontarsi, accettare il dialogo, o preferisce la solitudine?

Chiara 

 

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23 pensieri su “Ma tu ami uno scrittore?

  1. Io non sono uno scrittore. Sono un imbrattacarte. Però un libro l’ho pubblicato. NON a pagamento, ci tengo a dirlo.
    Quel che ho sempre pensato è che i miei scritti (belli o brutti non ha importanza) siano come figli. Li cresci con amore, li educhi, li coccoli, e te li tieni in un pezzo di cuore a loro dedicato. Ma poi alla fine i figli escono di casa. I miei lettori, rispetto ai miei racconti, sono loro mariti, mogli, amanti. Ciascuno vede nei miei figli qualcosa che io non vedo, in quanto padre. Perché i figli ad un certo punto vivono di vita propria, a contatto con altre persone. E spesso e volentieri mi è stato segnalato, da persone che stimo, che avevo inserito (senza volerlo) elementi e metafore a me stesso ignoti. E questa cosa per me è stata sempre meravigliosa. Per l’appunto, scoprire attraverso qualcun altro una dote di tuo figlio.

    • Mi piace molto l’idea che il lettore abbia letto altro da quello che hai scritto; significa vivere il libro appieno, farlo proprio.
      E la metafora con i figli è a mio giudizio, pertinente ma fino ad un certo punto. Un figlio acquisisce sì i nostri insegnamenti, ma ha vita propria. Un libro, una poesia invece, sono totalmente frutto della nostra creazione e diventano altro da noi per merito dei lettori.
      Grazie del tuo commento e buona festa

  2. Non so proprio che voglia….di sicuro vuole esser letto.

    Se non vuole i commenti dovrebbe togliere la possibilità di inserirli…viceversa se li vuole…dovrebbe come minimo rispondere e accettare il confronto….

    Certo se poi parliamo dei miei commenti è meglio che li chiuda…. 😀

    Buona epifania Chiara
    ciao
    .marta

          • Io amo intensamente quello che creo (libro, poesia, quadro) nel momento stesso in cui realizzo ciò che avevo immaginato. Una volta pubblicato il libro, esposta l’opera, cerco di staccarmi emotivamente, perché so che non mi appartengono più del tutto. L’arte, a qualsiasi livello, è sempre un tentativo di comunicazione, e una volta uscita da noi, appartiene anche agli altri. Quando tu parli con un amico, non sei certo gelosa delle parole che gli dici, anzi. Cerchi di scrutare l’effetto che il tuo parlare ha provocato in lui, aspetti che faccia le sue considerazioni per continuare il discorso. Così è per un libro, altrimenti a che servirebbe? A me no di certo, io lo conosco già.
            Trovo molto pertinente il commento di Max, che lo paragona a un figlio: lo cerchi, lo cresci, lo ami; ma, per il suo stesso bene, a un certo punto devi lasciarlo andare lontano da te, a interagire con gli altri.

            • Mi interessa la tua idea che, una volta creata l’opera, te ne distacchi emotivamente e la rendi strumento di comunicazione.
              Lo scrittore quindi sa dare vita, sa che corre un rischio ma lo affronta e sa che il suo è uno strumento che porterà cambiamenti e riflessioni nei suoi lettori.
              Mi piace sempre più questo scrittore!

  3. Io non sono una scrittrice, scrivo poesie da un bel po’ di anni ma questa è un’altra storia.
    Quando le riporto nel mio blog mi piace sicuramente essere letta ma anche commentata, il confronto con gli altri può essere sempre uno strumento di crescita. Non mi sono mai chiesta se in quello che scrivo ci si ritrovano gli altri, io scrivo quello ho nella mente e nel cuore e questo mi aiuta a scrivere con passione.
    Ciao Chiara 🙂

  4. Io credo che lo scrittore merra in conto l’interazione che ci possa essere coi suoi lettori. Con la possibilità di dare mille sfumature a quelle sue storie e nuovi toni a quelle sue voci. Ed è forse quella la magia della scrittura che ci consente di amare e apprezzare in maniera differente gli stessi autori.

    • Si. Mette in conto, ma ne sei sicuro davvero che ne tenga conto?
      Prova a far notare ad uno scrittore una diversa sfumatura di un suo testo, un cambio di parola e otterrai un diniego.
      L’opera per lo scrittore è sua ed intoccabile. Come la vive il lettore è cosa differente.

  5. Al giorno d’oggi tutti le opere sono setacciate dagli editor prima della loro pubblicazione (a meno che non si parli di auto-pubblicazione), e sebbene ogni autore sia geloso della propria creatura, a volte deve far buon viso anche ad eventuali cambiamenti (anche profondi) affinché l’opera sia gradevole al pubblico. Ci tengo a precisare che ogni scrittore ha un rapporto di amore e odio con la propria creatura e sa bene che, dal momento che questa varcherà i confini editoriali, sarà sottoposto al giudizio meticoloso dei lettori e dovrà affrontare critiche e allori. Interagire con il pubblico (sempre entro i limiti del possibile) è una parte importante di questo mestiere e serve anche all’autore per crescere interiormente, conoscere i gusti del lettore e migliorare le opere future.

    • I cambiamenti, anche profondi, credo però che li debbano affrontare solo gli scrittori nuovi e minori. Penso che nessuno metta limiti a Dan Brown o a J. K. Rowling!
      Mi interessa il rapporto di amore ed odio con la propria opera scritta, compreso la dissezione che ne faranno i lettori: vita grama quella dello scrittore.
      Grazie mille per il tuo commento.

  6. Io credo di si. Penso che chi scrive lo faccia anche pr gli altri. Un’opera letteraria stimola nei lettori emozioni, pensieri, immagini diverse da lettore a lettore. È come un bambino: nasce per opera dei genitori ma poi cresce e si sviluppa grazie anche a tutte le persone con cui viene a contatto. Credo che chi scrive si diverta anche a vedere questo, come la sua opera viene interpretata, metabolizzata, citata, rappresentata…

    • Forse non esiste una regola comune, forse ogni scrittore ha le sue regole, i suoi sentimenti. Forse per ogni opera che scrive vive diverse emozioni. Mi piace però l’idea che lo scrittore si diverta a vedere le impressioni del lettore, anche se, in un’epoca così carica di invidie, rabbie, di presunzione; in un’epoca piena di ignoranza diffusa, temo che lo scrittore accetti solo i complimenti, rifiutando e rifuggendo ogni critica e interpretazione errata.

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